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La salvezza in un file: la musica durante il blocco di Internet in Iran

Tagliate fuori dalla Rete e quindi dallo streaming, per affrontare l’isolamento e la paura le persone hanno tirato fuori le chiavette coi file mp3 e si sono messe a cantare vecchie canzoni a memoria

Foto: Morteza Nikoubazl/NurPhoto/Getty Images

R.A. e i suoi amici avevano in tasca delle chiavette USB quando si sono visti nei giorni delle proteste di Teheran e del blocco di Internet del mese scorso. Sopra c’erano dei semplici file audio, solo che per lei, studentessa di musica classica al quarto anno, erano tutto. Lei e i suoi amici si ritrovavano nei caffè, si passavano i file scaricati, facevano circolare le canzoni da una mano all’altra. «Stare lontani dalla musica non si può», dice R.A. «Dobbiamo ascoltarla».

Una volta, seduta in un caffè, ha sentito dagli altoparlanti una musica diversa dal solito, più datata, suonata da musicisti iraniani di decenni fa. Radicata in un tempo più semplice, le ha offerto una sorta di fuga nel passato, un luogo dove R.A. e i suoi amici si possono rifugiare almeno con la mente (per proteggere le persone e le loro famiglie in questo articolo vengono utilizzate solo le iniziali degli intervistati).

Le proteste a Teheran sono scoppiate a fine dicembre 2025 dopo che il riyāl è precipitato al minimo storico nel bel mezzo di un’inflazione galoppante e di gravi problemi economici. Le autorità hanno imposto un blocco nazionale di Internet durato una settimana, anche se le interruzioni della connessione persistono tuttora. Il blackout ha interrotto tutte le comunicazioni tra famiglie, amici e conoscenti, lasciando 81 milioni di persone senza contatti con l’esterno. In questo contesto, la musica è tornata ad essere un bene da trasportare fisicamente.

È una mancanza, quella della musica, che R.A. ha sentito nel profondo. Essendo una studentessa, per lei guardare le esibizioni dei grandi musicisti su YouTube è importante. «Serve a trarre ispirazione, idee diverse, analizzare come eseguono i brani». Senza Internet ha continuato a studiare, «ma non allo stesso livello». Ha cambiato anche le abitudini di ascolto, avendo accesso solo alla musica che aveva scaricato in precedenza. Non poteva, né voleva ignorare quel che stava accadendo attorno a lei: «Non volevo isolarmi mentre nel Paese c’era questa grande disconnessione e non per nostra scelta».

Durante il blocco, la musica ha iniziato a circolare attraverso reti informali. Gli amici si sono scambiati file, le canzoni passate nei caffè sono diventate un richiamo a un tempo più semplice, i concerti si sono svolti in silenzio. «Grazie ai miei amici ho iniziato ad ascoltare musica di protesta», dice R.A. «Prima ero una studentessa timida che sentiva per lo più musica classica, ora sto ascoltando anche il rock, voglio alzare la voce, far capire quel che provo».

I suoi amici le hanno chiesto di eseguire una canzone di protesta che avevano composto durante il blackout, ma qualsiasi tentativo di pubblicarla avrebbe richiesto l’anonimato e i permessi per esibirsi venivano negati. «I miei amici musicisti sono caduti in depressione, non avevano più la voglia di esibirsi o anche solo di esercitarsi con lo strumento». Continuavano ad ascoltare, ma avevano smesso di suonare.

Il blocco ha toccato anche B.R., che vive a Vienna, ma che in quel periodo era tornato in Iran per tre mesi. «La vita normale è stata interrotta», dice. «Usiamo Internet perfino per orientarci. Non riesco a immaginare di incontrare un amico o trovare un posto sicuro senza avere accesso alla Rete». Quando la connessione è sparita, non aveva nemmeno modo di scoprire che il suo volo di ritorno per Vienna era stato cancellato. Anche lui ha trovato rifugio nella musica. «Sono tornato alle canzoni che io e la mia ragazza ci mandavamo». Senza piattaforme di streaming, si è affidato ai file salvati nelle chat e agli archivi di Telegram.

Proprio come gli amici di R.A., si è ritrovato a sentire canzoni più malinconiche. «Cercavo una sorta di meditazione sul dolore». In quei giorni di incertezza, la musica gli riportava alla mente il sapore di una torta al limone che la sua ragazza, rimasta a Vienna, gli aveva preparato prima che partisse per l’Iran. Il sapore era aspro, il ricordo dolce. Dopo aver lasciato l’Iran, ha però smesso di ascoltare quelle canzoni. «Ora sono legate a nuovi ricordi e cerco di non sentirle più».

Quando negli anni precedenti ci sono state delle proteste, la musica era potente e piena di slogan. Non questa volta, dice B.R. Prima del blackout, c’era una canzone che circolava insistentemente. «Una donna ascoltava Shervin Hajipour a tutto volume». La canzone, associata a Donna, Vita, Libertà il movimento di protesta emerso in Iran nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, esprimeva dolore e invocava pace e libertà.

Anche A.R., economista iraniano e appassionato di musica residente in Germania, era in Iran quando c’è stato il blackout di Internet. Come R.A., si è affidato ai file che aveva scaricato. Come B.R., ha notato che la gente ha iniziato a sentire sempre le stesse canzoni, quelle più introspettive, che in qualche modo offrivano conforto. «Ascoltavi quelle che avevi, e poi di nuovo, e poi ancora quelle». Nei rari momenti in cui è tornata la connessione, la madre di A.R. ha pubblicato canzoni di protesta nelle storie di Instagram. «Non era solo un modo per dire che era ancora lì, serviva anche a mostrare che la musica alimentava il bisogno di cambiamento».

Rana Farhan, musicista iraniana di successo che ha lasciato il Paese nel 1989 e che da allora vive negli Stati Uniti, descrive un tipo diverso di frattura. «Andarmene è stato l’unico modo per poter continuare a lavorare come artista, ma la distanza non ha cancellato il senso di responsabilità». La sua musica rimane legata all’Iran, anche mentre elabora gli eventi senza il pericolo che deriva dall’essere laggiù fisicamente. «Queste storie appartengono a tante persone. Raccontando la nostra storia, raccontiamo anche la loro».

Farhan ha seguito il blocco da New York sapendo di godere di una libertà che i suoi connazionali non avevano. «Non possiamo far finta di niente. Come artista ti senti insignificante. La tragedia è così grande che ti chiedi: che ci faccio qua seduta a cantare?». Questa tensione ha ridefinito il suo approccio. «La musica cura», aggiunge Farhan, «ma non puoi perdere la speranza. Ognuno si trova in un posto diverso e ha responsabilità diverse. Facciamo quel che possiamo. Dobbiamo farlo». Una canzone in particolare è riemersa per lei in questo periodo: Choonie, un pezzo che aveva scritto anni prima e che improvvisamente le è sembrato attuale. «È molto semplice», dice. «Chiede soltanto: “Come stai? Ti penso giorno e notte”. È esattamente quello che sta succedendo adesso».

La musica ha smosso qualcosa dentro R.A. Per B.R., è diventata un rifugio quando tutte le linee di comunicazione sono state tagliate. A.R. ha iniziato ad ascoltare musica intima e in modo ripetitivo. Per Farhan la distanza ha reso più acuta la consapevolezza di ciò che si può e non si può fare quando si è al sicuro. Per altri, la musica ha sostituito il tempo e la speranza. Sperando che qualcuno, dall’altra parte, stesse ascoltando, e che le cose sarebbero migliorate.

Attraverso città e confini, la musica è passata di mano in mano, tramite vecchi file, playlist condivise e memoria, come un faro di resistenza e speranza. In un Paese dove non sempre si può comunicare con la propria famiglia o parlare liberamente, la musica è diventata un modo per porre una domanda quando nient’altro è possibile: “In questi tempi duri e tormentati / Stai bene? / Giorno e notte, amore mio / Sei nei miei pensieri / E in questa notte cupa / Stai bene?”.

Da Rolling Stone US.

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