La app che trasforma Spotify in un festival che non si terrà perché usi Spotify | Rolling Stone Italia
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La app che trasforma Spotify in un festival che non si terrà perché usi Spotify

Sui social si festeggia l’arrivo di Instafest e Wrapped, i resoconti sempre più sexy e colorati della musica che abbiamo ascoltato nel 2022. Gli unici a non gioire sono i musicisti

Foto: Krists Luhaers/Unsplash

È quel periodo dell’anno. Quello in cui chiunque conosciate, tranne qualche sociopatico (eccomi) e un pugno d’irriducibili amanti dei supporti fisici, s’appresta a postare sui social il proprio Wrapped.

Anche chi è rimasto fermo al 1992 e non ascolta musica in streaming, però bazzica Instagram, Twitter o Facebook sa di cosa si tratta. Wrapped è il coloratissimo resoconto contenente artisti, canzoni e generi che abbiamo ascoltato più frequentemente su Spotify nel corso dei primi dieci mesi dell’anno. È il periodo, insomma, in cui una multinazionale ci dice che musica sentiamo o, come scrivono i suoi copywriter, ti fa «rivivere il tuo anno insieme alla musica e ai podcast che hanno definito il tuo 2022».

L’idea di Wrapped è semplice ed efficace. Essendo Spotify in possesso dei tuoi dati d’ascolto (dati a cui tu non hai pieno accesso), te li restituisce sotto forma di grafiche e animazioni invitandoti a condividerle sui social. È nato nel dicembre 2016 e col passare degli anni è diventato sempre più sexy e animato e, a parte qualche mugugno e una polemica (la stagista Jewel Ham afferma di avere ideato il meccanismo senza che le sia stato riconosciuto), è diventato il modo in cui chi usa Spotify celebra il proprio rapporto con la musica.

Wrapped è uno strumento di marketing incredibilmente efficace. Nell’ultimo mese dell’anno centinaia di migliaia o forse milioni di persone in tutto il mondo fanno pubblicità gratuita a Spotify, aiutando a diffonderne il brand. È come se improvvisamente a dicembre i proprietari di veicoli Ford si mettessero a pubblicare sui social allegre grafiche su quanti chilometri hanno percorso con la loro auto e dove sono stati di preciso, il tutto accompagnato naturalmente dal logo della casa automobilistica.

Messa così fa impressione, ma ancor prima che Wrapped sia reso disponibile, è già tutto un fiorire di post carichi d’aspettative e previsioni. C’è chi anticipa i risultati: qui sarà tutto Taylor Swift. C’è chi è curioso: che tipo d’ascoltatore sarò stato nel 2022? C’è chi scherza sui guilty pleasure che verranno inesorabilmente alla luce e fa un elenco di possibili scuse: colpa del fratello minore, dell’autoplay, di un terremoto, di una tremenda inondazione, delle cavallette.

Non tutti festeggiano allegramente. Prendete Geoff Barrow, musicista e produttore dei Portishead da tempo in prima linea nel denunciare le storture del sistema dello streaming. Scrive su Twitter: «Per favore, ricordate che state promuovendo un’azienda a cui non frega un bel cazzo di niente dei musicisti e che qualora non abbiate un gran seguito dal vivo o non facciate numeri pazzeschi con lo streaming non potete permettervi letteralmente di fare i musicisti a tempo pieno».

Barrow chiude il tweet con vari hashtag tra cui #SpotifyFestival. È un riferimento a un’altra app, sviluppata apparentemente da terzi, che svolge un lavoro simile a Wrapped, ma lo organizza diversamente dal punto di vista grafico. Si chiama Instafest ed è stata lanciata al momento giusto, quando la gente si prepara a celebrare i propri ascolti del 2022 e Wrapped non è ancora disponibile.

Messa a punto da Anshay Saboo, che si descrive come studente della University of Southern California, in cambio della concessione dell’accesso ai vostri dati di Spotify, Instafest genera una grafica che riproduce il tipico cartellone di un festival, come quelli sempre attesissimi del Coachella o del Primavera. La grandezza dei nomi degli artisti (headliner, band di rilievo, cantanti minori) è più o meno proporzionale a quanto avete ascoltato quegli stessi artisti nel corso del 2022.

Barrow non è il solo a lamentarsi della natura paradossale di queste celebrazioni di fine anno. Una delle voci dissenzienti più note (relativamente) è quella di Tom Gray. Fondatore dei Gomez e attivista, Unsung Hero del 2022 per il Music Producer’s Guild UK, risponde su Twitter alla domanda «cos’è questa roba dei finti festival?» in questo modo: «È un triste promemoria della doppia tragedia del crollo degli introiti derivanti dalle registrazioni e dalle tournée».

Tim Burgess dei Charlatans è uno dei musicisti che ha meglio sfruttato le potenzialità di Twitter inventando i #TimsTwitterListeningParty, ascolti collettivi nello stesso momento di un album, in presenza (digitale s’intende) dell’autore che lo commenta twittando assieme al pubblico. Burgess ha postato l’immagine del poster di Instafest senza nomi scrivendo che «forse con i suoi mega milioni, Spotify potrebbe organizzare sul serio un festival o eventi musicali “dal basso”. E riconoscere un compenso adeguato ai creatori che rendono la piattaforma quella che è».

Chi critica Wrapped e Instafest pensa nella migliore delle ipotesi che lo streaming sia la risposta sbagliata a una domanda giusta. Nasce come alternativa legale e user friendly alla pirateria musicale e ha senza dubbio contribuito a risollevare l’industria, creando valore laddove non c’era. Spotify continua a crescere, generando miliardi di dollari, ma non ha ancora una ricaduta significativa sui musicisti medio-piccoli. Le ragioni sono varie e complesse, hanno a che fare con il numero di utenti a pagamento che non ha ancora raggiunto la soglia che permette di remunerare adeguatamente tutti, col prezzo dell’abbonamento, col cosiddetto value gap (la gente ascolta musica su YouTube che genera pochissimi introiti, molto meno di Spotify) e altre variabili.

Tolti certi big e gli introiti realizzati altrove, tra cui gli accordi salvamestiere coi brand, ascoltare i vostri artisti preferiti in streaming al posto di comprare dischi fisici o il merchandise non permette loro di vivere di musica. L’aumento di prezzi e tariffe e la conseguente crisi del mercato dei concerti per gli artisti più piccoli ha peggiorato le cose. Secondo una recente ricerca di Help Musicians effettuata nel Regno Unito nove musicisti su dieci non sono più in grado di permettersi l’acquisto di strumentazione. A fonte di giganti come Taylor Swift che fanno saltare le piattaforme per le troppe richieste, sempre più artisti medio-piccoli si vedono costretti a cancellare i tour.

Spotify Wrapped non mostra solo la nostra propensione a regalare i dati in cambio di una bella animazione e a fare pubblicità gratuita a una multinazionale. È anche la misura del fatto che abbiamo accettato di non remunerare adeguatamente i musicisti che amiamo, aspettandoci che creino canzoni e dischi grandiosi in cambio di qualche like e di 10 euro al mese per tutti quanti, in tutto il mondo. E Instafest è la app che trasforma gli ascolti su Spotify nel cartellone di un festival che non si terrà proprio perché ascolti musica su Spotify.

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