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«Jeff Beck con la chitarra ti scorticava la pelle»

Abbiamo chiesto a Cesareo di Elio e le Storie Tese perché Jeff Beck è stato uno dei più grandi. Ha fatto evolvere la chitarra dal punto di vista concettuale. Unica tecnica ed espressività. E produceva un suono vincente non con gli effetti, ma con le mani

Foto: David Redfern/Redferns

La morte di Jeff Beck si porta dietro il dolore per la scomparsa dell’uomo e la sua futura mancanza dal punto di vista artistico: non ci sarà mai più in circolazione una chitarra così splendida, forte ed espressiva come è stata quella di un grande pioniere del rock. Un uomo molto schivo, ma stimatissimo nell’ambiente. Non credo ci sia chitarrista al mondo che non lo abbia citato almeno una volta nella sua vita. E così viene a mancare un suono unico, dovuto prevalentemente alla sua tecnica. Perché, intanto, suonava con le dita e aveva un uso della leva del tremolo che dava un effetto tra il violino e l’armonica difficilmente paragonabile ad altri. È stato ineguagliato. E anche innovativo: ha sviluppato lo strumento facendosi costruire chitarre su misura che in molti hanno utilizzato o preso a esempio, inventando un particolarissimo capotasto con dei cuscinetti a sfera per far scivolare meglio le corde durante l’uso ossessivo del ponte. Per queste e altre ragioni è stato uno che ha fatto evolvere la chitarra dal punto di vista concettuale, infatti la Fender ha prodotto molti modelli sotto la sua supervisione.

Se mi guardo indietro e penso a quello che posso aver preso da lui, c’è sicuramente il suonare con le dita e il cercare di trovare i suoni più caldi. Beck dalla Stratocaster, che non ha suoni caldi come la Gibson, è riuscito a far emergere dei suoni caldissimi. E questo è un aspetto che ha affascinato moltissimo i chitarristi di tutto il mondo, compreso il sottoscritto, anche grazie ai pickup della Fender che hanno rappresentato degli alleati preziosi. Ma la verità è che, probabilmente, Jeff Beck aveva un suono nella testa che a lui piaceva e che è risultato vincente per tutti. Sembra facile, ma non lo è da realizzare se quel suono non esisteva prima. Lui c’è riuscito. E non è detto che tu abbia in testa un suono vincente, infatti ce ne sono in giro di bruttissimi.

Dal vivo l’ho visto all’Idroscalo di Milano alcuni anni fa quando si esibì con Jennifer Batten, la chitarrista che ha collaborato anche con Michael Jackson, e la prima cosa che mi ha stupito è questa: Beck aveva due pedalini collegati alla testata e alle casse, mentre Batten due “frigoriferi” stracolmi di effetti. Lì ha dimostrato che il suono gli usciva dalle mani e che alla fine servono pochi elementi per esprimerlo nella maniera giusta. Con una strumentazione minimale raggiungeva un suono che, purtroppo, oscurava quello della collega. Infatti Beck era uno che poteva attaccarsi a qualunque amplificatore e avrebbe comunque espresso il suo stile, lo avresti riconosciuto tra mille. Ma non è stato sempre così. Agli inizi si sente che era un po’ più rustico di quello che si è poi espresso al massimo negli anni ’80-’90. Soprattutto durante la collaborazione con Rod Stewart, dalla quale nacque People Get Ready, credo abbia raggiunto la sua vera cifra. Ma forse l’apice è quando ha proposto la sua personale versione strumentale di A Day in the Life dei Beatles. Quello è un brano che consiglio di ascoltare per capire il suono raggiunto, davvero impressionante.

Non bisogna poi dimenticare che Beck, recentemente, ha dimostrato di essere un chitarrista che aveva ancora voglia di divertirsi, per esempio andando in tour con Johnny Depp. Vuol dire che, nonostante i 78 anni, hai l’energia e il coraggio di metterti in gioco. Anche per questo la sua scomparsa improvvisa lascia un vuoto enorme nel mondo della musica, perché se ne va uno dei chitarristi più densi ed espressivi della storia, al di là della tecnica. Uno che quando suonava ti scorticava la pelle. E insieme a Jimi Hendrix e Eddie van Halen, per me è fra i tre più grandi di sempre, non c’è classifica: hanno lasciato solchi incolmabili, fatto suonare la chitarra come nessun altro prima, e sono le più alte espressioni dello strumento persino imparagonabili tra loro, visto che non hanno niente a che vedere l’uno con l’altro. Ma grazie a loro abbiamo capito tutti quante espressioni può generare la sei corde se viene maneggiato da artisti di quel livello.

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