

Juan Atkins a Detroit nel 1990. Foto: Peter J Walsh/PYMCA/Avalon/Getty Images
Non c’è nessuno, nella musica dance, che non abbia un debito incalcolabile con Juan Atkins. È morto nel sonno per arresto cardiaco in una camera d’albergo di Città del Messico, dove avrebbe dovuto esibirsi in un club, in circostanze che ricordano la scomparsa di Frankie Knuckles. È stato come perdere Chuck Berry a soli 64 anni tanto grande e vasta è l’impronta che ha lasciato. È stato il vero architetto della techno, più o meno come Berry lo è stato del rock’n’roll. Ha indicato la strada che avrebbe preso questa musica, ne ha definito strumentazione e fraseggio, ha realizzato dischi che suonano ancora freschi come il giorno in cui sono usciti. Dietro a una sfilza di pseudonimi e gruppi (Cybotron, Model 500, Infiniti, 3MB, Channel One, Borderland), ha creato una musica che, in alcuni casi, ha quasi mezzo secolo eppure evoca ancora il futuro.
Il soprannome di Atkins era The Originator, il capostipite. Glielo avevano dato i colleghi di Detroit, forse la prima e unica volta in cui la scena dance della città si è trovata d’accordo su qualcosa. Da ragazzi, Atkins e Derrick May, il suo migliore amico e pure lui pioniere della techno, preparavano versioni rimontate delle hit del momento per Electrifying Mojo, dj radiofonico locale oggetto di un vero e proprio culto. Mojo ci parlava sopra con messaggi in codice come “Everything’s on the one”, allungando l’ultima parola: in realtà stava dicendo che tutto girava intorno a Juan.
Per tutti gli anni ’70 e ’80 la parola techno è stata usata per indicare più o meno qualsiasi musica venisse fatta coi sintetizzatori, dai Kraftwerk ai Depeche Mode. Ma è stato Atkins a fissare una volta per tutte nel 1988 il significato musicale di quella parola, avendola sempre usata per indicare la propria musica. Quell’anno l’A&R britannico Neil Rushton ha cominciato a raccogliere brani di artisti di Detroit per far conoscere la nuova dance music della Motor City in una compilation che avrebbe dovuto intitolarsi The House Sound of Detroit. Il pezzo di Atkins si chiamava Techno Music e tutti gli artisti della raccolta lo indicavano come la loro stella polare. «Così hanno cambiato il titolo», ha raccontato con laconica naturalezza nel 2012.
La raccolta Techno! The New Dance Sound of Detroit annunciava non solo un nuovo sound, ma anche una sensibilità rivolta al futuro. Da ragazzo Atkins si era avvicinato al sintetizzatore perché, come ha raccontato a The Wire nel 1997, gli faceva immaginare «cosa si proverebbe se un ufo atterrasse davanti a casa». Era innamorato perso della fantascienza e della scienza vera e propria, in particolare dei best seller del futurologo Alvin Toffler Lo choc del futuro (1970) e La terza ondata (1980). Una delle parole-macedonia coniate da Toffler, metrocomplex, ha ispirato il nome dell’etichetta di Atkins, la Metroplex Records.
Atkins ha applicato quella visione proiettata in avanti sia alla musica dell’etichetta, sia alla grafica piena di robot. «La differenza tra Detroit e Chicago è che Chicago era ancora ferma all’epoca della disco», ha detto. «Quando la disco è morta nel resto degli Stati Uniti, a Chicago è andata avanti. La loro musica si basava ancora sul suono disco che veniva dal Philly soul, mentre la nostra elettronica era futuro allo stato puro. Solo futuro. Dal passato non abbiamo preso niente, a parte forse la cassa dritta».
L’uso degli pseudonimi era ispirato all’impero P-Funk di George Clinton. E da lì veniva anche la sua spinta al do-it-yourself. «Non pensavo sarebbe diventata una vera etichetta», ha detto della Metroplex. «L’ho fondata solo per pubblicare i miei dischi, perché le major mi avevano chiuso la porta in faccia. Dopo 30 o forse 60 giorni mi sono detto: va bene, me lo faccio da solo».
I primi dischi a nome Model 500 hanno gettato le basi e definito il suono della techno di Detroit. Brani densi e vorticosi come No UFOs, Night Drive (Time, Space, Transmat) e The Chase (Smooth Mix) delineavano, con una definizione impressionante, la dance che sarebbe arrivata: melodica ma mai del tutto lineare, con hi-hat incalzanti e rullanti che prendono fuoco, un groviglio di corpi che si muovono insieme pur seguendo ciascuno la propria strada.
Per tutta la carriera, da solo o in collaborazione con altri, l’approccio è rimasto lo stesso, dall’avvolgente Jazz Is the Teacher (1992), firmato 3MB insieme ai maestri della techno tedesca Thomas Fehlmann e Moritz von Oswald (la sigla stava per Three Men in Berlin), a Game One (1994), delirante e giocoso, uscito a nome Infiniti con l’olandese Orlando Voorn.
Lo si sente ovunque in Infiniti Collection, la raccolta dei singoli pubblicati con quel nome (Tresor Records l’ha ristampata il 30 ottobre, due giorni prima dell’annuncio della morte di Atkins). La sua musica non è mai stata sciatta, ma nemmeno semplicemente lasciata in mano alle macchine. Pulsa di un sentimento umano ed è interessata all’impeto più che la perfezione. Juan Atkins puntava alle stelle, ma le stelle stesse, e il gesto di tendere verso di loro, contavano più di chi faceva quel gesto. Ora è tra le stelle, ma ci ballava insieme fin dal principio, e la sua musica è destinata a restare eterna come le sfere celesti.