Per novantasette minuti se ne sta quasi sempre in piedi, spostando il suo peso da un piede all’altro con indosso un doppiopetto gessato da jazzista convertito, e parla ininterrottamente con la favella tipica dello sportivo avvezzo a sforzi di tipo endurance che, pur essendo arrivato al traguardo dell’ennesima gran fondo, rimane schizzato di adrenalina e continua a muoversi per inerzia vitale, come se il corpo non avesse ancora recepito il messaggio che sarebbe il momento di fermarsi.
Jovanotti oggi si è presentato al Teatro della Cometa di Roma non tanto per spiegare un nuovo disco o lanciare un tour, ma per attivare una simbologia, per costruire con le sue mani una macchina concettuale in grado di distrarre l’umanità da sé stessa o, perlomeno, dai cantautori che, come ha ricordato, «ricattano il pubblico con grandi messaggi». Parla di futuro e memoria, di biciclette e spiritualità, di salsa e di Dio, di Noè e della madre, del Circo Massimo e di Harlem. Non c’è nulla di lineare, e proprio per questo tutto vibra con una coerenza interna quasi commovente.
Sul palco, accanto a lui, un mappamondo illuminato, un oggetto da bancarella anni ’80 che diventa centro gravitazionale della scena. Lo tocca, lo accarezza, ci poggia sopra il Borsalino come se stesse incoronando il pianeta. E intanto racconta: «Voglio costruire un’arca con dentro il ritmo, la musica, e tutta la meraviglia che possiamo ancora spingere nel mondo prima che cada del tutto a pezzi». L’ha chiamata L’Arca di Lorè. Bella scelta: “Loré” è l’infanzia che torna, è il soprannome scolpito negli zainetti Invicta e nei walkman, è il modo con cui gli amici ti chiamano quando non sei ancora diventato un brand.
Ma l’operazione è assai più complessa. Lorenzo Cherubini ha preso in prestito una delle immagini veterotestamentarie più potenti non per evocare una catastrofe imminente, ma per raccontare un’idea di salvezza attiva, dinamica, rumorosa. Il nome stesso ha un suono insieme biblico e romanesco, come se l’apocalisse fosse una processione religiosa alternativa, in cui si salvano solo quelli che ballano rompendo le righe e non quelli che, appunto, procedono.
La sua Arca di Loré non è fatta di legno di gopher ma di ottoni, cori, biciclette e mappe scolorite. Serve a raccogliere tutto ciò che, secondo lui, vale ancora la pena salvare del mondo – tra cui il ritmo, la vitalità, i musicisti veri con le mani sporche di groove e alcuni sindaci virtuosi di piccoli e medi comuni del Sud Italia (segnatamente quelli che asfaltano ciclabili e tengono ben amplificato il microfono della festa di paese).
Nel corso del suo lungo racconto Jova chiama a raccolta le forze di un mondo in disfacimento — la musica suonata, i viaggi impossibili, la fatica della bici, la lingua dialettale, l’invenzione come forma di salvezza, perfino i suddetti sindaci virtuosi — e le convoca tutte su un palcoscenico, come Noè fa con gli animali nel Midrash, o come facevano i capocomici con le proprie maschere. Evoca i concetti uno a uno, li proietta, li fa collegare (gli amministratori locali via Zoom, disinvolti tipo colleghi di uffici diversi della stessa corporation che non si sono mai visti prima). C’è un assessore che ha asfaltato una ciclabile nuova, c’è chi ha trovato una nuova location verde per ospitare un festival, chi ha ereditato le polemiche del passato e le ha trasformate in azione amministrativa concreta. «Anche voi siete salvi», sottintende, con una serietà che lascia intravedere una carezza.
Mentre lo schermo alle sue spalle proietta diapositive dei fantasmi dei Jova Beach Party passati, viaggi a New York per incidere dischi presenti, incontri speciali per tour in bici futuri, Jovanotti ci spiega che «L’arca è reale. Non è una figura retorica».
È un progetto concreto che durerà fino al settembre 2026, quando compirà sessant’anni, ma che ha già la struttura di un testo sacro. Si comincia con il viaggio: da febbraio, prima all’estero — Marocco, Australia, Congo, Kinshasa, Vienna, Montreux — poi l’approdo in Italia, da Sud, una lenta risalita che parte da Montesilvano e culmina a Roma, passando per Barletta, Catanzaro, Palermo, Napoli. Non è il Jova Beach Party, ci tiene a precisarlo, anche se le feste ci saranno, i villaggi attorno ai palchi pure, e le line-up “assurde” pure. Ma la filosofia è un’altra. Non si tratta di replicare un format vincente. «Non volevo rifare il Beach Party perché non mi piace ripetermi. Alla fine del tour precedente vedevo negli occhi della gente una luce che mi ha fatto pensare: sì, potremmo rifarlo. Ma poi ho sentito il mio corpo, le mie ossa, la mia testa. E ho capito: dovevo cambiare tutto».
Ma al centro di tutto c’è lui. Non il personaggio televisivo, non il meme estivo, ma una figura più sfaccettata, quasi da romanzo di formazione infinito, in cui gli esami non finiscono mai perché, in fondo, non sono mai davvero iniziati. Jovanotti si racconta come un figlio, come un fuggitivo, come un corpo in movimento che ha trovato pace solo viaggiando. «Da piccolo, quando i miei litigavano, io stavo fuori casa il più possibile. Poi ho capito che il conflitto era il loro modo di stare al mondo. Io ne ho scelto un altro».
Tutto è gamba, pedalata, sudore, strada. Il tour italiano-meridionale sarà attraversato da lui fisicamente su due ruote: un Cantagiro post-atomico in bicicletta. «Una volta Gianni Morandi lo faceva in decappottabile, oggi il mezzo figo è la bici. E poi serve per stimolare le amministrazioni a costruire ciclovie. Il futuro del turismo italiano passa da lì», ci ha confidato, continuando nel suo monologo del sellino.
Ma tutto, al tempo stesso, è anche salsa. Così Jovanotti proietta un estratto di Senza se e senza, in versione – appunto – salsa dura, registrata nella Spanish Harlem con la Spanish Harlem Orchestra diretta da Oscar Hernandez. Suonata dal vivo, con una sezione fiati da capogiro. «Avevo preso in affitto uno studio anni ‘70 a New York e ho iniziato a scrivere ai musicisti locali su Instagram. Venite. Suoniamo. A New York c’è la più alta concentrazione di musicisti per metro quadro del mondo. Dopo tre giorni era un disco. E io stavo bene».
Quel disco uscirà giovedì prossimo, il 20 novembre. «Come Dalla fece DallAmeriCaruso, io ho fatto Niuiorcherubini. È tutto suonato. Tutto analogico. Sedici tracce analogiche. Senza pentimenti».
C’è un momento in cui qualcuno gli chiede se questo disco racconta il nostro tempo. Jovanotti risponde con una piega nella voce, un colpo d’ala quasi infastidito: «Si parla troppo dei testi. Qui c’è la musica. C’è il live. Non ci sono soluzioni ai problemi nelle parole. Ma si può danzare. Danzare dove possibile». E qui si capisce che il gesto che sta compiendo non è solo musicale, né solo promozionale. È un tentativo di trasmettere meraviglia in tempi di scetticismo. Un funky preacher: così si definisce. «Non mi interessa spiegare il tempo in cui viviamo. Voglio suonarlo. Voglio ballarlo. C’è troppa serietà retorica, troppa narrativa spiegata a forza. Le parole, oggi, sono come palloncini: galleggiano solo se piene d’aria. Meglio la musica».
E se gli chiedi se tornerà a Sanremo, ti dice che non è previsto, ma che se ci va Fiorello forse ci va anche lui. E se gli chiedi se si sente a suo agio nei panni del “buonista”, si schermisce: «Non mi piacciono i neologismi, non li sento miei. Ma certo che sto coi buoni. Preferisco i buoni alle merde, è evidente».
C’è anche il privato, che sbuca tra una battuta su Gigi D’Alessio («Nelle preferenze dei carcerati di Nisida viene prima Gigi e poi il resto del mondo, anche il rap è secondo a D’Alessio») e una citazione di Borges (“Siamo come sempre alla fine dei tempi”). Quando parla di sua madre, lo fa con una dolcezza antica: «Immagino le sue amiche della parrocchia che l’avrebbero chiamata e le avrebbero detto: tuo figlio è al Circo Massimo. E lei si sarebbe commossa, anche se col giusto distacco. Mi manca».
C’è anche spazio per la commedia dell’assurdo, come sempre. La citazione di Godzilla («Le dimensioni contano», riferendosi a quelle dei suoi palchi), il santino di Mick Jagger tenuto in tour come una reliquia tascabile, il sogno di una jam con il sindaco Gualtieri, purtroppo qui assente («È un grande chitarrista, avremmo potuto improvvisare qualcosa insieme»), e la constatazione che, alla fine, »oò concerto è uno spazio-tempo vivo, non una lezione. Non ricatto la gente con grandi messaggi. Voglio che escano dai miei concerti pieni di energia».
C’è una bellezza disperata in tutto questo. Una forma di esagerazione spirituale, una specie di panico costruttivo. Mentre tutt’intorno a lui il mondo si affanna a dimostrare di essere ancora credibile, autentico, rilevante, Jovanotti ha sottratto un mappamondo da uno scaffale scolastico e lo ha trasformato in una sfera di cristallo per prevedere un futuro. Non necessariamente migliore, ma almeno un futuro.
Certo, si potrebbe obiettare che tutta questa costruzione allegorico-musicale — l’arca, i sindaci, le biciclette, la salsa, i cori festanti — rischi di diventare una gigantesca capsula pressurizzata di gioia a comando, pensata per tenere il pubblico al riparo dal dolore del mondo, una specie di anestesia poetica che trasforma ogni conflitto in un soundcheck, ogni cratere in una pedalata panoramica. A un’epoca in cui ci sono genti che si prendono a bottigliate fuori dai supermercati per il gettone cauzionale di un carrello, Jovanotti risponde con i fiati, i panini, le polaroid dei sindaci col pollice alzato. È una filosofia che non risolverà, non spiegherà, non curerà. Eppure, in un mondo in cui nessuno ha davvero idea di dove stiamo andando, c’è una strana dignità in chi decide di andarci lo stesso, cantando. In fondo, tra l’endorfinarsi a caso su una bici e spararsi a vicenda, con precisione, a mezzo drone, concordiamo: meglio la prima.
L’arca è già salpata. Le ruote girano. I cori risuonano. E chi vuole partecipare a questa festa deve solo capire se è disposto a ballare mentre fuori non piove, grandina.
