

Foto: Richard Sibbald per Rolling Stone Canada
Nel lungo viaggio che li ha riportati a essere i Rush, Geddy Lee e Alex Lifeson si sono lasciati alle spalle morte, malattia, età, dubbi su se stessi e, nel caso di uno dei due, la marijuana che fumava dal 1966. Non avevano messo in conto la nebbia. Ai primi di giugno erano sul punto di tenere il loro primo concerto dopo 11 anni, il primo del Fifty Something Tour. Nel backstage del Kia Forum di Los Angeles, quella domenica sera, Lee era teso, Lifeson molto meno. «Stranamente non ero nervoso», ricorda il chitarrista. Quand’è arrivato il momento di salire sul palco, gli schermi si sono sollevati svelando due sagome familiari, con tanto di strumenti a doppio manico, avvolte da dense nuvole di fumo. Lifeson ha appoggiato il piede sul pedale del volume, pronto a scatenare le note del crescendo che apre Xanadu.
Mentre il fumo aumentava, Lifeson sentiva il peso dei 12 chili di chitarra sulla schiena, ma non riusciva a vedere nemmeno un tasto dello strumento. Per un attimo quel «non ero nervoso» è diventato quasi panico. A pochi metri di distanza, Lee ha dato un’occhiata a uno specchietto che avrebbe dovuto permettergli di tenere d’occhio la batterista Anika Nilles. Con tutto quel fumo non vedeva niente. «Eravamo immersi nella nebbia», racconta Lee ridendo di quell’assurdità degna di Spinal Tap.
Mezzi accecati ma intenzionati a non lasciarsi intimidire, hanno attaccato il pezzo. Nei primi momenti del suo primissimo concerto con i Rush, Nilles si è lanciata nella lunga sequenza di fill di batteria che introduce Xanadu. Un minuto dopo, stava martellando un riff tortuoso sui tom-tom. Ricorda di essersi detta di non fare cazzate nel momento esatto in cui la mano sinistra ha perso la presa e «ho visto la bacchetta volare sopra i tom». Ha mancato un solo colpo, sufficiente a far accigliare Lee, e ha continuato a suonare con una mano sola. In un millisecondo, è riuscita in qualche modo ad afferrare al volo la bacchetta volata via, a girarla e a continuare a suonare. «Succede che la bacchetta cada», dice imperturbabile, «tutti i batteristi ci sono abituati». («È una professionista», dice Lee, «ha reagito alla grande quella sera»).
Tedesca di Aschaffenburg, Nilles ha 43 anni, ovvero una trentina d’anni in meno dei suoi nuovi compagni di band. Quand’è nata, i Rush si apprestavano a registrare il decimo album Grace Under Pressure. In passato ha sofferto di ansia da palcoscenico, ma nella serata più importante della sua vita era tutto sommato rilassata tanto da sorridere subito dopo aver riacciuffato la bacchetta. L’ha aiutata avere meditato per tre quarti d’ora prima del concerto, come fa sempre per calmarsi. «Un po’ in tutti i pezzi ho dovuto concentrarmi, per non perdermi». Ha cercato di non pensare al contesto. «Mi ha aiutata a non pensare troppo all’importanza di quel posto e del mio ruolo. Essere nel momento, essere presente, essere concentrata».
Il posto che sta occupando, naturalmente, apparterrà per sempre a Neil Peart, morto nel 2020 a causa di un tumore al cervello. Quello di Los Angeles è stato il primo concerto dei Rush senza di lui dal suo debutto avvenuto il 14 agosto 1974. Peart era un virtuoso senza pari, uno dei più grandi batteristi della storia del rock. Le sue parti mostruosamente complesse sono così profondamente radicate nel sound dei Rush che per molto tempo l’idea di sostituirlo è sembrata semplicemente inconcepibile. Era anche l’autore dei testi e ha contributo al più grande power trio canadese con la sua ambizione intellettuale e la sua anima poetica, dopo le prime incursioni nella fantascienza e nel fantasy. “Siamo immortali”, canta Lee in Dreamline del 1991, “solo per un tempo limitato”.

Da sinistra, Alex Lifeson, Anika Nilles, Geddy Lee. Foto: Richard Sibbald per Rolling Stone Canada
Ora, col tour, voleva dimostrare il contrario. Il frontman, bassista e capomastro dei Rush non voleva soltanto riportare in vita la band, aveva ambizioni fuori scala, quasi masochistiche. «Sono fatto così», dice, «sono pazzo». Il gruppo, che dal vivo ora comprende anche il tastierista Loren Gold, avrebbe dovuto imparare più di 40 canzoni, molte delle quali piene di cambi, più di quanti ne contengono interi album di altre band. Hanno quattro scalette tra cui scegliere e sono tutte piene dei brani più difficili del loro repertorio, che è notoriamente ostico da suonare. Il primo lato di 2112 è solo un esempio. La presenza di Gold ha almeno risparmiato a Lee il compito di suonare con i piedi le parti di basso mentre è impegnato con le tastiere, ma continua a suonare alcune parti di synth emblematiche.
«Perché lo faccio? Perché è una sfida», dice Lee, che a luglio ha compiuto 73 anni. «È come ululare alla luna. È dirsi: ho una certa età, sarò ancora capace? I dubbi su noi stessi li abbiamo tutti. Li ha anche Anika e a quanto pare è molto più giovane di noi. Significa essere umani. Dubiti sempre di riuscire a spingerti fino ai tuoi limiti e a suonare al massimo delle possibilità».
Per Lifeson, quella lotta è stata decisamente reale e viscerale. «Nell’ultimo mese di prove mi è capitato di starmene seduto sul bordo del letto alle 2 di notte a pensare: ho preso la decisione giusta? Ce la posso fare? Riesco ancora a suonare? Sono sufficientemente bravo? Non è stato fino a quella domenica, fino a quel concerto che tutto è confluito in una sorta di imbuto e poi è uscito fuori a una velocità esplosiva. È stato in quel momento che ho pensato che ne è valsa la pena. È qui che sono felice di essere. Questa settimana sono stanco, ma sono molto, ma molto felice».
Lee ha sempre avuto voglia di tornare sul palco, fin da quando la band ha chiuso coi concerti nell’agosto del 2015. Mettere in piedi il tour ha significato però affrontare mesi di lavoro estenuante. La figlia Kyla dice di non averlo visto sorridere per un anno e mezzo. «Nella mia storia di musicista, non credo di aver mai provato così tanto, né individualmente né come band», dice Lee. «Ma era necessario essendo un’impresa monumentale… Nell’ultimo mese e mezzo abbiamo fatto lo show 24 volte in 27 giorni. È passato tantissimo tempo dall’ultima volta che siamo saliti su un palco e abbiamo messo cuore e anima nel costruire il concerto e perfezionare le parti. E quando si alza il sipario, semplicemente non sai quale versione di te stesso si presenterà».
Nervosismo a parte, il primo concerto è stato trionfale e il pubblico che ha accolto Nilles quasi con gratitudine. Alla terza e alla quarta serata, ogni traccia di tensione residua è svanita. Lifeson girava per il palco cercando di far ridere la batterista. «Siamo molto più sciolti di quanto non siamo mai stati», dice Lee, «più cazzoni».
Più di una volta, Lee non ha potuto fare a meno di saltare mentre suonava i riff di Red Barchetta o il climax di La Villa Strangiato. Qualcuno gli ha fatto notare che, per un settantenne con davanti molti mesi di concerti in giro per il mondo, forse saltare a quel mondo non è una grande idea? «Sì», risponde con un sorrisetto. «Il mio personal trainer. E mia moglie. E mia figlia».
Un paio d’anni fa Lifeson mi aveva assicurato che non c’era alcuna possibilità che i due chiamassero un batterista per tornare in tour. Lui e Lee avevano appena ricominciato a suonare in privato i pezzi dei Rush, ma era solo per divertimento. Stava registrando con una band chiamata Envy of None, ma per il resto sembrava in pace col proprio status di semipensionato. «Mi sembrerebbe di fare un torto ai fan, sarebbe solo un modo per far soldi». Qualche mese dopo, in un’altra intervista, si è spinto oltre, definendo il tour R40 il culmine della storia del gruppo: «Preferisco essere ricordato per quella tournée piuttosto che tornare e sembrare la migliore tribute band dei Rush al mondo».

La copertina dell’edizione canadese di Rolling Stone
A settembre 2022, Lee e Lifeson hanno suonato insieme per la prima volta dalla morte di Peart durante i due concerti tributo dedicati a Taylor Hawkins dei Foo Fighters. Lo hanno fatto accompagnati da vari batteristi. Avevano già detto chiaramente che i Rush non esistevano più. «È finita, no? È finita», mi aveva detto Lee alla fine del 2020. Dopo aver sentito di nuovo quelle canzoni sotto le dita, diciamo così, non ne erano più tanto sicuri. E non aveva guastato il fatto che Paul McCartney, nel backstage dopo il primo concerto allo stadio di Wembley, li avesse esortati a tornare in tour. Lifeson si era brevemente entusiasmato alla prospettiva, per poi cambiare di nuovo idea. Lee continuava a insistere e, nel frattempo, aveva cominciato a trovare sempre più incomprensibili le dichiarazioni pubbliche dell’amico. «Al è bravissimo a dirti una cosa in faccia e poi a dirne un’altra in pubblico», dice oggi Lee. «E tu pensi: mmm, interessante».
Lifeson alza le spalle. «Effettivamente lo faccio». Sono seduti fianco a fianco nel buio dello studio seminterrato del Sunset Marquis, a West Hollywood, il loro hotel di riferimento negli anni ’70.
Lee prova un affetto sconfinato per il suo migliore amico, ma certe sue dichiarazioni pubbliche non riusciva proprio a tollerarle. «So come si sente e come si è sentito per molto tempo», dice Lee. «Prima di tutto siamo amici. Ma… quando ho sentito questa storia del tributo… Sono le tue canzoni, stronzo! Non è una tribute band! Quelle canzoni sono nostre tanto quanto lo erano ai tempi di Neil. Fanno parte di noi. Le abbiamo nell’anima. Le abbiamo nel cuore. E quando abbiamo ricominciato a suonarle insieme, qualcosa in lui si è risvegliato».
Col senno di poi, Lifeson dice che stava cercando di mandare via stampa dei messaggi che non aveva il coraggio di dire in faccia a Lee. «Forse cercavo di mandare un segnale. Volevo creare un muro impossibile da scavalcare, dicendo: oh no, non voglio essere in una tribute band dei Rush, bla bla bla».
C’erano anche dei motivi di tipo fisico ed emotivo. Dopo due operazioni fallite, aveva sviluppato una gastroparesi, che gli provocava uno stato di nausea continua. Aveva problemi di artrite alle mani, anche se i farmaci riuscivano a tenere la situazione in gran parte sotto controllo. E aveva cominciato a vivere con angoscia l’idea di tornare in tournée. «Una stanza d’albergo può sembrare una prigione. Puoi sentirti molto solo. Non ero sicuro di volerlo fare».
Ha cominciato a cedere l’anno scorso, durante un soggiorno a VivaMayr, una rinomata clinica del benessere sulle rive di un lago nella campagna austriaca, dove il personale mette a punto programmi nutrizionali ipocalorici personalizzati, fa massaggi quotidiani allo stomaco e insegna a masticare il pane 40 volte. Lee lo ha accompagnato «per dargli sostegno morale» e alla fine si è trovato bene, nonostante il divieto di consumare alcool e caffeina. Lifeson ha perso 14 chili nel giro di due soggiorni nella struttura e ha imparato a gestire i problemi digestivi. «Mi hanno rimesso in sesto».
Mentre erano lì, i due hanno allestito uno studio nella stanza di Lifeson, facendosi spedire da casa parte dell’attrezzatura e procurandosi altri strumenti in un negozio di musica locale. Hanno preso a fare musica ogni giorno, finiti i trattamenti. «Abbiamo cominciato a entrarci dentro e lui stava fisicamente bene», racconta Lee, «credo sia stato questo a convincerlo che avremmo dovuto almeno pensarci».
Lee aveva appena finito il suo terzo libro e cominciava ad essere preda di una certa irrequietezza. «Non mi piace non essere impegnato in un progetto, non sto bene se non faccio qualcosa che mi coinvolge. Ho pensato: è ora di scrivere dei testi, è ora di rimettere in moto le dita». L’idea era lavorare a un disco solista, il suo primo dal 2000, forse persino a un tour. Alcuni dei testi che stava scrivendo gli sembravano troppo personali per i Rush, per non parlare del fatto che non cantava parole che aveva scritto lui dai tempi del primo album del gruppo, prima che arrivasse Peart. «Ma a quel punto è scattata la scintilla».
Lifeson ha dovuto ammetterlo. «Quando ci siamo messi lì a suonare, non sembravamo una tribute band dei Rush, ma i Rush. Nella loro forma migliore. Ed era tutt’altra cosa».

Foto: Richard Sibbald per Rolling Stone Canada
A Lifeson mancava ancora un ultimo cambiamento. Ha fumato marijuana per la prima volta quando aveva 13 anni e, salvo alcuni periodi di astinenza, l’erba è stata una compagna costante negli ultimi 20 anni. «In studio mi piaceva, mi sembrava che facesse scattare una creatività diversa rispetto a quando ero lucido». Quattro mesi prima dell’inizio del tour, a 72 anni, ha smesso.
Quando la sera si faceva una canna e prendeva in mano la chitarra, come sua abitudine, «non suonavo granché bene. E ho cominciato ad avere pensieri negativi sui miei mezzi e su quello che ci aspettava. Eravamo a metà del processo, era troppo tardi per saltare giù da una nave che era già salpata. Ho pensato che stava interferendo con il modo in cui dovrebbe funzionare il cervello e con il tipo di concentrazione e disciplina che all’improvviso desideravo».
Ha dato il via a una specie di auto-perquisizione per eliminare tutto il THC. «Mi sono alzato, sono andato in bagno, ho preso tutti i miei barattolini di erba e le pipe e li ho buttati in un sacco della spazzatura. Poi sono andato in cucina, ho preso le pipe e le ho gettate via. Sono andato in studio e ho visto un contenitore di pre-roll e ho pensato: mmm, questi mi piacciono parecchio, forse li tengo, ma poi ho buttato anche quelli. Sono andato a scovare ogni piccola scorta. Alla fine avevo un sacco della spazzatura pieno di pipe, bong ed erba, erba, erba, erba. I miei amici mi hanno detto: “Ma perché l’hai buttata? Dovevi chiamarmi, l’avrei presa volentieri io”».
In principio aveva deciso di astenersi per una settimana, poi per un mese. «Il THC rimane nell’organismo in genere per una trentina di giorni. Arrivato a un mese ho pensato: oddio, magari provo a stare senza per due anni, per tutta la durata del tour». Non se n’è pentito. «L’altro giorno ero sul palco e pensavo: grazie a Dio non fumo più erba, sono molto più lucido. Non rimando le cose come un tempo. La memoria è migliorata. Lo dicono della cannabis, ma non ci ho mai creduto». Ha smesso quasi del tutto anche di bere. «È stata un’esperienza positiva, non me l’aspettavo e speravo che non lo fosse».
L’attenzione ai dettagli di Lifeson può essere pari a quella dell’amico. Per il tour ha deciso di abbandonare gli amplificatori per affidarsi all’emulazione digitale, con suoni configurati in modo da riprodurre con precisione gli amplificatori e gli effetti utilizzati in studio per ogni canzone. «Ha questo cazzo di setup incredibilmente complicato di pedali e suoni», dice Lee, «solo perché vuole che ogni passaggio della canzone sia fedele all’originale».

Foto: Richard Sibbald per Rolling Stone Canada
Lifeson ha continuato a modificare quei suoni per tutta la durata delle prove e Lee non ha sempre apprezzato i ritardi di 30 minuti che ne derivavano. Anche con il tour ormai partito, continua a mettere mano ai preset. «C’è sempre qualcosa che voglio migliorare anche solo un pochino», dice Lifeson. «E mi piace. È questo che mi fa andare avanti. È così che funziona la mia testa».
Lee ride. «È proprio un chitarrista del cazzo. C’è una vecchia battuta su un chitarrista che sta cercando un suono in studio. Il produttore gli dice: “Eccolo, è perfetto!”. E lui: “Ok, lo cambio”».
«Come fai a sostituire una persona insostituibile?». Era questa, nelle parole di Lee, la domanda che aleggiava.
Nell’autunno del 2022, John “Skully” McIntosh, storico tecnico del basso di Lee, è andato in tour con Jeff Beck. Beck aveva ingaggiato una nuova batterista con un bel seguito online, tale Anika Nilles. Scully l’ha notata subito. Ha contattato Lee, che aveva appena suonato ai concerti per Hawkins, suggerendola come possibile collaboratrice.
Lee ha fatto quello che gli era stato suggerito e l’ha cercata su YouTube. Nei video del tour di Beck, Nilles, con gli occhiali da sole, suona con il groove di John Bonham e affronta con disinvoltura i brani più complessi di Beck e i charleston incalzanti di Stratus di Billy Cobham, inanellando una serie di fill micidiali. Nei video di brani solisti come Alter Ego il suo modo di suonare è più tecnico, con parti in continuo cambiamento e un notevole senso della melodia percussiva, mentre gioca con poliritmi e tempi insoliti. C’è persino un video didattico in cui mostra ai batteristi come ragionare sulle quintine.
Lee, che qualcosa di batteria e tempi dispari ne sa, è rimasto colpito. «Ho pensato che era bravissima. Ha un carisma enorme e un suo stile». Si è segnato mentalmente il nome, ma per tre anni, dice, «me lo sono tenuto per me».
Quando Lifeson era ormai pienamente convinto, il chitarrista ha suggerito «altri ragazzi a cui forse stava pensando e che avrebbero potuto funzionare per il concerto», ricorda Geddy Lee, che gli ha chiesto di andare a vedere Nilles. Lifeson ne è stato conquistato. «Capisco cosa ti piace di lei», gli ha detto. «È molto brava». Scully ha fatto la telefonata, una presentazione via Zoom è andata bene e Lee l’ha invitata: «Ti andrebbe di venire a Toronto, provare insieme e suonare un po’?».
Nonostante tutto quel talento, Lee e Lifeson non sono stati completamente convinti fino al quinto giorno di quelle prove informali. Nilles era conosciuta nel suo ambiente, tanto da essere finita sulla copertina di Modern Drummer nel 2017, ma il tour di Beck era stato il suo unico ingaggio di alto profilo. Beck non le aveva mai detto cosa suonare né come farlo, e nei Rush non funzionava così. «Non ero sicura di dover replicare ogni singolo dettaglio», racconta, «oppure imparare bene le parti principali, prendendomi qualche libertà qua e là».

Foto: Richard Sibbald per Rolling Stone Canada
Nei primi giorni, il feeling di Tom Sawyer le sfuggiva, almeno inizialmente, anche se i fill non erano un problema, mentre in Subdivisions continuava ad aggiungere ulteriore complessità alle parti di Peart, già elaborate in maniera certosina. «Tantissime note fantasma in più», dice Lee. «Non credo avesse capito fino in fondo quale era il suo compito». Quando si è resa conto di quanto Peart fosse un «batterista-compositore», le cui parti sono saldamente unite alla musica, «ha cominciato ad ascoltare le canzoni in modo diverso», come dice Lee.
Arrivarci ha significato dimenticare rapidamente alcune delle abilità che aveva conquistato con fatica. Il suo modo elegante di suonare «quelle subdole semicrome» sull’hi-hat, uno degli elementi distintivi di Tom Sawyer, non funzionava. Per ottenere il suono robotico di Peart doveva colpire il piatto con più forza, imprimendo lo stesso impatto a ogni nota e usando l’avambraccio anziché il polso. In alcune vecchie interviste aveva parlato dell’uso della tecnica per compensare la maggiore forza fisica dei batteristi di sesso maschile. Per i Rush, ha deciso di diventare più forte e lo si sente in ogni colpo sul rullante. «Devo suonare facendo più affidamento sulla forza muscolare», dice Nilles, che da mesi si allena con i pesi tra una prova e l’altra.
Anche la sua batteria continuava a crescere e Nilles si è innamorata del suono brutale dei primi dischi dei Rush. «Adoro fare la batterista rock!», aveva detto alla band nelle prime fasi. Il processo ha richiesto un livello di immedesimazione quasi inquietante. «Adesso ho un po’ di Neil dentro di me. La cosa più importante che ho imparato è la parte compositiva. In quello era davvero un genio. Costruiva, costruiva e costruiva continuamente la parte di batteria fino al punto in cui ti chiedi che cazzo sta succedendo».
«Ci sono momenti in cui sono molto orgoglioso di lei», dice Lee. «Perché, diciamocelo, per fare questo concerto devi scendere a qualche compromesso con te stesso perché devi essere fedele alle parti di un altro batterista… ed è un sacrificio».
Per Nilles, la questione è semplice: «Non ho un grande ego, suono quel che è necessario». Questo non significa che stia cercando di clonare le parti di Peart nota per nota. Continua a infilare qualche variazione personale. «Sono una musicista anch’io, col mio carattere e il mio stile, e questa cosa viene fuori anche se non voglio».
Mentre cercavano di abituare Nilles al loro modo di lavorare, Lee e Lifeson hanno acquisito una nuova consapevolezza di quanto il loro approccio musicale potesse essere bizzarro e chiuso. «A volte Anika mi scriveva e mi chiedeva: “In che tempo è questa parte?”. E io rispondevo: “Cazzo, non lo so”», racconta Lee. «Mi sono reso conto che facevamo un passaggio musicale strano in un tempo dispari, ma non avevamo bisogno di contare… Conoscevamo le sfumature delle parti dell’altro in maniera così intima che coglievamo i segnali che ci mandavamo suonando. Lei però non aveva ancora abbastanza familiarità con questa cosa e non poteva cogliere quei segnali. Ora può farlo».

Foto: Richard Sibbald per Rolling Stone Canada
Nilles è cresciuta circondata da batteristi e ha cominciato a suonare a 6 anni. I suoi genitori ne hanno riconosciuto il talento, ma temevano l’instabilità della vita da musicista. Così ha passato cinque anni a studiare come assistente sociale e ha trovato lavoro con i bambini in una scuola materna. Continuava a suonare la sera e nei fine settimana, ma continuava a sentire il richiamo di un’altra vita. A 26 anni ha ricominciato da capo, iscrivendosi alla Popakademie Baden-Württemberg di Mannheim, convinta di essere rimasta indietro rispetto ai compagni più giovani. «Mi sentivo vecchia e facevo schifo», ha detto una volta. Ben presto li ha superati, grazie alla stessa etica del lavoro e alla stessa umiltà che in seguito le avrebbero fatto ottenere l’incarico più delicato del rock. I video in cui suonava sono finiti online diventando virali e il suo successo su YouTube ha richiamato l’attenzione di Jeff Beck. «Non avrei mai pensato che potesse davvero succedere qualcosa di così grande», dice. «Mi sarebbe bastato un normale ingaggio in tour in Germania».
Dopo la morte di Peart, più di un batterista si è fatto avanti con i Rush, cosa che Lee ha trovato offensiva. Nilles non aveva mai desiderato quell’incarico, né aveva mai immaginato di poterlo ottenere; prima dell’audizione non conosceva nemmeno così bene la musica della band. Sono tutti elementi che per i fan giocano a suo favore. È difficile immaginare gli irriducibili e pignoli fanatici dei Rush accogliere con altrettanto entusiasmo un turnista o un batterista superstar preso in prestito da un’altra band. «È fantastico vedere il pubblico accettarla e fare il tifo per lei», dice Lifeson. «Vogliono davvero che abbia successo».
Prima del debutto Nilles ha ricevuto un messaggio dalla vedova di Peart, Carrie Nuttall. «Era un messaggio molto bello. È stato importante sapere che è dalla nostra parte e che non vede l’ora di affrontare con noi questo percorso».
Ora che i primi concerti sono alle spalle, Nilles si sta finalmente concedendo di cogliere fino in fondo la portata del tour. «Sono piena di energia, e sollevata». Ma era già evidente nell’ampio sorriso che le è apparso sul volto dopo aver eseguito alla perfezione i fill di Tom Sawyer. Quando le viene chiesto di ricordare cosa pensasse in quei momenti, scoppia a ridere: «Ce l’ho fatta!».
Prima di ricostruire la band, Lee ha dovuto ricostruire se stesso. «Per dieci anni non ho suonato il basso regolarmente, a livello professionale. Pensavo di essere in forma perché andavo in studio, prendevo uno dei miei miliardi di bassi e pensavo: ah, che bello suonare. Ti sembra di essere in forma, ma non è così, quella non è forma da musicista, non è forma da tour. Lo è solo quando ti vengono i calli e la sera senti le dita che bruciano. Allora sì che sei in forma. Quindi prima ancora che Al accettasse di andare in tour avevo deciso di rimettere in moto le dita».
L’altro compito era più spaventoso. Come faceva un tempo a tirare fuori una voce tanto acuta? Non ne aveva idea e gli toccava scoprirlo. Negli anni ’70 Lee cacciava urla in grado di spaccare gli altoparlanti. Tirava fuori quella voce senza preparazione, né una tecnica consapevole, facendo in qualche modo tutto nel modo giusto (o sbagliato, secondo alcuni critici particolarmente malevoli) per puro istinto. A partire dagli anni ’80 ha ridotto le note acute, anche se arrivava ancora a livelli capaci di mandare in frantumi i vetri nell’ultima strofa di Freewill. Col passare degli anni, il suo vecchio ululato da banshee è diventato sempre più difficile da raggiungere, soprattutto in questo secolo. È una conseguenza naturale dell’invecchiamento, pensava, e ha semplicemente fatto del suo meglio, abbassando occasionalmente qualche tonalità.
Questa volta, dopo oltre cinque decenni di carriera professionistica come cantante, ha deciso per la prima volta di prendere lezioni. Ha cominciato a fare incontri via Zoom con un vocal coach, Mitch Seekins, che lavora da remoto dalla cittadina di Ilderton, in Ontario. Seekins, fan di lunga data dei Rush, ha capito immediatamente che Lee era ben lontano dall’essere pronto. «È stato sconvolgente», dice Seekins. «Era completamente fuori forma. I muscoli non rispondevano più nella parte alta».

Foto: Richard Sibbald per Rolling Stone Canada
Ma il coach aveva comunque ottime notizie: «Potevo sentire che la voce era ancora lì, solo che non riusciva a tirarla fuori. Non era affatto certo che sarebbe riuscito a fare quel che faceva da giovane… ma non c’era stato alcun deterioramento, nemmeno dovuto all’età». Le note acute avrebbero inevitabilmente perso qualcosa della potenza spericolata dei vecchi tempi, ma erano tutte ancora alla sua portata. Il vero ostacolo era convincere Lee che poteva farcela. «La parte più difficile del recupero è quella psicologica», dice Seekins, le cui tecniche sembrano uscite da un insegnamento di Yoda. «È tutto subconscio e se ti sei convinto di non poter fare qualcosa, indovina un po’? Non ci riesci».
Lee, che si tiene in esercizio quattro volte alla settimana, ha cominciato a capire. «Non è diverso dall’andare in palestra e rafforzare i muscoli. Devi rendere forte questo muscolo ed è la cosa su cui ho lavorato: osservare in maniera più analitica come la voce produce un suono e applicare questa conoscenza». Eppure, aggiunge, «ero nervoso all’idea di provare alcune di quelle canzoni».
Si è capito presto che ce la stava facendo. «Ci guardavamo e pensavamo: porca puttana», racconta Dale Heslip, collaboratore di lunga data dei Rush, che ha diretto il filmato d’apertura del tour e progettato il palco. «Come se fosse riuscito a far tornare indietro il tempo».
Man mano che il cantante riacquistava fiducia, si sono aperte nuove possibilità, tra cui quella di reinserire in scaletta la title track di A Farewell to Kings, che non veniva suonata da un sacco di tempo. È ancora la cosa più difficile della setlist sia per Lee che per Lifeson. L’ambizione giovanile ha lasciato loro in eredità cambi di tempo imprevedibili, un’introduzione con chitarra a corde di nylon che fa tremare i polsi, alcuni cambi musicali insoliti durante la sezione dell’assolo di chitarra e una bella lista di altre complessità. «Devo cantare raggiungendo quella cazzo di stratosfera», dice Lee. «Rifare un pezzo così vecchio ti fa sentire insicuro… A questa età la gente si aspetta che tu sia una versione più debole di te stesso e per me è inaccettabile».
Avevano comunque la possibilità di abbassare le tonalità, come fanno con 2112 e Anthem, sostenendo che in quel modo entrambe suonano più heavy. «È in parte una scusa e in parte la verità», dice Lee. Ma hanno analizzato attentamente Freewill e hanno deciso di lasciarla com’era. «Non c’è modo che canti quella canzone se non riesco a fare la terza strofa», dice Lee. «È la strofa più acuta di tutta la serata».
In qualche modo, sera dopo sera, riesce ad arrivare fin lassù. «E i gatti miagolano».
Ci sono ancora momenti durante il concerto in cui Lee si volta e rimane sorpreso nel vedere una bionda sorridente alla batteria. «Continuo ad aspettarmi di vedere dietro di me la faccia concentrata di Neil», dice. In realtà Peart è ancora presente. I momenti più intensi di ogni serata sono Time Stand Still e Bravado, entrambe presentate come tributi espliciti, col suo volto sugli schermi video e la sua voce che si sente poco prima, mentre riflette sul suo approccio intransigente alla vita e all’arte. “Se il sogno viene realizzato”, canta Lee, “anche se tutto è perduto, pagheremo il prezzo, ma non ne conteremo il costo”. L’assolo di Lifeson che segue è a sua volta un tributo. «Deve essere delicato, in qualche modo», dice il chitarrista. «Ed emozionante. E deve avere quel crescendo. Deve arrivare in un luogo positivo».
Anche senza i riferimenti espliciti, la presenza di Peart sarebbe stata impossibile da ignorare. Come mi aveva detto nel 2015, la carriera dei Rush doveva tutto al profondo livello di collaborazione tra i tre, con ciascun membro essenziale. «Sai come funzionano le dinamiche nelle band quando uno scrive tutte le canzoni e riceve tutte le attenzioni», mi aveva detto Peart sorseggiando whisky nel rifugio-garage dove scriveva tutto. «Per me, certo, l’attenzione va al cantante, ma io sono lì, suono, guardo tutti cantare insieme a Geddy le mie parole, capisci? Il coinvolgimento condiviso in quello che facciamo, e la ricompensa e l’apprezzamento condivisi per quello che facciamo, sono enormi, perché nessuna band dura per sempre. I Police. I Talking Heads. Quando una persona finisce per rappresentare la band da ogni punto di vista, alla fine non può durare».

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Se i Rush fossero tornati in tour non molto dopo la morte di Peart, sarebbe stato forse più difficile inserire alcuni dei momenti più leggeri dello spettacolo, dal filmato comico d’apertura alla tradizione di Cartman di South Park che dà il tempo a Tom Sawyer nei panni di Lil’ Rush. «Devi riconoscere l’assenza», dice Allan Weinrib, direttore creativo del tour, nonché fratello di Lee. «Ma in fin dei conti, questi sono Ged e Al che tornano in tour, capisci? Quando decidi di partire, decidi anche che vuoi tornare a divertirti».
«Non volevamo che sembrasse un funerale», dice Lee, che comunque ammette di commuoversi durante un paio di canzoni. «Volevamo che tutti lo ricordassero con gioia e celebrassero la persona straordinaria che era… Ma io sto ancora elaborando la cosa. Se devo cantare i suoi testi, mi sento molto vicino a lui. È impossibile non sentirsi così, a meno di non essere morti dentro. Anche solo parlarne a volte, non riesco a trattenermi. È difficile. C’è una parte di lui che non… Quel dolore non andrà mai via del tutto».
Nuttall e la figlia di Peart, Olivia, hanno assistito ai primi due concerti di Los Angeles. «Per loro è molto difficile», dice Lee. «Stanno ancora soffrendo molto. Per loro assistere a un concerto in cui lo rifacciamo, dopo tutto questo, è difficile, lo capisco».
Anche il poster del tour, realizzato da Hugh Syme, che da lungo tempo disegna le copertine degli album dei Rush, fa riferimento alla situazione. Mostra due uccellini su un filo e un terzo che si allontana in volo. E a quanto pare, racconta Lee, «recentemente mi è successa una cosa con un uccello».
La mattina dopo il primo concerto è entrato nel soggiorno della casa in cui alloggiava e ha trovato un uccello sul pavimento che lo fissava. Era identico a quello del poster, giura. Ha girato intorno al suo letto, si è posato, si è voltato per guardarlo di nuovo ed è uscito dalla finestra. «È stato stranissimo», racconta Lee, che non ha potuto fare a meno di interpretarla come una visita di Peart. «Non sono uno che crede a queste stranezze da misticismo spicciolo, ma è stata una cosa speciale». Ha preso il telefono per mandare un messaggio a Lifeson e, proprio mentre premeva invio, l’uccello è riapparso infilando la testa attraverso una porta aperta. Lo ha guardato ancora una volta prima di volare via definitivamente.
Vista la mole degli scritti di Peart, sembra ragionevole pensare che da qualche parte possano esserci abbastanza testi inediti da costituire la base per nuove canzoni dei Rush. Ma Lee è cauto, e forse anche leggermente a disagio quando gli prospetto questa possibilità. «Non ci ho mai pensato. È una buona domanda». Quanto alla possibilità di nuova musica in generale, «c’è sempre una scintilla, ma non posso permettermi di correre con la fantasia. Abbiamo messo insieme la band per il tour. Una volta finito potremo, immagino, rivalutare la situazione e vedere cosa abbiamo e cosa vogliamo fare. Non riesco a darti una risposta migliore di questa».

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Sugli spalti del Fifty Something Tour si piange e ci si commuove parecchio per Peart e per l’improbabile e temporanea inversione dell’entropia messa in atto dalla band. Il XX secolo e i suoi musicisti continuano a svanire, i Rush invece sono tornati. «È un tour miracoloso», dice Weinrib.
I membri della band non vogliono lasciarsi andare a dichiarazioni enfatiche, ma ne sono consapevoli. «Lo sento sul palco», dice Lifeson. «E lo sento nel pubblico. È bellissimo vedere tutti felici, perché non sono bei tempi quelli in cui viviamo e questo tour rappresenta una piccola fuga. Guardo il pubblico e vedo tutta la famiglia riunita per questo grande picnic, con un sacco di cinque che vengono battuti, risate e lacrime. È bellissimo».
Lee annuisce. «Le persone stanno reagendo a questo tour perché hanno bisogno di qualcosa che succeda qui. E forse in questo momento nel mondo non ce n’è abbastanza». O forse è tutto più semplice di così. «Siamo una rock band. Non siamo in molti a essere ancora in attività». Sorride. «Siamo una band un po’ strana, ma siamo ancora là fuori a cercare di fare rock».
Da Rolling Stone US. Prodotto in partnership con Rolling Stone Canada.