Il metal come forma di evasione: dentro il nuovo documentario degli Iron Maiden | Rolling Stone Italia
Generazione anti-AI

Il metal come forma di evasione: dentro il nuovo documentario degli Iron Maiden

Dopo 50 anni (più uno) la band racconta tutto, anche i dissidi. Per farlo ha chiamato un osservatore esterno, il regista Malcolm Venville. Bruce Dickinson e Adrian Smith parlano di ‘Burning Ambition’, nei cinema dal 14 maggio

Il metal come forma di evasione: dentro il nuovo documentario degli Iron Maiden

Gli Iron Maiden nel 1983

Foto: Paul Natkin/Getty Images

Nei primi anni ’80 gli Iron Maiden sembravano in missione. Nel giro di pochi anni, la vita in tour ha finito per logorarli, tra stanchezza e litigi. Un nuovo documentario racconta quanto le cose si sono fatte difficili: si vede il cantante Bruce Dickinson supplicare il manager Rod Smallwood di ridurre le date in calendario dicendo che «la voce non la puoi ri-accordare» come uno strumento musicale. Alla fine, sia Dickinson che il chitarrista Adrian Smith lasciano la band nel periodo d’oro (torneranno nel 1999, con rinnovato entusiasmo, e da allora non se ne sono più andati).

Nel documentario Burning Ambition, nei cinema italiani dal 14 maggio, Dickinson paragona la vita in tour a «cinque anni in una gabbia dorata». In una scena avvenuta attorno al 1993, anno in cui ha mollato la band, si chiede: «Vale la pena tutta questa follia?». La sua risposta, oggi, non è retorica. «Vale la pena, sì», dice Dickinson ridendo collegato su Zoom dalla sua casa londinese. «Quando te ne vai e vedi le cose con un certo distacco, capisci che è una cosa figa e che il mondo ha bisogno degli Iron Maiden».

In un’altra scena di Burning Ambition Smith in voiceover ricorda che, al di là dei concerti, alla fine degli anni ’80 «era tutto orribile». Ha lasciato la band nel 1990 per un blocco creativo e anche lui ha cambiato idea dopo aver messo su famiglia e suonato in progetti di breve durata come gli ASAP con Zak Starkey. «Sono riuscito a vedere che cosa rappresentavano gli Iron Maiden», dice da un hotel nelle isole Turks e Caicos, dov’è in tour con gli Smith/Kotzen.

Ultimamente i musicisti degli Iron Maiden si trovano spesso a fare i conti con la loro storia mentre ancora festeggiano il cinquantesimo anniversario caduto nel 2025. Fondati nel 1975 dallo spazzino-diventato-bassista Steve Harris, irrompono nel mainstream sull’onda della New Wave of British Heavy Metal con l’album Iron Maiden del 1980. Quelle canzoni diventano un modello da replicare: riff che galoppano manco si trattasse dell’overture del Gugliemo Tell, cori da stadio e una mentalità stranamente ottimista e combattiva che li rende diversi dai gruppi hard & heavy che li hanno preceduti come Black Sabbath e Led Zeppelin.

Se i Maiden hanno mantenuto la rotta nonostante vari cambi di formazione è grazie alla guida inflessibile del leader di fatto Steve Harris. «Voleva fare le cose a modo suo e noi lo abbiamo aiutato», spiega Smith parlando dei primissimi giorni della band. Da allora sono diventati uno dei gruppi metal più grossi e influenti al mondo, trascendendo il genere anche grazie alle fattezze della mascotte Eddie che oggi vediamo sulle magliette di celebrità come Miley Cyrus e Justin Bieber.

IRON MAIDEN BURNING AMBITION | Trailer Ufficiale

Di solito gli Iron Maiden non amano ripensare al passato. Anzi, hanno la fama di musicisti che snobbano le richieste dei fan che durante i tour vogliono sentire i classici. Vanno spesso in direzione opposta, come quando nel 2006 hanno suonato per intero A Matter of Life and Death. Ancora oggi, Dickinson scrolla le spalle di fronte a chi si lamenta perché gli ultimi album dei Maiden come The Book of Souls e Senjutsu sono troppo progressive. «Ascoltate altra roba», dice ridendo, «viviamo in un mondo libero, più o meno». Ora invece la band sta ripensando alla propria storia e la cosa non ha nulla a che fare con l’annuncio dell’ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame, alla cui cerimonia comunque non parteciperanno perché impegnati col tour in Australia.

La tournée che sta per partire si chiama Run for Your Lives e ha una scaletta che attinge pesantemente al repertorio registrato prima della partenza di Dickinson. Hanno anche organizzato un festival di due giorni, l’Eddfest a Knebworth, Inghilterra, che includerà set di ex membri come Blaze Bayley, che ha sostituto Dickinson negli anni ’90, e il supergruppo Maiden United che vede tra i protagonisti l’ex chitarrista Dennis Stratton, presente solo sul primo omonimo album.

E poi, naturalmente, c’è Burning Ambition, che prende il titolo da un lato B poco noto: per Dickinson il documentario è la prova che il mondo ha ancora bisogno degli Iron Maiden. Per girarlo, hanno concesso l’accesso agli archivi a una persona esterna al loro giro, il regista Malcolm Venville, giù autore di documentari su Lincoln, Roosevelt e Churchill. Grazie alle animazioni con protagonista Eddie e alle interviste con fan illustri tra cui Javier Bardem, Lars Ulrich dei Metallica, Chuck D, Simon Gallup dei Cure, il documentario racconta le origini del gruppo e la costruzione di una fanbase fedele che oggi li segue tra palazzetti e stadi. I membri della band appaiono solo nelle interviste fuori campo. Venville mi spiega via e-mail che il suo obiettivo era mostrare «non solo la loro storia, ma la portata di ciò che hanno costruito».

«Nessun vuole una agiografia degli Iron Maiden», dice Dickinson. «La gente vuole vedere tutto, le cose positive e quelle negative, perché quella dei Maiden è una storia di un’ambizione che brucia, ma è anche la storia di un trionfo sulle avversità e sulla tragedia, e tutte quelle cose tipiche dei rapporti famigliari. Non è una cosa che puoi raccontare dall’interno, perché ognuno vede le cose in modo diverso».

Secondo Adrian Smith, «il film è emozionante. Ci sono anche cose delicate, roba che tocca nervi scoperti». I momenti che lo hanno colpito di più sono quelli che riguardano i membri che hanno lasciato la band e che, a differenza sua e di Dickinson, non sono più tornati: il cantante Paul Di’Anno, la cui voce ha caratterizzato i primi due album dei Maiden, e il batterista Clive Burr, le cui sincopi hanno trasformato i ritmi galoppanti dei Maiden in riff di batteria e che ha lasciato dopo aver registrato il discone The Number of the Beast del 1982. Di’Anno è morto nel 2024, Burr nel 2013. Smith si è emozionato anche vedendo le immagini di Nicko McBrain, il batterista più longevo della band che ha scelto di ritirarsi dalla vita in tour nel 2024, un anno dopo aver avuto un ictus.

Il film contiene filmati d’archivio con battute al vetriolo e commenti malevoli dei diversi musicisti sulle varie defezioni. «È un bagaglio che ti porti dietro mentre fai il tuo viaggio di vita», dice Smith. «Siamo una famiglia e come tutte le famiglie abbiamo avuto le nostre discussioni. La posta in gioco è alta, ma penso che la band abbia una sua integrità. Abbiamo cercato di fare le cose per bene».

Paul Di’Anno con gli Iron Maiden nel 1981. Foto: Paul Natkin/Getty Images

Steve Harris ha espresso qualche dubbio sul film. «Avrebbero dovuto specificare che si tratta di un documentario sugli Iron Maiden e non un documentario degli Iron Maiden, perché non è roba nostra», ha detto di recente. «Non abbiamo esercitato il controllo che di solito abbiamo sulle nostre cose… Da soli lo avremmo fatto in modo lievemente diverso… non dico altro». Per Venville «non c’era l’intenzione di spiegare i Maiden ai fan. Non ne hanno bisogno. Si tratta di mostrare qualcosa di autentico».

Quando Smith ha visto Burning Ambition per la prima volta, i filmati d’archivio lo hanno lasciato a bocca aperta. «Ci sono cose di me di quando ero giovanissimo, sembra un’altra vita».

Il chitarrista è entrato nei Maiden nel novembre del 1980, sei mesi dopo l’uscita dell’album d’esordio. È cresciuto col chitarrista Dave Murray e il suo gruppo, gli Urchin, hanno suonato coi Maiden. Anche se non erano punk («coi punk non ci andavamo d’accordo», ha detto Harris), si sono mossi con una logica DIY, hanno costruito una fanbase con un EP autoprodotto e autodistribuito, The Soundhouse Tapes, e hanno suonato in giro senza sosta. «Abbiamo sempre operato fuori dall’establishment, come una grande band di culto», dice Smith. «I nostri fan si identificano con la nostra lotta, col fatto che ce l’abbiamo fatta prendendo la strada meno comoda».

Quando Smith è entrato nel gruppo, il cantante era Di’Anno, capelli corti e voce rauca, e un’incapacità di reggere lo stress della vita on the road. «Credo sentisse molto la pressione», dice il chitarrista. «Perdeva spesso la voce. La prima impressione che ho avuto quando sono entrato nella band era che fosse un tipo solare e spensierato. Non mi sembrava un duro e nemmeno uno particolarmente ambizioso. Gli piaceva divertirsi. Penso fosse quasi sollevato quando ha mollato». Si ferma e aggiunge: «Spero sia stato felice dopo i Maiden» (la vita di Di’Anno verrà raccontata da un documentario previsto per quest’anno).

Dickinson, che cantava con i Samson, è entrato nel gruppo nel settembre del 1981, sei mesi dopo l’uscita di Killers. La sua voce ha permesso ai Maiden di distinguersi dagli altri gruppi metal. «È come guardare Broadway», commenta Scott Ian degli Anthrax in Burning Ambition. Se Dickinson era la persona giusta per gli Iron Maiden, era per via della sua inarrestabile determinazione. Il suo essere frontman fuori dagli schemi è uno dei motivi che hanno spinto Venville a fare il documentario: «Mentre cantava cose come Hallowed Be Thy Name Dickinson faceva anche il pilota di linea, lo schermidore, il romanziere, il conduttore radiofonico e l’imprenditore».

«L’idea che mentre guidava una delle band più grandi al mondo durante tour mondiali estenuanti, pilotava aerei di linea suggerendo miglioramenti al manuale di addestramento della British Airways dice qualcosa sulla sua mentalità», spiega il regista. «Non fa le cose a metà. E poi c’è Steve Harris che è quasi l’opposto, un perfezionista riservato, ossessivo in modo silenzioso. La tensione tra i due mi è sembrato il motore del gruppo».

Bruce Dickinson. Foto: John McMurtrie

Dickinson non crede di essere tanto diverso da Harris. Lo spirito che emerge dai testi dei Maiden, spesso ispirati alla letteratura, è condiviso dai due. «È una forma di risolutezza, di determinazione che è sicuramente tanto di Steve quanto mia». Quando i medici gli hanno diagnosticato un cancro alla gola nel 2014, la prima domanda di Dickinson è stata: «Quando potrò tornare a cantare?». Alla risposta «circa dieci mesi» ha replicato: «Ci metterò di meno». «Siamo fatti così», commenta Dickinson con un certo orgoglio.

Ora Dickinson sta meglio, con alcuni «pezzi del corpo» rimessi a posto. «Ho due anche in metallo, un tendine d’Achille rotto che mi hanno ricucito cinque anni fa, varie contusioni e qualche acciacco, ma corro ancora come un pazzo e la voce va alla grande. Ho appena finito un disco solista: abbiamo fatto 16 tracce in 21 giorni, tutte al 100% dal vivo. Siamo la generazione anti-AI».

Dickinson crede che lo scopo ultimo degli Iron Maiden – fare grandi spettacoli dal vivo – sia «evasione senza alcuna vergogna. È come quando vai al cinema. Non mi va di vedere un documentario su Bono che salva i bambini africani, per quanto meraviglioso possa essere. Voglio vedere Jason Statham che ammazza i i cattivi. La gente sceglie gli Iron Maiden perché vuole quella cosa lì».

Burning Ambition spiega come gli Iron Maiden abbiano fatto di questa idea di fuga una missione, attingendo abbondantemente ai filmati della loro VHS Iron Maiden: Behind the Iron Curtain che documenta il tour del 1984 in Polonia, Ungheria e Jugoslavia. «Abbiamo sempre cercato di andare in posti dove nessuno era stato prima», spiega Smith. «Quel pubblico non aveva mai visto niente di simile. Conosceva un po’ della nostra musica, ma provavo quasi pena per loro. Vivevano in una condizione di austerità durissima. Ricordo di essere andato nel miglior hotel di Varsavia e avevano una sola cosa sul menù».

«Diamo alla gente l’opportunità di fuggire dal mondo di merda in cui viviamo e di stare insieme ad altri esseri umani su un piano di parità, che siano medici, banchieri, idraulici, muratori, di qualunque religione, di qualunque nazionalità, di qualunque colore», dice Dickinson. «Nessuno è escluso».

A metà del documentario c’è una scena d’archivio in cui Bruce Dickinson si spazientisce con un intervistatore che fraintende il testo di Run to the Hills. «È una canzone contro il massacro degli indiani», insiste il cantante. «Il punto è: ecco cos’è successo, non è come nei film western». Si passa poi a Javier Bardem che ricontestualizza la canzone declamando il testo lentamente, come fosse una poesia, dando gravità al racconto in prima persona di un nativo americano Cree che implora libertà dalla schiavitù dei bianchi.

«È un momento in cui dici wow», dice Dickinson. «Il modo in cui ha letto il testo è bello profondo», commenta Smith. «Non lo avevo mai sentito recitare in forma di poesia da un grande attore», aggiunge Dickinson. «Mi ha trasmesso malinconia e tristezza». Secondo Venville, il punto è proprio questo: «In quello che fanno c’è una profondità che non è facile cogliere. Storia, letteratura e filosofia sono incorporate nella musica».

Burning Ambition racconta la storia degli Iron Maiden, ma ci sono momenti come il recitato di Bardem che dimostrano perché hanno una fanbase tanto forte. «La vera rivelazione è il pubblico», dice Venville. «I fan non sono solo un esercito di giubbotti di jeans che fanno headbanging: è una fanbase globale, organizzata, connessa. Si muove quasi come un ecosistema a sé stante».

Alla domanda su quale sia l’effetto che spera Burning Ambition abbia sui fan, Venville risponde semplicemente: «Essere riconosciuti».

In primo piano, Steve Harris dal vivo coi Maiden. Foto: John McMurtrie

La prima voce che si sente nel film è quella di Dickinson che dice al pubblico: «Non importa se sei uomo o donna, musulmano, cristiano, cattolico o ebreo. Non importa. Se sei un fan dei Maiden, sei un fan degli Iron Maiden». Un concetto talmente bello che Venville lo usa due volte.

«Certe cose bisogna dirle», spiega Dickinson, citando i tanti modi in cui le persone hanno frainteso i valori del gruppo per via della poca presenza di donne ai primi concerti, delle accuse di satanismo ai tempi di The Number of the Beast, della Union Jack sventolata durante The Trooper, cose e gesti che i critici hanno interpretato in modo sbagliato. «I Maiden sono come un grande ombrello sotto cui la gente può ripararsi», dice Dickinson. «E una volta sotto l’ombrello, non importa da dove vengono o chi sono. Sotto quell’ombrello sono tutti fan degli Iron Maiden».

«Penso che la gente sarebbe sorpresa di sapere chi sono veramente i fan dei Maiden», dice Smith. «La nuova primo ministro del Giappone è una nostra fan e suona la batteria. Forse siamo riconosciuti un po’ di più dal mainstream adesso. Abbiamo avuto un paio di canzoni in famose serie tv. Non è una cosa che abbiamo inseguito, ma ora la gente ci vede sotto una luce diversa».

Gli Iron Maiden non hanno mai dato peso ai tentativi di rendere onore alla loro storia. Prima dell’ingresso di quest’anno, erano stati candidati due volte alla Hall of Fame, contro cui nel 2018 Dickinson ha usato parole pesanti: «Penso che la Rock and Roll Hall of Fame sia una solenne e totale presa per il culo. È gestita da un branco di americani presuntuosi che non riconoscerebbero il rock and roll nemmeno se glielo si sbattesse in faccia».

Teme forse che un documentario incentrato sulla loro storia possa sembrare il coronamento della carriera degli Iron Maiden? «Quando dici coronamento, non intendi pietra tombale, vero?», chiede ridendo. «Cinquanta è sempre un bel numero simbolico. Non stiamo dicendo che abbiamo intenzione di smettere, ma smetteremo un giorno. È inevitabile. Non sappiamo come succederà, né quando succederà».

Infine, Dickinson trova un altro modo di inquadrare la questione in senso figurato e letterale: «Più che un coronamento, direi che questo documentario è una cornice. Una cornice attraverso cui guardare il resto della nostra carriera».

Da Rolling Stone US.