La musica che ha fatto l’America | Rolling Stone Italia
American Icons

La musica che ha fatto l’America

Anche nei momenti più bui, le canzoni hanno indicato agli Stati Uniti la strada da seguire. Uno scritto di Barack Obama

Durante la prima campagna presidenziale sono entrato un po’ in fissa – e forse sono diventato persino superstizioso – con alcuni piccoli riti da fare nei giorni in cui c’era un dibattito. Dovevo fare un po’ di esercizio fisico e ordinare sempre la stessa cena. Una mezz’oretta prima dell’evento mettevo da parte gli appunti e gli elenchi di argomenti che lo staff aveva preparato, mettevo le cuffie e ascoltavo un po’ di musica.

All’inizio sentivo classici jazz come Freddie Freeloader di Miles Davis e My Favorite Things di John Coltrane. Ho poi scoperto che a mettermi nella giusta disposizione d’animo era il rap. Un paio di canzoni che parlavano di sfidare la chance e di giocarsi tutto – My 1st Song di Jay-Z e Lose Yourself di Eminem – erano sempre in rotazione forse perché sembravano adatte alla mia condizione di outsider. Seduto da solo sul retro del suv del Secret Service diretto verso il luogo del dibattito, muovevo la testa a tempo di musica e sentivo dissolversi la pomposità e l’artificiosità del contesto. Tornavo con la mente alle cose per me essenziali: gli amici e la famiglia che mi avevano formato; i valori e gli ideali che mi guidavano; le voci dimenticate di persone sparse per il Paese che mi auguravo un giorno di rappresentare.

La musica ha sempre avuto la capacità di parlare a noi e per noi, come nessun’altra cosa. Ed è per questo che uno dei modi migliori per capire gli ultimi 250 anni di vita americana è ascoltare la musica che ha definito la nostra grande nazione.

Quando centinaia di anni fa le persone in schiavitù furono portate a forza per la prima volta sulle nostre coste, la musica che avevano nel cuore diede loro la forza e il coraggio per affrontare il destino. Gli spiritual non erano puro intrattenimento. Erano, come avrebbe poi scritto W. E. B. Du Bois, “il messaggio articolato dello schiavo al mondo”, un modo per rivendicare l’umanità che altri cercavano di negare.

Quello stesso spirito ha contribuito ad animare il movimento per il suffragio femminile. I canti da manifestazione scritti sulle melodie di Yankee Doodle e America (My Country, ’Tis of Thee) sono diventati parte integrante di marce e picchetti e, dato che tutti conoscevano già le melodie, gli organizzatori non dovevano nemmeno stampare gli spartiti, bastava distribuire il testo nuovo.

Anni dopo, viaggiando sui treni merci durante la Grande Depressione, Woody Guthrie ha sentito le canzoni intonate da chi scappava dal Dust Bowl e dai lavoratori immigrati. Ha scritto This Land Is Your Land in risposta a God Bless America di Irving Berlin, sostenendo che questo Paese apparteneva ai poveri e agli emarginati tanto quanto ai privilegiati e ai benestanti.

È una tradizione che ha trovato la sua espressione più piena durante il Movimento per i diritti civili, che è stato tra le altre cose un movimento di gente che cantava. Le note di We Shall Overcome e di altri gospel riecheggiavano nelle prigioni e negli scantinati delle chiese, creando un legame che nessun manganello o getto d’acqua poteva spezzare. E quando, durante la Marcia su Washington, Mahalia Jackson ha gridato a Martin Luther King Jr. «parlagli del sogno, Martin!», stava facendo ciò che i musicisti hanno sempre fatto nei loro momenti migliori: arrivare alla verità e poi aspettare che noialtri li si raggiunga.

Per tutti gli anni ’60 e ’70 la musica popolare ha continuato a spingere per il cambiamento sociale, ponendo le domande che dovevano essere poste. Durante la guerra del Vietnam canzoni di protesta come Fortunate Son, Blowin’ in the Wind e What’s Going On sono diventate come l’aria che gli americani respiravano. Allo stesso tempo, Okie From Muskogee di Merle Haggard dava voce agli americani della classe lavoratrice che avevano la sensazione che il movimento di protesta non avesse nulla da dire a loro, o su di loro, ricordandoci che in una nazione grande e turbolenta come l’America non possiamo mai presumere che tutti intonino la stessa melodia.

Anni dopo, giovani ragazzi neri e latini del Bronx hanno usato i giradischi per reinventare ancora una volta la musica popolare. Come tutta la musica migliore, l’hip hop non era solo evasione, era giornalismo messo su un beat, con pezzi come The Message di Grandmaster Flash che descrivevano una realtà che gran parte del Paese ignorava. Nei decenni seguenti questo nuovo genere musicale creato da persone che reclamavano dignità e rispetto sarebbe diventato la musica più popolare al mondo.

Naturalmente, nessuna di queste forme di espressione esisteva isolata dal mondo. Il motivo per cui la musica popolare americana è sempre stata ricca ed evocativa, intensa e viva è che riflette il carattere meticcio e poliglotta della nostra società mescolando di tutto, dai ritmi africani al folk irlandese, dalle melodie che si sentivano nelle sale da concerto al blues che si faceva nei juke joint. È per questo che la musica americana continua a rinnovarsi costantemente ed è per questo che, al suo meglio, cattura il pubblico anche oltre i confini, perché contiene elementi provenienti da ogni angolo del mondo.

In parte poiché sperimenta attingendo da così tante tradizioni diverse, la musica americana ha spesso parlato, prima ancora che di politica, delle nostre questioni più pressanti, dei nostri conflitti e delle nostre contraddizioni. E questo non perché i musicisti siano più saggi dei politici, anche se molti di essi lo sono, ma perché la musica segue regole diverse.

La musica non deve conquistare la maggioranza degli elettori. Non deve fare appello a un minimo comun denominatore né presentare un programma in dieci punti. Deve solo essere abbastanza vera perché le persone possano riconoscersi. Deve solo ricordare alle persone che non sono sole con le loro paure e i loro problemi, con le loro speranze e i loro sogni. La musica quand’è grande ha la capacità di farci sentire visti. E fa una cosa ancora più grande: ci aiuta a vedere gli altri, apre i cuori e l’immaginazione morale. E così gli spiritual hanno predicato l’emancipazione prima ancora che fosse firmata la Proclamazione, il rock’n’roll ha incoraggiato l’integrazione prima dell’approvazione del Civil Rights Act, le canzoni di protesta hanno rappresentato l’ingiustizia del Vietnam molto prima che il governo riuscisse ad ammetterlo.

Ancora e ancora, la musica ci ha mostrato la strada. E alla fine l’America l’ha seguita.

Alla Casa Bianca, Michelle ed io abbiamo passato alcune serate a rendere onore e celebrare la musica che ha plasmato l’America, dalla classica al country, dal blues a Broadway, dal gospel alla Motown, dalla musica latina al jazz. E quando abbiamo progettato l’Obama Presidential Center, che aprirà a giugno nel South Side di Chicago, abbiamo incluso uno studio di registrazione e uno spazio per le esibizioni di modo che la prossima generazione di cantanti possa mettere questo Paese davanti allo specchio in tutta la sua bellezza e con i suoi difetti, e guidarci verso un posto migliore.

È sempre valsa la pena cantare l’America e quelle canzoni sono una forma di fede. Fede nel fatto che il nostro improbabile esperimento di autogoverno non sia ancora concluso. Fede nel fatto che l’America sia ciò che noi ne facciamo. Le canzoni cambieranno, ma la mia speranza più grande è che la fede nella nostra democrazia resti immutata e che insieme possiamo continuare il compito magnifico di far sì che l’America diventi sempre più simile a come dovrebbe essere.

Barack Obama è stato il 44° presidente degli Stati Uniti. L’Obama Presidential Center aprirà al pubblico nel South Side di Chicago a giugno. Da Rolling Stone US.