Di giorno, con centinaia di pecore intorno, Alfio Antico si sentiva «il re della natura». Di notte era un’altra storia. Il buio, la solitudine, i rumori che arrivavano da chissà dove. Sua nonna gli aveva insegnato un rimedio pratico: fare scruscio, rumore. Battere, agitarsi, rompere il silenzio. La paura, prima o poi, sarebbe passata. Molto prima che diventasse una professione, il suono per Alfio è stato anche una questione di coraggio.
Il 9 novembre questo scruscio arriverà all’Auditorium San Fedele di Milano nell’ambito di Inner_Spaces, in coproduzione con Linecheck Music Meeting and Festival e in collaborazione con Kadmonia. Sul palco con lui Colapesce e Mario Conte, riuniti attorno a un disco pubblicato nel 2016 e destinato a una seconda vita grazie alla ristampa per l’etichetta svizzera Bongo Joe Records.
In dieci anni è successo parecchio: i canti popolari sono entrati in produzioni elettroniche sempre più avventurose, le lingue locali hanno trovato nuovi spazi lontano dai circuiti folk. Da Daniela Pes a Iosonouncane, passando per le recenti esplorazioni di Lero Lero, la tradizione ha trovato interpreti e forme difficili da catalogare. Nel 2016 Antico aveva già affrontato buona parte di queste questioni, mettendo al centro un uomo che quella cultura l’aveva vissuta in prima persona.
Alfio Antico è cresciuto facendo il pastore nell’entroterra siciliano, ha imparato a riconoscere i suoni degli animali, il ritmo del lavoro e le parole dei racconti tramandati oralmente. Ha costruito i propri tamburi, sviluppato tecniche del tutto personali e attraversato decenni di musica italiana, collaborando fra gli altri con Fabrizio De André, Eugenio Bennato e Vinicio Capossela. Nel suo modo di suonare convivono precisione ritmica, improvvisazione e una libertà che difficilmente si lascia mettere in riga.
«Aveva avuto una diffusione scarsissima all’inizio», racconta Mario Conte a proposito del disco. Quel poco che era circolato aveva colpito diversi appassionati di musica, tra cui Germano Centorbi, da anni attivo nella scena musicale siciliana, che ha contribuito a rimettere in moto il progetto attraverso il contatto con Bongo Joe: «In questi dieci anni la materia della tradizione è diventata sempre più pop», osserva Centorbi, citando perfino Bad Bunny come esempio della centralità assunta dalle identità musicali locali nella cultura globale.
Conte ricorda che esperienze simili esistevano già negli anni ’90, citando Natacha Atlas e i Dead Can Dance. La questione, per lui e Colapesce, riguardava il modo in cui far convivere quei linguaggi. Provare a infilare Alfio Antico dentro una struttura pop tradizionale sarebbe stato un piccolo disastro. Il suo tamburo accelera, rallenta, cambia accento. La voce segue le parole, poi prende deviazioni, si ferma quando ne sente il bisogno. Un sequencer, all’esatto contrario, ha una certa ossessione per la puntualità.
La soluzione è stata ribaltare il rapporto tra musicista e tecnologia: «Non imbrigliare il performer nella meccanizzazione delle macchine», spiega Conte. Lasciare che fossero sintetizzatori, chitarre e trattamenti elettronici a seguire Alfio, costruendo gli arrangiamenti attorno alle sue esecuzioni. Secondo il produttore, costringerlo dentro i consueti margini della musica pop avrebbe significato «perdere il 90% della sua particolarissima forza artistica». Antico è ancora più diretto: «Non posso seguire loro, sono loro che devono seguire me».
Con Colapesce, invece, il legame viene da lontano. Alfio ha conosciuto Lorenzo da ragazzino, attraverso l’amicizia con il padre. Lo ricorda già molto appassionato di musica, piuttosto riservato, che continuava a ripetergli di voler realizzare qualcosa insieme.
Non tutto poteva essere lasciato all’improvvisazione. Conte racconta che Colapesce ha svolto un lavoro fondamentale anche sui testi, intervenendo come una sorta di editor. In Storii di pisci, per esempio, Alfio aveva inserito talmente tante specie da mettere in crisi persino la metrica. La canzone nasce dal ricordo dei banditori che annunciavano il pescato per le strade siciliane, trasformando la vendita in una performance fatta di metafore, doppi sensi e abilità verbale.
E poi c’è la questione della tradizione, parola che rischia sempre di trasformarsi in una specie di lasciapassare culturale. Conte ricorda come parte del repertorio contadino racconti anche gerarchie, patriarcato e forme di rassegnazione alla povertà. Un patrimonio da ascoltare senza idealizzarne ogni aspetto. In Antico ha cercato una strada diversa, concentrandosi soprattutto sul rapporto fra esseri umani e natura.
Gli animali occupano uno spazio sorprendente, con una propria voce e una propria soggettività. Centorbi richiama persino Donna Haraway e le riflessioni contemporanee sull’antropocentrismo. Alfio arriva da tutt’altra parte: «Per anni ho condiviso le giornate con pecore, capre e altri abitanti della campagna. Una relazione che attraversa anche i tamburi costruiti con le mie mani, lavorando legno, pelle e sonagli».
Per registrare il disco, i tre si sono trasferiti per una ventina di giorni in un agriturismo a Gangi, sulle Madonie, portandosi dietro uno studio mobile. Hanno registrato anche all’aperto, lasciando entrare i versi degli animali nei microfoni. Conte ricorda soprattutto la genesi di Pirchì. Alfio sta cantando della terra, paragonandola a un seno che nutre. Davanti a lui c’è la campagna, intorno gli animali. A un certo punto si commuove: «Si sente proprio che la voce è rotta dal pianto», racconta il produttore.
Quando chiediamo ad Alfio di tornare a quel momento, il ricordo diventa ancora più preciso. Lorenzo era seduto all’aperto con la chitarra battente, a circa 1100 metri d’altitudine. La canzone stava nascendo lì, senza una struttura prestabilita. Poi Alfio vede un uccello alzarsi in volo, forse un falco. Comincia a improvvisare parole su quell’immagine e si mette a piangere: «È un brano tutto improvvisato», racconta. La voce che si spezza nel disco appartiene a quell’istante. Nella registrazione sono rimasti anche i versi degli animali, presenze che nessun produttore avrebbe potuto programmare. Sui monti a nord della Sicilia quella canzone trova la propria forma.
C’è poi un episodio che Centorbi racconta per spiegare quanto la musica di Alfio riesca a funzionare anche lontano dal suo contesto d’origine. Nel 2016, durante l’Ortigia Sound System, dj e produttori del duo Red Axes assistono all’esibizione di Alfio Antico e ne rimangono affascinati. Tanto da suonare un suo brano durante un dj set a Barcellona, nella settimana dell’Off-Sónar. Una musica nata dalla memoria della Sicilia rurale finisce nella selezione di un duo israeliano di elettronica. Sulla carta, due mondi lontanissimi. In un contesto capace di abbracciare culture sonore da tutto il mondo, evidentemente, molto meno.
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Intanto Alfio ha continuato a cercare altre strade. Nel 2025 ha pubblicato La macchia con Go Dugong, un altro incontro fra il suo universo percussivo e la produzione elettronica, sempre a partire dall’improvvisazione. Durante la conversazione arriva a chiedersi se la musica popolare esista ancora, almeno nel senso che abitualmente attribuiamo all’espressione. Troppi, secondo lui, «finiscono per ripetere gli stessi gesti e gli stessi repertori. Nel mio caso il folklore siciliano non ha mai governato le mie scelte artistiche».
«Il mio sogno era di portare quel linguaggio e quelle sonorità della campagna che vanno oltre la bucolica», ci dice. «Non è soltanto Virgilio e le bucoliche: io lì c’ero». Per molti musicisti la campagna è un luogo da evocare, un repertorio da studiare, un immaginario da ricostruire attraverso vecchie registrazioni. Alfio Antico ci è cresciuto dentro. E continua a raccontarla a modo suo. «Noi sappiamo dare luce anche senza elettricità», aggiunge, ricordando di aver vissuto fino ai 20 anni con le lampade a petrolio.
La ristampa prevista per la fine del 2026 presenterà una session strumentale inedita, registrata durante le lavorazioni originali e rimasta fino a oggi nel cassetto. Conte racconta di aver deciso di recuperarla e mixarla per questa occasione. Per il progetto, insomma, non sembra un semplice anniversario. Da ragazzo, quando la notte arrivava con le sue paure, sua nonna gli consigliava di fare scruscio. Oggi quel rumore passa anche attraverso sintetizzatori, tastiere e altri strumenti elettronici. E sembra che Alfio Antico abbia ancora parecchio da farne.















