Jerry Lee Lewis è vissuto nell’epoca giusta, ma è morto in quella sbagliata | Rolling Stone Italia
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Jerry Lee Lewis è vissuto nell’epoca giusta, ma è morto in quella sbagliata

Pensieri attorno alla scomparsa di uno dei grandi pionieri del rock’n’roll e al «rot in piss» che gli ha dedicato Phoebe Bridgers

Jerry Lee Lewis

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

«Rot In Piss». Le iniziali compongono l’acronimo R.I.P., ma non è il riposa in pace che uno s’aspetta dopo la morte d’un gigante della musica popolare del Novecento. «Rot In Piss» l’ha scritto Phoebe Bridgers sotto al tweet contenente il profilo di Jerry Lee Lewis di Pitchfork. Come dire: marcisca nel piscio e nella vergogna, che venga dimenticata quest’icona bastarda e retriva di un’epoca che ci siamo fortunatamente messi alle spalle.

La morte di Jerry Lee Lewis è di quelle che divide, anche se in modo soft. Divide per lo stile musicale dell’artista e per lo stile di vita dell’uomo. Anni fa la notizia sarebbe stata sconvolgente. Oggi, al netto del fatto che l’uomo avesse 87 anni e che tocchi quindi leggere le solite battutine («ma perché, era ancora vivo?», «oh povero, era tanto giovane»), è accolta da molti con un’alzata di spalle, da altri con parole di fuoco. I media ne parlano, le persone un po’ meno. Sotto una certa età si sta in silenzio, chi sarà mai questo Jerry Lee Lewis, oppure si sputa sull’icona e sul suo passato impresentabile.

Per chi è cresciuto col mito del rock’n’roll anni ’50, il big bang di buona parte della musica bianca che è venuta dopo, il disinteresse verso la morte di Lewis può apparire sorprendente. Stiamo pur sempre parlando di uno dei grandi architetti del rock’n’roll. Per almeno trent’anni ci si è sbalorditi del suo stile pianistico martellante mutuato dal boogie-woogie, per il modo sopra le righe in cui cantava, per le esibizioni pazzesche che quasi nessuno ha vissuto e che tutti o quasi conoscevano per sentito dire, per via di qualche filmato, per la ricostruzione romanzata fatta nel 1989 dal regista Jim McBride nel film Great Balls of Fire!.

Quando Jerry Lee Lewis è apparso sulle scene c’era un mondo da inventare. C’era qualcosa di primitivo nel suo stile, c’era una pulsione sessuale incontenibile e un senso di euforia liberatoria. Siccome quello che faceva Elvis era rockabilly, diceva d’avere inventato lui il rock’n’roll coi singoli del 1957 Whole Lotta Shakin’ Goin’ On e Great Balls of Fire e una parte di ragione l’aveva. Era sia un performer scatenato, sia un pianista killer – anzi, Killer con la maiuscola, il suo soprannome. «Non riuscirei mai a suonare come lui, è troppo veloce», ha detto una volta Elton John. Dopo la morte di Lewis ha scritto che «senza di lui non sarei chi sono oggi».

«Incendiava i pensieri», ha scritto poche ore fa Cesare Cremonini. Il cantautore italiano (e pianista, questa cosa è fondamentale) l’ha ricordato su Twitter per lo stile fatto di tre accordi suonati alla velocità della luce «che hanno cambiato il mondo» e che sono «forme irresistibili (come le curve del mondo) anche per i bambini». La prima cosa è verissima, sulla seconda ho qualche dubbio. Persino certe forme irresistibili col tempo perdono fascino e presa. Lewis aveva 53 anni quando nel 1989 venne in Italia con uno show chiamato The Giants of Rock’n’Roll che comprendeva altri grandi della musica anni ’50 tra cui Chuck Berry, altro rocker controverso. Aveva insomma l’età che oggi hanno Dave Grohl o Jennifer Lopez, ma sembrava già un reperto storico. Figuriamoci nel 2022. Può darsi che quelle «forme irresistibili» siano tali per i bambini. Di sicuro non lo sono per gli adolescenti o i ventenni, e forse nemmeno per i trenta-quarantenni.

Dopo quel 1989 è venuto anche per Lewis il momento del revival grazie all’album di duetti del 2006 Last Man Standing, ma la sua musica è sostanzialmente sparita dal pop in cui viviamo. È in buona compagnia. Nonostante il tentativo di Baz Luhrman di riposizionarlo come icona antirazzista e gender fluid, persino il mito di Elvis non se la cava benissimo e lo stesso si può dire di altri grandi della stagione del rock’n’roll. Nel 2022 la gente non sa che farsene di questi musicisti, un po’ perché la loro musica non sembra avere più alcuna connessione con quello che ascoltiamo e col mondo in cui viviamo, a differenza di certi grandi nomi degli anni ’60 e ’70 che hanno ancora presa sui giovanissimi. E un po’ perché non si riesce a perdonare il grande furto compiuto da questi musicisti bianchi ai danni dei neri. L’idea che la musica nasca dall’ibridazione e quindi anche dall’imitazione e dal plagio non è granché popolare oggi.

Jerry Lee Lewis con la moglie Myra Gale Brown, sua cugina, sposata quando lei aveva 13 anni

Pesa sul giudizio che si dà del musicista la sua vita privata. C’è una battuta di Bob Hope che fa: «Jerry Lee Lewis è diventato padre, ha adottato sua moglie». A 22 anni e senza avere divorziato dalla precedente moglie il musicista sposò illegalmente la cugina Myra Gale Brown, che di anni ne aveva 13. Era la figlia del suo bassista. Il matrimonio è durato dal 1957 al 1970. È stata la donna a chiedere il divorzio a causa non solo dei tradimenti del musicista, ma anche di «ogni tipo immaginabile di abuso fisico e mentale». In una scena del nuovo documentario di Ethan Cohen Jerry Lee Lewis: Trouble in Mind si vede il musicista che, impenitente, corregge un intervistatore: quando l’ha sposata, Myra aveva 12 anni, ne avrebbe compiuti 13 il giorno dopo.

La notizia del matrimonio, emersa un anno dopo mentre il musicista era in Inghilterra, ha fermato, ma non annientato la carriera di Lewis che si è poi reinventato come artista country e performer gospel. Certe cancellazioni non sono definitive. L’efebofilia è rimasta nella biografia dell’artista, un gigantesco elefante nella stanza e tra le altre cose nel 1976 il musicista ha sparato accidentalmente al bassista, ma ogni cosa gli è stata sostanzialmente perdonata, così come un tempo si perdonava quasi tutto agli artisti che conducevano una vita senza alcun freno morale, fino a compiere abusi. Loro comunque restavano nella storia, le vittime sparivano.

Anni fa gli appassionati di musica reagivano alla storia della cugina con un «ma che cazzo» e continuavano a sentire la musica del Killer, riuscivano insomma a separare la vita privata dell’artista dalle note di pianoforte che sparava a raffica e che urlavano sesso, sesso, sesso. In occasione della riapertura al pubblico cinque anni fa del Lewis Ranch vicino a Nesbit, Mississippi il musicista dichiarò, pensando ai fan e forse anche alla propria morte: «Voglio che mi ricordino non per le mie mogli, anche se ne ho avute un bel po’, e certamente non per le mie ville o per i tanti soldi che ho guadagnato e speso. Voglio che mi ricordino semplicemente per la mia musica».

Non oggi. Jerry Lee Lewis è vissuto nell’epoca giusta, in cui tutto era possibile, ma è morto in quella sbagliata.

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