L’uscita del terzo album di Kid Yugi, enfant prodige del rap hardcore italiano, è avvolta da strati di hype dopo il successo da 250 mila copie di Tutti i nomi del diavolo, disco di due anni fa, che nel rap odierno corrispondono almeno a tre ere geologiche. Per l’occasione non poteva mancare (in concomitanza con il lancio di Anche gli eroi muoiono) un documentario sul ragazzo di Massafra, Francesco Stasi – Ciccio per gli amici, che oggi sono diventati i suoi manager, videomaker eccetera – che ci introduce nel suo mondo fin dagli esordi (singolare che, come fece Kanye West, anche Yugi si sia lasciato riprendere in ogni sua apparizione anche quando non era nessuno… ).
Il passaggio più interessante è quando un amico racconta che il sogno del rapper, iscritto alla facoltà di Lettere a Bari, fosse quello di diventare un bibliotecario, perché l’unica cosa che avrebbe dovuto dire è «sshh, fate silenzio». Proprio lui, che ci ha abituati a un rapping torrenziale, in cui citazioni alte e basse, metafore e slang travolgono l’ascoltatore, stordendolo per la quantità e qualità degli input. Anche gli eroi muoiono arriva appunto come una cascata di parole pronte a fare impazzire Genius e tutti i suoi fan: vengono citati Huckleberry Finn, Friederich Nietzsche, Bertold Brecht, ci sono brani intitolati a Chuck Norris e Gheddafi, a Davide e Golia e Tristano e Isotta.
Kid Yugi oggi è epico, lirico, gangsta, emo, dark, eppure credibile, autentico, mica un Frankestein che si nutre di Wikipedia e ChatGPT. A ulteriore testimonianza di questo c’è stata la conferenza stampa di ieri, impressionante per la qualità dell’eloquio del rapper, la lucidità del progetto, l’ironia e la leggerezza dei suoi 24 anni incastrate in una testa adulta e pensante che ragiona sulla pesantezza delle aspettative («per questo nel disco ho deciso di fare morire me stesso, meglio io che tirarla a qualcun altro») e schiva con arguzia la domanda sul coltello in copertina, affilato come quelli che il futuro decreto legge vorrebbe punire («nella copertina il coltello è nelle mani di un morto, non è importante l’oggetto, ma la mano di chi lo impugna»).
Kid Yugi risponde anche sulla violenza, quella dei suoi testi, e soprattutto quella dentro e fuori di noi, citando l’inizio di un suo pezzo nuovo, Per il sangue versato: “Vendetta, paura, violenza, prevaricazione e odio / Onore e rispetto, assenza di perdono / Davvero ci è rimasto solo questo / Davvero non riusciamo a fare meglio / Ed io lo so che la nostra terra è povera / Povera di speranze, ma non servirà annaffiarla con il sangue”. Spiega: «Onore, rispetto, vendetta sono le parole di molti ragazzi di strada, e sono parole ipocrite, la strada è ipocrita».
Noi giornalisti prendiamo appunti, ci stupiamo quando cita a braccio Pirandello, o dice di essere cresciuto ascoltando i CCCP, per questo il disco si apre con la voce di Giovanni Lindo Ferretti in Occitania: è un omaggio a uno dei suoi gruppi preferiti. Non ci stupiamo che parli poco di rap, a parte la passione per Noyz Narcos, e che dica di aver ascoltato molto Guccini durante l’anno e mezzo di scrittura del disco: «Il rap non deve essere ispirato per forza dal rap, meglio il cinema di Tsukamoto», che omaggia in Bullet Ballet, o l’elenco delle sue ultime letture: La luna e i falò di Cesare Pavese, Mishima, Una banda di idioti di John Kennedy Toole. Su tutti spicca Dostoevskij, la sua «orsa polare» – dice proprio così – perché a 13 anni Delitto e castigo, per quello che ne è stato in grado di capire, gli ha cambiato la vita.
E così Kid Yugi rappresenta allo stesso tempo lo spauracchio – per il linguaggio a volte violento, hardcore – e la speranza – per il bagaglio culturale messo in rima – di tanti genitori che “benspensano” rispetto ai loro figli che in cuffia sentono solo rap. Ma come suggerisce lui stesso, «abbassate le aspettative, non ci sono eroi, oggi la meritocrazia è falsa, conta solo chi ha più denaro». Altra sua citazione, a braccio, Kundera (o Kid Kundera? Boh, non controlliamo): «Chi si perde troppo nei pensieri non cambia il mondo».
Quando gli chiedo come mai faccia nei testi spesso rifermento a nomi di un passato prossimo come Craxi, Andreotti o Gheddafi e non citi, chessò, Meloni, Trump, Gaza, lui risponde che «il rap non riesce a fotografare la realtà, le cose devono sedimentare un po’ prima di potersene occupare». Eppure il mondo che descrive è quello in cui viviamo, anche senza nomi ben definiti. Lo dimostra nel ritornello fiume, tutto in apnea, di Gilgamesh: “Droga armi troie Jordan/ Soldi marche cene noia / Auto viaggi hotel orgia / Whiskey fama strada folla / Vita amore morte coca / Sesso ansia Rolex rosa / Studio van bugie vergogna / Nasci cresci figli tomba”. Che poi altro non è che la long version hip hop del ritornello di Morire dei CCCP: “Lavora, produci, consuma, crepa”. Tutto torna, e torna bene. Speriamo solo di non ritrovarcelo tra un po’ di anni ad Atreju con la Meloni…














