C’era un gran casino fuori dalla Los Angeles Sports Arena nell’aprile del 1975 per l’arrivo del tour di Wish You Were Here dei Pink Floyd. La polizia ci aveva giù dura. Secondo il Los Angeles Times ben 350 spettatori erano stati arrestati nell’arco dei primi tre concerti: «L’85% degli arresti ha a che fare col possesso di marijuana. Sono stati effettuati altri fermi per possesso di droghe pesanti, reati legati all’alcol, bagarinaggio e resistenza a pubblico ufficiale. La maggior parte dei fermati ha meno di 18 anni».
In mezzo a un tale caos, pochi hanno notato Jim Reinstein che entrava spingendo la sedia a rotelle dell’amico Mike Millard. «Lo sceriffo era un vero bifolco, uno totalmente anti-hippie», racconta oggi Reinstein. «C’era una sorta di percorso a ostacoli da fare per via della security, i ragazzi venivano fermati per un paio di spinelli, ma noi siamo siamo riusciti a entrare».
Una volta dentro il palazzetto, i due sono andati in bagno dove Millard ha tirato fuori un registratore Nakamichi 550 grande quanto un elenco telefonico. Lo teneva nascosto sotto il sedile della sedia a rotelle, insieme a batterie e a un paio di microfoni AKG 451E che aveva piazzato in una borsa sotto una pila di vestiti. «A quelli dei controlli diceva che aveva problemi intestinali e quindi aveva bisogno di un cambio», racconta Reinstein. «Sopra la pila di vestiti aveva piazzato dei boxer e quindi la security non ci metteva mano».

Non era un trucco esattamente etico fingere di essere su una sedia a rotelle e registrare il concerto violava le regole del palazzetto, per non parlare della legge. In ogni caso quella sera Millard e Reinstein hanno portato a termine un’impresa storica realizzando la registrazione più pulita di tutte le 29 date del tour di Wish You Were Here. Il nastro è girato tra i fan dei Floyd per decenni e la Sony, che l’anno scorso ha acquisito il catalogo della band, lo ha incluso nel box set per il 50esimo anniversario del disco che uscirà venerdì. In una clamorosa dimostrazione di totale mancanza di lungimiranza, i Pink Floyd non avevano registrato professionalmente alcun concerto di quel tour e nemmeno di quello di The Dark Side of the Moon.
Millard si è suicidato nel 1994 e non ha vissuto l’ascesa a figura leggendaria nel mondo dei bootleg. Oltre ai Floyd, ha registrato altri 350 concerti a Los Angeles tra il 1973 e i primi anni ’90. «Sarebbe stato al settimo cielo», dice oggi Reinstein. «Il box set dei Pink Floyd rappresenta la legittimazione del suo lavoro. Non è più un bootleg, è legale».
La prima volta che Reinstein ha visto Millard era alla Long Beach Arena. Il bootlegger stava legando i microfoni a una ringhiera. Era il 19 marzo 1974 e i due erano arrivati in anticipo per vedere gli Yes di Tales From Topographic Oceans. «Essendo appassionato di fotografia e di alta fedeltà mi sono avvicinato. Mi ha detto che viveva a Fullerton a casa della madre. Io stavo a Placentia all’epoca, a pochi chilometri di distanza. Con lui c’era un amico che filmava lo spettacolo in 8 millimetri. Ci siamo poi incontrati tutti e tre da Mike per sincronizzare le riprese con la registrazione audio. È così che siamo diventati amici».
Non avrebbero potuto incontrarsi in un periodo e in un luogo migliori. Los Angeles era l’epicentro rock negli Stati Uniti e la metà degli anni ’70 era l’epoca di massimo splendore per le band che veneravano come Genesis, Yes, Led Zeppelin, Pink Floyd. Tutti i grandi del rock che erano in tour passavano da L.A. e spesso facevano più date. Millard e Reinstein spendevano in biglietti tutto quel che avevano. La passione era tale che vedere i concerti non bastava.
«Volevano portarsi a casa un ricordo dello show, un po’ come quando negli anni ’80 ci si portava a casa dalle vacanze al mare diapositive e gadget», dice Erik Flannigan, scrittore e archivista che ha scritto le note del box set di Wish You Were Here. «La loro vacanza era quella lì, era andare ai concerti. Ed era un’esperienza che volevano rivivere, con Mike che si chiedeva come fare registrazioni di alta qualità».
All’inizio le cose andavano lisce. Posti come la Long Beach Arena non battevano ciglio quando Millard entrava coi suoi microfoni e il registratore portatile TC-153SD. A un certo punto però i negozi di dischi hanno iniziato a vendere bootleg su vinile prodotti da piccole etichette underground – una pratica che Millard detestava – e il personale dei palazzetti e dei locali ha iniziato a effettuare perquisizioni in cerca dei registratori, soprattutto al Forum e alla Los Angeles Sports Arena, là dove suonavano molte delle band amate da Millard e Reinstein.
I più contrari alla pratica dei bootleg erano i Led Zeppelin. Il manager Peter Grant e i suoi sgherri scrutavano la gente in cerca di registratori. I trasgressori venivano allontanati e non sempre in modo garbato. Così, quando i Zeppelin sono arrivati al Forum nel marzo del 1975, Millard ha inventato un trucco. «Ha tirato fuori dal garage la sedia a rotelle del padre e da quella volta abbiamo cominciato a mettere il registratore nel cuscino del sedile. Una volta arrivati nei bagni del palazzetto, lo cablavo da capo a piedi, con due microfoni che spuntavano dal cappello. I fili scendevano lungo la camicia, attraverso i pantaloni e fino agli stivali».
A quel punto Millard si alzava, piegava la sedia a rotelle e camminava lentamente verso il suo posto a sedere, fingendo di avere un qualche disturbo motorio. Il registratore era dentro una grande borsa gialla che piazzava ai suoi piedi. Bastava poi collegare i fili, premere “record” e sperare che la security non notasse i microfoni che spuntavano leggermente dal cappello. «Prima del concerto diceva a quelli che sedevano vicino a lui: “Questi sono il mio nome e il mio numero di telefono. Se non dite niente, vi do una copia della registrazione”», ricorda Reinstein. «Su più di 350 concerti, credo che solo una persona l’abbia fatto».
Millard ha osato registrare il concerto degli Zeppelin dalla primissima fila. «Guardavamo di lato e c’era quel colosso minaccioso di Peter Grant. Sapevamo che se ci avesse scoperti, ci avrebbe massacrati». Erano riusciti ad assicurarsi un posto in prima fila perché erano riusciti a introdursi nel sistema di vendita dei biglietti, che all’epoca venivano distribuiti via posta. «Conoscevamo un tizio di Al Brooks (azienda di ticketing, nda) che lavorava al Roosevelt Hotel a L.A. Avevano posti in ogni settore e noi potevamo scegliere».
Dopo aver testato più posizioni, hanno deciso che la migliore per registrare era la quinta fila. «Siamo diventati decisamente selettivi. La decima fila era lontanissima per i nostri standard. Eravamo in sedicesima fila per i Pink Floyd perché qualcuno aveva detto che usavano il suono quadrifonico. Avevano un mucchio di casse in ogni angolo, quindi potevamo piazzarci un po’ più indietro e registrare al meglio».
Dopo un po’ di anni le venue si sono accorte dello stratagemma della sedia a rotelle e hanno iniziato a fare controlli più accurati all’ingresso. C’erano però addetti alla sicurezza disposti a far sgattaiolare i due da una porta laterale, se naturalmente pagati il giusto. «Sì, li abbiamo comprati», ammette Reinstein, «ma non vuol dire non dovessimo comunque stare attenti a non farci scoprire durante i concerti».
Potevano essere beccati anche uscendo. Per evitare problemi, una volta finito il concerto Millard passava la cassetta a Reinstein. «Non appena si accendevano le luci, ci separavamo, io da una parte e lui dall’altra. Ero diventato esperto nel farmi strada tra la gente fino all’auto». Se anche qualcuno avesse trovato Millard con l’attrezzatura, la registrazione della serata sarebbe comunque uscita. «Dava un certo brivido», ricorda Reinstein. «La ricompensa per le nostre imprese ci aspettava nel baule della sua automobile: una cassa di Heineken ghiacciate. Arrivavamo all’auto, ci infilavamo le cuffie, aprivamo qualche birra e ci ascoltavamo il concerto».
A differenza della maggior parte dei tapers dell’epoca, Millard non era interessato a far soldi. Era un hobby, il suo. E quando faceva copie per amici, inseriva un breve segnale audio in un punto preciso, che annotava con cura. Se una delle sue cassette fosse stata usata per realizzare un bootleg messo in vendita, avrebbe saputo esattamente di chi era la colpa.
«Aveva gusti musicali eclettici. Sì, andava dai Led Zeppelin, ma pure da Chick Corea, Stanley Clarke, Joni Mitchell, Pretenders. È famoso per i grandi concerti rock, ma la sua registrazione migliore è di Chick Corea. La gente si chiede perché non ha registrato i Pink Floyd nel 1980 o all’Anaheim Stadium nel 1977, o perché non ha fatto bootleg degli Stones nel 1981. Non li ha fatti perché non era riuscito a comprare i biglietti per i posti che voleva. Se non poteva avere il posto giusto, non registrava. Ecco perché le sue registrazioni sono sempre di un certo livello».
Il tempo ha reso meno nitidi i dettagli, ma si sa che Millard si è preso una pausa di cinque anni dopo essere stato scoperto dalla security nel 1983. Quando ha ripreso nel 1988, Reinstein non era più con lui. «Ho dovuto abbandonare lo stile di vita da rock and roll, perché… diciamo che dovevo uscirne, altrimenti sarei morto nel giro di pochi anni. Mi sono sposato nel 1986. Mike è venuto al matrimonio e a volte veniva a un barbecue o altro a casa mia. Ma abbiamo smesso di andare assieme ai concerti».
Nel periodo in cui Reinstein lo ha frequentato, Millard ha lavorato nel reparto audiovideo del Mt. San Antonio College. «Ricordo che una volta ha detto se che avesse perso il lavoro, avrebbe preferito uccidersi piuttosto che vivere per strada. Non ho dato troppo peso a quella frase, ma col senno di poi era evidentemente un’opzione che aveva preso seriamente in considerazione».
Nel 1994 Millard soffriva di depressione, cercava di curarsi da sé con la cocaina e voleva tornare a lavorare dopo un periodo di disabilità. «Era sotto pressione. Credo che il suo capo non lo sopportasse. Aveva provato a suicidarsi qualche mese prima senza riuscirci». Ce l’ha fatta quello stesso anno, buttandosi di sotto da un edificio.
Per anni l’archivio di Millard è rimasto a prendere polvere in un armadio a casa della madre. La stragrande maggioranza di quelle cassette non era mai stata ascoltata da nessuno al di fuori della sua ristretta cerchia di amici. «Andavo a cena da lei a volte, ma non mi andava di chiederle di quelle cassette anche se in un certo senso erano anche mie, visto che eravamo soci al 50%», racconta Reinstein. «Poi però un amico comune ha fatto amicizia con la madre, che gli ha dato le cassette. Abbiamo pubblicato circa 250 di esse su siti come Dimeadozen e Trader’s Den, anche se alcune erano così vecchie che bisognava estrarre il nastro e rimontarlo».
Quando hanno iniziato a girare per i BitTorrent e poi su YouTube, le registrazioni di Mike “The Mic” Millard sono diventate sinonimo di qualità. E, proprio come all’epoca, nessuno ci ha guadagnato un centesimo.
Può sembrare incredibile, ma una cassetta registrata da un fan con microfoni che spuntavano dal cappello è migliore di qualsiasi registrazione live del 1975 presente negli archivi dei Pink Floyd. Il punto è che la band semplicemente non vedeva alcun valore nelle registrazioni dei concerti. «Registrare in multi-traccia negli anni ’70 era un lavoraccio costoso e complicato», dice Flannigan. «Serviva uno studio mobile, non bastava un solo registratore multi-traccia, ne servivano due. Se ne avevi uno solo e cambiavi il nastro, ti perdevi una parte del concerto. Avere due registratori a 16 tracce, l’alimentazione necessaria, il controllo della temperatura e tutto il resto implicava spendere un sacco di soldi senza nemmeno sapere a cosa sarebbe servito».
Era più economico e semplice creare una registrazione mono o a due tracce direttamente dalla consolle. «Oggi ci sembra ovvio che un artista faccia registrare ogni singolo concerto dal soundboard», dice Flannigan, «ma, di nuovo, a quale scopo? La maggior parte delle registrazioni dal mixer che esistono risalgono a quel periodo, ma erano i fonici a conservarle, non la band».
Una buona registrazione dal pubblico è spesso migliore di una dal mixer perché a differenza di quest’ultima cattura l’acustica della sala. È quel che ha scoperto Steven Wilson dei Porcupine Tree – che ha una carriera di gran successo come remixer di album classici – quando gli è stata data una registrazione di Millard da remixare per il box set di Wish You Were Here.
«Ha tutte le caratteristiche dei bootleg», dice Wilson. «Senti l’ambiente e pochissima separazione stereo, ma è di qualità eccezionale per essere un bootleg. Mike prendeva sul serio il suo lavoro. Siamo fortunati ad averlo, ho fatto il possibile per restaurarlo. Ho ascoltato tutte le versioni digitali fatte negli ultimi 50 anni dalle cassette originali, ho prodotto un master e ho aggiunto un po’ di magia. Non ho cercato di farlo sembrare diverso da quello che è, e cioè un bootleg, ma ho reso più ampia la separazione dei canali stereo, ho migliorato i timbri, ho bilanciato le frequenze più sgradevoli causate dall’acustica della sala. Ho insomma provato a realizzare la versione definitiva della cassetta che gira da 50 anni».
Sono anni che Flannigan è affascinato dalla storia di Millard e ha persino usato un vecchio Nakamichi 550 per registrare un concerto dei National nel 2019, poi pubblicato ufficialmente su cassetta. L’ha accompagnato con il mini-documentario Juicy Sonic Magic: The Mike Millard Method. In futuro spera di realizzare un vero e proprio documentario sulla sua vita. «Ho intervistato tutte le persone tranne una che conoscevano Mike e sapevano che cosa faceva. Ci sono storie incredibili».













