Lawrence e i Felt: quanto ci piacciono i magnifici perdenti del rock anni ’80 | Rolling Stone Italia
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Lawrence e i Felt: quanto ci piacciono i magnifici perdenti del rock anni ’80

Il successo sfiorato ai tempi di Cure e Smiths, la tossicodipendenza, ora un album come Mozart Estate che offre una visione pop e stralunata del consumismo: intervista a un vero musicista di culto

lawrence felt

Lawrence

Foto: Stefano Venturi

I Felt sono l’unica band che ho conosciuto tramite una t-shirt. Era una semplice maglia bianca con stampato il loro nome. La indossava Stuart Murdoch dei Belle and Sebastian sulla foto di copertina del Mucchio Selvaggio. Era il giugno del 2000. Scoprii che si trattava di un gruppo indie rock di “falliti di culto” nella Gran Bretagna degli anni ’80. Composti in principio da tre Brummie – come vengono chiamati in Inghilterra gli abitanti di Birmingham – e capitanati da un certo Lawrence Hayward (per tutti, semplicemente, Lawrence). 

Al club degli amanti dei Felt, presieduto dal cantante di Glasgow, sono iscritti Pulp, Tim Burgess, Manic Street Preachers, Girls, Clientele, Pains at Being Pure at Heart e Charlie Brooker, il creatore della serie Netflix Black Mirror.

«Essere rispettato e considerato è un grandissimo onore per me», si affretta a dirmi Lawrence, all’altro capo di un telefono durante la promozione del suo nuovo disco intitolato Pop-Up! Ker-Ching! And The Possibilities Of Modern Shopping. Si tratta del primo album con i Mozart Estate, nati da un’operazione di rebranding dei Go-Kart Mozart, il bizzarro progetto di sole B-side intrapreso nel 2000 e dismesso con Mini Mart nel 2018.

Entrambi i dischi esplorano, fra satira e parodia, una visione stralunata del consumismo. «Durante il lockdown qui in Gran Bretagna la vita sociale delle persone era condensata nell’andare al supermercato. Le idee su cui lavoro da tempo si sono trasformate in giganteschi esempi di consumismo. Nella mia testa si è tutto intensificato. Era diventata un’idea fissa. Percepivo gli altri esclusivamente come gente che va a far la spesa. Per due anni ho interagito così con l’umanità».

Per raccontare i suoi tarli, Lawrence ci ha abituati a magistrali manipolazioni di campionari sonori. E i Mozart Estate non fanno eccezione. Electro-pop, new wave, bubblegum rock, vaudeville. L’immancabile glam. In Pop Up! ci senti gli Sparks, Lou Reed, i Fall e persino i Ramones o il Rocky Horror Picture Show. Ed è una delle cose migliori che Lawrence ha fatto negli ultimi vent’anni.

«Lookin’ Thru Glass è la canzone più emblematica del disco. Racconta di un homeless che ho notato in una zona centrale della città. Era accampato davanti all’ingresso di un lussuoso negozio d’arredamento. Dietro la vetrina c’era questo grande letto matrimoniale che poteva solo guardare. Ho immaginato il suo alter-ego. Un riccone che non sa come spendere i soldi. E li ho messi insieme nel testo della canzone».

Quell’homeless poteva essere lui. Verso la fine degli anni ’90, terminata bruscamente la parabola dei Denim, il gruppo con cui sognava di sfondare, Lawrence comincia a inabissarsi nel vortice autodistruttivo della tossicodipendenza. Una vicenda contraddittoria per uno che, fatto salvo un brutto “viaggio” ai tempi dei Felt, aveva la fama del salutista.

Nel nuovo millennio i suoi problemi si infittiscono e si acuiscono. Sfratto, indigenza, tentativi di disintossicazione, fobie, ossessioni: Lawrence decide con un coup de théâtre di uscire dal tunnel e di aprire le porte della sua turbinosa intimità sulla scia di The Devil and Daniel Johnston. Il regista Paul Kelly, con il supporto del British Film Institute, filma le sue miserie e le sue speranze mettendo in fila il maelstrom in cui è stato inghiottito e i suoi desideri di riscatto. Il documentario Lawrence of Belgravia del 2011, purtroppo disponibile in Italia solo in lingua originale e in formato Blu-ray, è un unicum sulla solitudine di un performer rock.

«Sono sopravvissuto ma resto comunque uno spiantato. Qui a Londra sono in compagnia: ci sono migliaia di persone indigenti. Fra cui molti artisti. Spero sempre, da cocciuto ottimista quale sono, di creare un giorno la canzone pop che fa il botto e ti cambia la vita.»

Lawrence Of Belgravia - Trailer

E pensare che con i Felt ha davvero sfiorato il successo. Era il 1985 e il singolo Primitive Painters, in coppia con Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins, balzò in testa alla classifica indie britannica e s’insinuò nell’ambita top 10 del programma Festive 50, il seguitissimo speciale natalizio di John Peel (che non aveva in simpatia i Felt, per usare un eufemismo) grazie al voto degli ascoltatori di BBC 1. In quell’edizione dello show del famoso dj, stravinta dai Jesus and Mary Chain di Psychocandy con Never Understand e Just Like Honey, i Felt superarono i singoli di Cure, Smiths, New Order e Pogues.

«John Peel ci detestava. A quei tempi in Gran Bretagna avere la sua protezione significava poter fare il salto sia in termini finanziari che a livello professionale. Se non mandava i tuoi pezzi in radio era come non esistere. Quando pubblicai il mio primo singolo (Index, nda), forte di una buona recensione, gli scrissi una lettera piccata in cui gli chiedevo di restituirmi le due copie promo che gli avevo lasciato in radio. Dopo la sua morte ho saputo che non gli era mai successo che un artista gli chiedesse indietro i dischi. E che la cosa lo sconcertò. Non l’avessi mai fatto».

Oggi Lawrence ritorna sulla questione facendosi beffe di John Peel e del suo favorito Mark E. Smith (i Felt, tra l’altro, fecero il loro primo tour proprio con i Fall) nel secondo estratto del nuovo album dei Mozart Estate intitolato Record Store Day.

La favola che avrebbe potuto avere un finale più glorioso, se non fosse stato – come ha ricordato Lawrence nel libretto del film di Kelly – per le angherie del “preside” della scuola musicale degli anni ’80, era cominciata a Water Orton, un sobborgo di Birmingham.

Lawrence scovò la sua stella polare ascoltando il vinile di debutto dei Television mentre, poco lontano dalla sua cameretta, passavano i treni dalla stazione, sull’orbita della grande città. «Avevo 15 anni quando comprai Marquee Moon e il testo di Venus, in particolare, ebbe un grande impatto su di me. L’enfasi sul passaggio in cui Tom Verlaine canta “how we felt” me la porto dentro ancora oggi. Mi ricordo che il verbo FELT era scritto in maiuscolo negli inserti dell’LP, e quindi saltava particolarmente all’occhio rispetto alle altre canzoni che invece erano in minuscolo».

I Felt nacquero nel 1981. Al trio iniziale (Lawrence, Maurice Deebank, ideatore con la sua sei corde di un sound unico fra jangle pop e arpeggi classici, e Nick Gilbert al basso) si aggiunse il batterista Gary Ainge. Con brani solenni come Fortune o arcani come Sunlight Bathed the Golden Glow e Penelope Tree, portarono una ventata di originalità nella scena indipendente inglese. Nel 1986, dopo l’avvicendamento nel gruppo fra Deebank e la giovane promessa delle tastiere Martin Duffy (futuro Primal Scream) uscì Forever Breathes the Lonely Word, da molti considerato il loro capolavoro.

Rispetto a quel turning poing, comprensivo di cambio d’etichetta (entrarono nella squadra della Creation di Alan McGee), Maurice Deebank sostiene in una delle sue rare interviste che bisognava restare nel solco dream pop sviluppato con Primitive Painters. Dice anche che era vittima di bullismo. «Maurice si riferisce ai primi bassisti dei Felt. Nick Gilbert, nostro amico d’infanzia a Water Orton e Mick Lloyd, che aveva preso il suo posto. A Nick piaceva prendere per il culo il prossimo per puro divertimento ma non era un bullo e non ce l’aveva esclusivamente con Maurice. Maurice la prese sul personale. Non c’era bullismo nei Felt. Ok, mi chiamava Hitler, ma tutti nella band mi sfottevano così. Esigevo molta professionalità e a loro non andava giù. Ma erano cose dette per ridere».

Il destino del gruppo era in ogni caso già segnato dal principio e quasi all’insaputa di tutti. Fin dal suo concepimento, Lawrence immaginava i Felt come un atto unico confinato nei limiti temporali di quel decennio e con il suggello del numero dieci. Una band a scadenza: un decennio, dieci album, dieci singoli.

«L’idea che avevo in testa era quella di creare una band che durasse un decennio e facesse dieci album. Era un sogno ispirato all’arte concettuale. Anche se il numero dei singoli – che poi sono stati in effetti dieci – non faceva parte del piano, è stata solo una coincidenza fortuita. Quando gliene parlai, Maurice se lo dimenticò il giorno dopo. E ogni volta che qualcuno entrava nei Felt (le line up cambiarono fisiologicamente nel corso degli anni) glielo accennavo ma non venivo mai preso sul serio. Dopo il secondo album The Splendour of Fear (1984, primo dei tre album strumentali della band, nda) ho smesso di dirlo e me lo sono tenuto per me fino alla fine. Quindi non ci fu un concretamente una regia. Ma le cose sono andate come desideravo».

All’inizio di marzo Gold Mine Trash e Bubblegum Perfume, le due raccolte dei Felt del 1987 (periodo Cherry Red) e del 1990 (periodo Creation) saranno disponibili per la prima volta in vinile dai tempi della loro prima uscita, grazie all’etichetta californiana 1972 Records, specializzata in magnifici perdenti. «Sono orgoglioso di come sono venute le due compilation. Sono stato meno coinvolto rispetto al grande progetto di riedizioni dei Felt a opera della Cherry Red. Ho curato solo l’artwork e la rimasterizzazione. Ma le canzoni suonano da Dio».

Nel frattempo, sono morti sia Martin Duffy che, più recentemente, Tom Verlaine. «Martin era ancora troppo giovane per morire. Aveva solo 55 anni. Aveva problemi con l’alcol ma so che stava cercando di reagire. È morto per un incidente domestico, ha battuto la testa. L’hanno portato in ospedale nel reparto rianimazione, ma due giorni dopo hanno deciso di staccare le macchine. I funerali si sono svolti in forma privata a Birmingham e la famiglia non ha volutamente esteso gli inviti al mondo della musica. Penso e spero però che qui a Londra organizzeremo qualcosa in suo onore, prossimamente».

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Foto: David Mclean

Con la morte di Tom Verlaine, ispiratore del nome del gruppo e anche del sound degli inizi, in fondo si chiude simbolicamente il cerchio. «Quando ho letto la notizia che era morto ho avuto una specie di shock. C’eravamo incontrati a Londra, a un concerto dei Felt. Lui all’epoca era insieme a una ragazza tedesca che era una nostra fan accanita. Era riluttante, non ne voleva sapere di venire a vederci. Così lei lo costrinse. Ci incontrammo alla fine dello show per un saluto quasi formale. Non era per nulla a suo agio. Il concerto non lo aveva impressionato. Sapeva della mia ammirazione perché nel 1984, quando eravamo ancora con la Cherry Red, gli avevamo chiesto di produrci un disco, ma i demo non lo impressionarono e la cosa finì lì».

Oggi, poco più che sessantenne, Lawrence non molla e ci riprova con i Mozart Estate e le due ristampe dei Felt in arrivo. Occhiali da sole, felpa col cappuccio, un eterno cappellino a visiera calcato in testa. In tasca, solo un vecchio cellulare Nokia. Un giro a caccia di idee da Rough Trade East nell’incurabile speranza di firmare la canzone pop perfetta.

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