La minaccia silenziosa di chi froda artisti e piattaforme con l’AI | Rolling Stone Italia

Le mani sulla torta

La minaccia silenziosa di chi froda artisti e piattaforme con l’AI

Un americano ha incassato almeno otto milioni creando canzoni fake e riproducendole con i bot. Non è la storia di un eroe che frega le Big Tech, ma la punta dell’iceberg di raggiri ai musicisti che potrebbero valere due miliardi

La minaccia silenziosa di chi froda artisti e piattaforme con l’AI

Foto: Nikita Pavlov/Unsplash

Che si potessero frodare le piattaforme di streaming e di conseguenza gli artisti producendo canzoni con l’intelligenza artificiale lo sapevamo. Che facendolo un singolo soggetto potesse guadagnare milioni di dollari non era scontato. Uno che ce l’ha fatta, ma poi è stato beccato si chiama Michael Smith, è americano e per alcuni ha il fascino del fuorilegge che ha fregato sistema e Big Tech. In realtà la sua storia ha un risvolto spaventoso. Ha cumulato una fortuna con un piano apparentemente semplice che ha seguito per anni: pubblicare musica fatta con l’AI e farla suonare sistematicamente da migliaia di bot su varie piattaforme, in modo da incrementare il numero di stream e quindi i guadagni. Si parla di milioni di dollari sottratti alla “torta” che viene divisa fra gli artisti, quelli veri.

Giovedì scorso Smith, che ha 54 anni e viene dalla North Carolina, si è dichiarato colpevole di frode telematica di fronte a un giudice distrettuale. Ha accettato di restituire la bellezza di 8.091.843,64 dollari. La sentenza definitiva sarà emessa a fine luglio. Rischia cinque anni di reclusione più tre anni di libertà vigilata e una sanzione fino a 250 mila dollari. Nel dichiararsi colpevole, Smith ha ammesso di aver creato non centinaia e non migliaia, ma centinaia di migliaia di canzoni utilizzando l’intelligenza artificiale e di aver poi impiegato migliaia di bot per riprodurle miliardi di volte. Avendo spalmato gli ascolti su una gran quantità di account e di piattaforme è riuscito a eludere i controlli dei servizi di streaming, che negli ultimi tempi sembrano voler intensificare la lotta a frodi del genere. Gli ascolti sono finti, i soldi sono veri.

Pur possedendo una catena di centri medici, si è dedicato alla musica e nel 2017 un suo pezzo intitolato You’re My Kind of Beautiful ha stazionato per tre mesi nella graduatoria delle radio adult contemporary americane, spingendosi fino al numero 35 della classifica generale. È stato in quel periodo che Smith ha iniziato a creare profili fasulli sulle piattaforme di streaming per suonare la propria musica. Ha operato su oltre 1000 account, ognuno dei quali ha riprodotto ogni giorno più di 600 canzoni, chiaramente le sue. Fatti i conti, si parla di oltre 660 mila ascolti quotidiani, che potevano fruttargli oltre 3000 dollari al giorno, quasi 100 mila al mese e oltre 1.200.000 dollari all’anno. Non si è più fermato e anzi l’avvento dell’AI generativa gli ha offerto nuove opportunità. Secondo l’accusa dal 2017 al 2024 ha creato qualcosa come 10 mila account e caricato sulle piattaforme centinaia di migliaia di canzoni create con programmi di intelligenza artificiale. Michael (o Mike) Smith non si è limitato a operare nel buio, ma grazie alla ricchezza accumulata ha intrecciato relazioni con produttori e artisti veri. Arrestato a settembre 2024, è la prima persona finita sotto processo negli Stati Uniti per un reato del genere, ma ci sono già stati casi meno clamorosi in altre parti del mondo, dal Brasile alla Danimarca.

Quella delle frodi operate sulle piattaforme di streaming musicale usando processi automatizzati e musica creata con l’AI è una minaccia silenziosa che erode i guadagni spesso miseri derivanti dalla musica registrata. La piattaforma più attiva nel contrastarlo sembrerebbe la francese Deezer, che sta sviluppando tecnologie proprietarie per identificare e segnalare l’uso di AI nelle canzoni. Secondo i suoi dati, ogni giorno vengono caricati 60 mila pezzi creati con l’intelligenza artificiale, un numero in crescita costante. Apple Music si è accodata, ma con molto meno vigore e ha annunciato che segnalerà le tracce create con l’AI con una speciale tag, ma solo se le etichette e distributori lo indicheranno su base volontaria nei metadati. A gennaio, Bandcamp ha annunciato che «la musica e l’audio generati totalmente o in gran parte da AI non sono consentiti». Secondo uno studio commissionato dalla Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI) a Sparks of Fire Consulting, l’85% dei consumatori di musica in Italia pensa che la musica generata esclusivamente dall’AI dovrebbe essere etichettata in modo chiaro. Per tre consumatori su quattro dovrebbero esserci restrizioni su quello che l’AI può fare e i governi dovrebbero avere un ruolo nell’imporre tali restrizioni.

Sono operazioni di trasparenza più o meno meritorie che però non possono da sole fermare l’attività dei bot, che è ben nota alle piattaforme. In un comunicato di fine gennaio i responsabili di Spotify hanno scritto che stanno creando nuove soluzioni «per prevenire furti di identità, truffe e mancata corrispondenza dei contenuti. L’IA viene sfruttata da malintenzionati per inondare i servizi di streaming di contenuti di bassa qualità per ingannare il sistema e tentare di sottrarre le royalty agli artisti autentici. Pertanto, introdurremo modifiche ai sistemi per la verifica dell’artista, i crediti dei brani e la protezione dell’identità dell’artista», oltre a ritoccare i numeri in base alle frodi scoperte. Gli account fake che creano engagement su Instagram servono a gonfiare i numeri che poi serviranno ad attirare investimenti pubblicitari, i fake su Spotify o Apple Music sottraggono risorse al mercato legale, ovvero alla vostra band preferita.

Il punto quindi non è tanto, non è solo la creazione di musica usando l’intelligenza artificiale, che non è di per sé un reato. C’è chi lo fa in modo trasparente e creativo, ovvero addestrando in prima persona l’AI o ottenendo il consenso da terzi. Si tratta però di una minoranza illuminata di artisti (ne ho scritto qui) che sanno che non si può più tornare indietro e che al posto di subire passivamente la cancellazione dei confini tra vero e falso causata degli strumenti creati dalle multinazionali, bisognerebbe prendere possesso di tali strumenti e usarli in modo etico. Nella maggior parte dei casi, però, l’AI nella musica è usata come scorciatoia creativa o come nei casi di frodi per cumulare stream e guadagni. Questo è il problema maggiore: non l’ascolto da parte di un essere umano di una canzone creata con l’AI senza averne coscienza, ma l’ascolto artificiale creato con i bot.

Gli ascolti artificiali esistono anche senza i contenuti artificiali. Certo, creare un catalogo vastissimo in modo veloce e a basso costo grazie permette di moltiplicare gli stream, ma non è pensabile che il fenomeno dei bot sia limitato alle sole canzoni create con l’AI. Queste ultime hanno però contribuito a industrializzare le frodi nello streaming. Secondo le stime di Beatdapp, un programma che mira a individuare le frodi nello streaming, uno stream su dieci sarebbe fraudolento. È una percentuale incredibilmente alta. L’International Federation of the Phonographic Industry (IFPI) di cui fanno parte le major italiane ha indicato quattro linee guida per arginare il fenomeno. È un programma ragionevole, ma ambizioso in un mondo automatizzato e fatto di numeri spaventosamente alti: implementare la verifica dell’identità di chi fornisce contenuti (lato distributori) e degli utenti (lato piattaforme); utilizzare strumenti sofisticati per individuare, bloccare e mitigare l’impatto di ascolti fake e playlist sospette; verificare i contenuti prima della pubblicazione; condividere informazioni tra i player del settore in modo che i soggetti, una volta identificati, non possano spostare la loro attività fraudolenta da una piattaforma all’altra. La tutela dei contenuti passa dalla possibilità di applicare le leggi esistenti e non sempre gli strumenti per farlo in modo efficace ci sono.

Negli ultimi anni non c’è attore nel sistema che non sia stato accusato di piegare o infrangere le regole: gli artisti che vogliono gonfiare gli stream artificialmente; le etichette che vogliono spingere la loro musica; gli utenti che vogliono guadagnare frodando il sistema; le piattaforme stesse, si veda l’inchiesta di Liz Pelly sugli artisti fake all’interno di Spotify; soggetti terzi che promettono di gonfiare i numeri in cambio di denaro e che sono facilmente contattabili in Rete. Parlandone con Music Business Worldwide Victoria Oakley, CEO di IFPI, ha ammesso di non credere che le misure attuali siano in grado di arginare le frodi. «Quello che troviamo particolarmente frustrante è che si tratta di frodi poco sofisticate e che sarebbero quindi facilmente affrontabili» se solo tutti gli attori lungo la catena del valore dello streaming si unissero e se i decisori politici approvassero leggi che vanno nella giusta direzione.

Una cosa è certa: i ricavi generati grazie ai bot tolgono risorse agli artisti veri facendo diventare più piccola la torta che viene divisa tra gli aventi diritto in base agli ascolti realizzati. I frodati in definitiva sono loro, non le piattaforme che incassano comunque con abbonamenti e pubblicità. Semplicemente, una parte di quello che guadagnano e ridistribuiscono finisce a chi non dovrebbe averne diritto. Potete ascoltare a ripetizione i vostri dischi underground preferiti su Apple Music o Spotify, ma gli 11 o 12 euro del vostro abbonamento vanno comunque a chi fa grandi numeri. Considerato un sistema che non è in grado di remunerare gli artisti piccoli quanto la vendita di supporti fisici, ma se non altro meritocratico giacché premia chi produce musica che la gente effettivamente ascolta, lo streaming corre il rischio di diventare un territorio di conquista non solo delle grandi star pigliatutto, ma anche di pregiudicati, spregiudicati e maneggioni senza scrupoli. A rischio è la credibilità di un sistema molto criticato, ma che sta creando guadagni crescenti, anche in Italia dove nel 2025 sono stati effettuati 99 miliardi di stream e dove gli abbonamenti premium sono cresciuti del 14%.

Le dimensioni della torta stanno aumentando, i sistemi automatizzati permettono ai frodatori digitali di mettere le mani su una fetta. Non sono briciole: secondo Beatdapp ogni anno verrebbero sottratti con le frodi due miliardi di dollari, ovvero il quadruplo del valore di tutto il mercato discografico italiano. Non fa paura?