Kelsey Lu vuole insegnarci a convivere con i fantasmi | Rolling Stone Italia
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Kelsey Lu vuole insegnarci a convivere con i fantasmi

La cantante e violoncellista americana torna con il primo album in sette anni, dimostrando ancora una volta di essere impossibile da incasellare e da definire, proprio come gli spettri dell’album ‘So Help Me God’. L’intervista

Kelsey Lu vuole insegnarci a convivere con i fantasmi

Kelsey Lu

Foto: Yumna Al-Arashi

Nel 2019 esce Blood, un debutto che sembra arrivare da un luogo tutto suo. Dentro ci sono formazione classica, R&B, sperimentazione elettronica e una voce capace di passare dalla fragilità alla potenza nel giro di pochi istanti. La critica lo accoglie come uno degli esordi più sorprendenti dell’anno trovandosi davanti a qualcosa che non assomiglia a nient’altro in circolazione. E per molti è il primo incontro con Kelsey Lu; un’artista cresciuta tra la disciplina del violoncello classico, fuggita da un’educazione rigidamente religiosa, con all’attivo collaborazioni con Solange, Blood Orange e Skrillex e uno stile difficile da collocare in una categoria precisa. Blood funziona proprio per questo: è un disco che sfugge alle definizioni, capace di tenere insieme spiritualità, desiderio, avanguardia e accessibilità senza sacrificare nessuno di questi elementi. Sembra l’inizio di qualcosa di importante. Ma Kelsey Lu, almeno all’apparenza, sparisce.

Che fine ha fatto da quel momento? Mentre l’industria musicale continuava a misurare il tempo attraverso album, tour, ritorni e cicli promozionali, Kelsey Lu stava lavorando in altro modo. Colonne sonore, performance, collaborazioni con artisti di fama internazionale. E ancora installazioni immersive, partecipazioni a programmi di musei e istituzioni artistiche, fino ad arrivare al cinema. Una traiettoria che rende quasi impossibile descrivere Kelsey Lu con una sola parola. Musicista, certo, ma anche compositrice, performer, autrice di colonne sonore, artista visiva e costruttrice di mondi.

E forse è proprio questo il motivo per cui So Help Me God, il nuovo album dell’artista dopo sette anni di apparente silenzio discografico, non suona davvero come un ritorno. «Le persone amano le storie, adorano i comeback», osserva durante la nostra conversazione. È una frase che racconta molto del modo in cui consumiamo gli artisti oggi. Se qualcosa non viene continuamente aggiornato, pubblicato, raccontato, sembra smettere di esistere. Come se la crescita avesse valore soltanto quando è visibile. Ma So Help Me God nasce proprio in opposizione a questa logica, dal tempo lungo e dall’incertezza, da una crisi che non ha avuto fretta di risolversi.

Kelsey Lu - So Help Me God (Short Film)

E se serve un episodio, come suggerisce l’artista, per aiutare a comprendere la genesi del disco, bisogna partire dalla storia del suo violoncello, anzi, più precisamente dalla sua fine. Nel 2020 lo strumento che aveva accompagnato Kelsey Lu per quasi vent’anni si rompe improvvisamente tra le sue mani. Quel violoncello, come ci racconta, non era per lei solo un oggetto, ma una presenza, un archivio di memoria, una parte della sua identità. «Io e quel violoncello abbiamo affrontato tutto insieme. Quando si è spezzato si è aperto come una ferita, e da quella frattura sono riaffiorate tutte le esperienze che custodiva» E a quel punto tutto sembra crollare contemporaneamente. L’arrivo di una pandemia, il “divorzio” da una major, l’abbandono da parte del management. La fine di strutture personali e professionali che fino a quel momento sembravano stabili. Per giorni, racconta, le diventa impossibile persino alzarsi dal letto. Ed è qui che nasce davvero So Help Me God: non come racconto di una guarigione ma come una resa dei conti.

La prima volta che il pubblico ha incontrato So Help Me God non è stato attraverso una canzone, un singolo, ma durante la Biennale di Venezia, negli spazi di Palazzo Diedo. Lì Kelsey Lu ha presentato Penumbra, una performance immersiva capace di sfuggire, anche questa volta, a ogni categorizzazione. Non un concerto, non una listening session, né tantomeno una semplice anteprima del disco. Ma più un ambiente da attraversare, una soglia, un invito a entrare in uno stato emotivo prima ancora che in una raccolta di canzoni. Il pubblico poteva camminare su della terra rossa che ricopriva il pavimento del palazzo, muovendosi e seguendo l’artista e gli altri performer coinvolti, partecipando inconsapevolmente alla costruzione dell’opera stessa. Quando chiediamo perché abbia scelto proprio questa modalità per il primo incontro con il pubblico, la risposta è immediata: «Volevo che il pubblico si sentisse partecipe e parte integrante del progetto. Dissolvere il concetto di chi sta sul palco e chi è spettatore». Una risposta che permette di comprendere non soltanto Penumbra, ma gran parte del lavoro di Kelsey Lu, dove la connessione è forse il tema più importante della sua pratica artistica, più ancora della spiritualità, della trasformazione, della guarigione. Una connessione con gli altri, con il proprio corpo, con ciò che normalmente resta nascosto sotto la superficie.

Ed è forse proprio da qui che bisogna partire per comprendere So Help Me God, perché, nonostante il titolo possa suggerire una ricerca spirituale, il disco è popolato soprattutto da presenze umane. Amori passati, vecchie versioni di sé, paure che continuano a riaffiorare, fantasmi. Le canzoni sono attraversate da presenze che non smettono mai di tornare che si incarnano in ex amanti, spettri e ombre. La cosa che colpisce è che questi fantasmi non vengono mai davvero sconfitti; non esiste un momento di liberazione definitiva, non c’è nessuna promessa di salvezza. Il lavoro di Kelsey Lu sembra gravitare attorno a una domanda diversa: e se alcune cose non fossero destinate a sparire? E se il vero lavoro non fosse superarle, ma imparare a convivere con esse? «Per molti anni è stata la depressione a guidarmi, insieme alla paura», racconta. E aggiunge: «Oggi restano come passeggeri sulla mia nave, ma ora sono io il capitano».

 

 
 
 
 
 
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Non siamo quindi di fronte a un album religioso, la questione è molto più complessa. L’educazione cattolica continua a risuonare nell’immaginario di Kelsey Lu, ma non come sistema di risposte, piuttosto come spazio di ricerca, come desiderio e strumento di tensione che sfocia in domanda aperte. Il linguaggio spirituale è ovunque: resurrezione, devozione, resa, luce, ombra, ma è una spiritualità che passa sempre attraverso il corpo, il desiderio, il contatto.

Lo stesso vale per l’universo visivo che accompagna il disco. I film realizzati insieme a Savanah Leaf sono popolati da vulcani, vento, fuoco, paesaggi primordiali e corpi immersi nella natura. Immagini monumentali per raccontare esperienze profondamente intime. Quando chiedo perché abbia scelto Lanzarote e una dimensione così epica per accompagnare canzoni tanto personali, la risposta arriva come una dichiarazione poetica: «Quel paesaggio riflette i territori emotivi che tutti portiamo dentro». La natura non è quindi uno sfondo, ma una lingua che serve a dare forma a ciò che normalmente resta invisibile, alla rabbia, alla paura, alla malinconia, alla gioia. Soprattutto alle ombre.

La cosa più affascinante di So Help Me God è che non cerca di offrire soluzioni, non promette una rinascita, non racconta una guarigione e non trasforma ogni crisi in una lezione, ma preferisce restare dentro le domande, accettare la contraddizione. Riconoscere che luce e oscurità non sono opposti, ma parti della stessa esperienza. Alla fine della nostra conversazione Kelsey Lu non si parla di vittoria o del superamento di un ostacolo, ma di pace. Una pace conquistata non eliminando gli spettri, ma imparando finalmente a guardarli negli occhi. In un’epoca che pretende continuamente trasformazioni spettacolari, Kelsey Lu continua a scegliere qualcosa di molto più raro, la complessità e il coraggio di abitarla.