La canzone più forte del momento è un rap anti-colonialista del 2024 | Rolling Stone Italia
Parole che pesano

La canzone più forte del momento è un rap anti-colonialista del 2024

Accompagnata da un video semplice e potente, ‘Dounana’ di Siba è diventata nelle ultime settimane un inno di resistenza di tutti i Sud del mondo. Uno schiaffo. E una domanda agli occidentali: “Chi sareste senza di noi?”

La canzone più forte del momento è un rap anti-colonialista del 2024

Siba nel video di ‘Dounana’

Foto: YouTube

È apparsa dal nulla, una cosa forte e vera nel nulla dei social. Impossibile ignorare quel video girato in bianco e nero. Una rapper cammina nel cortile del Monopol, l’ex distilleria del quartiere berlinese di Reinickendorf trasformata in un centro culturale. Guarda in camera e sputa parole che nel sottopancia in inglese sono un pugno allo stomaco: “Sradicate le nostre radici, demolite le nostre case, criminalizzate la nostra esistenza, falsificate le nostre origini, ci separate dai nostri cari e massacrate i nostri figli”. Ce l’ha con noi. È la cosa più forte che abbia visto e sentito negli ultimi tempi.

Lei si chiama Siba, il produttore che ha curato la base e girato il video è Monkyman (Felix Spitta), la canzone si intitola Dounana, “senza di noi”. Zero moda, zero pose. Hardcore rap, ma arabo. Una base rock ripetitiva, minacciosa più che cattiva, per niente fighetta, pochi colori ma scuri e netti. E parole che pesano e avanzano come in una marcia inarrestabile, una rivolta verbale contro il colonialismo e qualcosa di più. Dounana è uscita nel 2024, il video verso la fine di quell’anno, ma per gli strani giochi della viralità e complice la situazione politica internazionale ha cominciato a girare su Instagram e X sempre più insistentemente nelle ultime settimane, usata spesso per esprimere la rabbia e l’orgoglio dei figli della diaspora di fronte alle immagini che vengono da Gaga, dalla Cisgiordania, dall’Iran.

Il video è stato girato a Berlino nell’estate 2024 in una sola ripresa. È stato lanciato un casting online per trovare persone provenienti dalla diaspora del Sud globale, di ogni nazionalità, BIPOC (sigla che sta per Black, Indigenous, People Of Color) e membri delle comunità arabe della città. Hanno risposto in centinaia, si sono presentati in una settantina. Attorno alla cantante i figli della diaspora compongono un quarto stato arabo muto, ma incazzato. Appaiono e scompaiono da un unico piano sequenza mentre Siba canta che “date per scontato il nostro sangue e demonizzate i nostri rivoluzionari, rubate la nostra conoscenza, tenete il nostro popolo nell’ignoranza e torturate i nostri spiriti e ci negate i diritti. Colonizzate i nostri Paesi e nominate i nostri governanti, vi appropriate dei nostri beni e bruciate i nostri alberi”. Difficile rimanere indifferenti persino se siete convinti che alimentare il senso di colpa colonialista rappresenti una scorciatoia nella comprensione della storia e che certi rivoluzionari fossero demoni.

Quando la gente scopre il video, regisce. Qualche commento lasciato in arabo, inglese, russo, italiano, spagnolo, tedesco: «un pezzo potente pezzo sull’identità e la resistenza», «sfida la narrazione coloniale e getta luce sull’ingiustizia in corso e interroga il silenzio del mondo», «uno dei pezzi più potenti che abbia sentito negli ultimi tempi», «riassume la storia della Palestina», «non è solo una canzone, è resistenza», «la voce come un’arma, in senso buono», «dignità, coraggio, amore», «forse la canzone più potente di tutti i tempi», «se i figli e i nipoti del mondo colonizzato e brutalizzato nell’arco di generazioni potessero scegliere un inno, forse sarebbe questo». È musica che scuote, finalmente. Sarà un’iperbole, ma si capisce perché qualcuno scrive che «dopo averla sentita non sono più la stessa persona».

Non c’è solo il video ufficiale. La canzone viene montata su immagini di Gaza e dei coloni della Cisgiordania. Qualcuno ha caricato su Instagramun reel in versione Lego, con Trump e Netanyahu al capo dell’impero del male ed eserciti di soldatini assassini al loro servizio. È vero che nel video ufficiale ci sono ragazzi con la kefiah, ma nel testo non c’è un solo accenno a Gaza o alla Palestina o all’Iran, né ad altri posti del Medio Oriente, dell’Asia o dell’Africa. È ovvio però che questo j’accuse alla disumanizzazione dell’altro e alla mentalità occidentale li affraterna tutti. Siba sta parlando a te e siccome lo fa con questa forza non c’è modo che tu possa ignorare questo inno panarabo anti-colonialista: “Bombardate i nostri tetti, ci dipingete come bugiardi e guardate le nostre sofferenze e sminuite la nostra agonia. Ignorate le nostre lacrime e chiudete i nostri occhi, mutilate i nostri volti e negate i nostri sentimenti”.

Lei si chiama Siba Alkhiami, pare che abbia origini siriane e che viva a Berlino, le informazioni sono poche. Ha scritto che tutti gli eventuali proventi raccolti saranno devoluti genericamente a favore di iniziative di aiuto umanitario nel Sud del mondo. «Dounana» ha detto Siba «racconta la storia dei crimini che l’Occidente coloniale ha commesso, e continua a commettere contro l’umanità, le comunità del Sud globale e gli abitanti della Terra. Il video ha l’obiettivo di amplificare le voci delle nostre comunità e mostrare i nostri volti mentre resistiamo uniti al colonialismo. Il singolo è uscito un anno e mezzo fa, ma la rabbia c’è ancora. Quando finirà questo orrore?».

Dopo un anno e mezzo Dounana solo 80 mila stream su Spotify e Siba ha 20 mila ascoltatori mensili e in effetti la canzone esprime tutto il potenziale nel video. In ogni caso, chi se ne frega dei numeri, Dounana ci parla con una forza rara perché dice una cosa semplice e innegabile, una cosa che neanche dovrebbe essere detta: loro esistono. “Distruggete i nostri sogni, oggettificate i nostri corpi e oscurate i nostri cieli e uccidete la pace. Noi resteremo saldi e l’amore vive dentro di noi”. Poi Siba va oltre, ti guarda negli occhi, pone una domanda semplice, ma spiazzante, una domanda che ribalta il gioco dell’identità: “Chi sareste senza di noi?”. Ti costringe a cercare di dare una risposta. La sua è spietata e implacabile come la canzone: “Non esistereste senza di noi, non esisterete senza di noi”.

DOUNANA (without us) SIBA & MONKYMAN