Jennifer Finch era un’adolescente quando ha conosciuto Flea a casa di un’amica. Erano i primi anni ’80, quando i Red Hot Chili Peppers muovevano i primi passi e lui era noto come Mike. «Aveva una luce dentro di sé», mi racconta oggi Flea. «Era intelligente e divertente. Mi ha detto che voleva suonare il basso, così mi sono seduto con lei e le ho mostrato delle cosette per cominciare. Mi ha poi detto che quella è stata la sua prima lezione di basso».
Vederla anni dopo sul palco con le L7 l’ha fatto riflettere su com’era riuscita a mettersi alle spalle una scena infestata dalle droghe. «Essere una sopravvissuta, prosperare, creare arte con tutto quel dolore e tutti quei meccanismi di sopravvivenza è stata un’impresa. È stata un’impresa trasformare tutto questo in una cosa bello che rende felice la gente».
Courtney Love è diventata amica di Finch poco dopo essere arrivata a Los Angeles facendo l’autostop da San Francisco nell’estate del 1983. «La casa di suo padre è la cosa più vicina a una casa che avrò mai», mi racconta in un tributo che sarà pubblicato integralmente a breve. Le due hanno legato grazie ai loro dischi preferiti: dagli U2 e dagli Echo and the Bunnymen tanto amati da Love fino all’hardcore dell’etichetta SST e ai Chili Peppers preferiti da Finch. «Mi trascinava ai concerti. Non c’è stato un solo giorno in cui non sia rimasta accanto a quella strana ragazza del Nord. Avevamo delle chitarre e ci insegnavamo a vicenda a suonare. Le Runaways erano i nostri Sex Pistols».
Dalla quando Finch è morta il mese scorso a 59 anni per un tumore al cervello, le sue compagne nella band, gli amici e le persone che hanno vissuto con lei quella scena hanno ricordato quando profondamente amasse la musica e coltivasse l’amicizia. Emerge anche dall’autobiografia completata poco prima della morte in cui Finch racconta com’è riuscita a mantenere salde le proprie radici punk e a coltivare amicizie con le figure più importanti dell’epoca. Il libro, Shooting Up and Making Out: A Memoir of My Life in LA and L7, scritto con Jeff Alulis, uscirà negli Stati Uniti per Da Capo il 19 gennaio.
Nel libro, Finch racconta l’infanzia turbolenta, segnata da una madre adottiva violenta, che l’ha spinta ad allontanarsi dalla famiglia. Una volta sfuggita alla presa della madre, ha stretto amicizie durature con Love, Flea e altri, si è innamorata del punk-rock, della fotografia e dell’eroina quand’era ancora adolescente. È entrata a far parte delle L7 dopo aver suonato in una band di breve durata con Love e con Kat Bjelland, futura cantante e chitarrista delle Babes in Toyland. «Ci tormentava perché suonassimo assieme prima ancora che la nostra bassista se ne andasse», racconta la cantante e chitarrista del gruppo Donita Sparks. «Era tosta».
Quando Tom Morello era ancora un tizio venuto dal Midwest che cercava di trovare la propria strada a Los Angeles, anni prima dei Rage Against the Machine, Finch lo ha accolto in città e lo ha aiutato a trovare la sua strada come artista. Anni dopo, quando le L7 erano in tour a San Francisco, dove la band i Lock Up di Morello stavano registrando un album, le ragazze passavano del tempo con lui tra un concerto e l’altro. «Mi ha sempre sorpreso che una persona così cool fosse gentile con me», racconta. «Mi rendo conto che in questa frase c’è una bella dose di insicurezza da parte mia, ma lei faceva semplicemente parte di una delle band più fighe di sempre della scena underground di Los Angeles».

Foto: Charles Peterson/Sub Pop
Finch era il tipo di persona che faceva amicizia anche con gli amici degli amici. Su suggerimento di Love ha incontrato Billy Corgan degli Smashing Pumpkins. I due hanno scoperto rapidamente di essere anime affini. «Jennifer mi ha detto molte volte che sentiva che la musica l’aveva salvata e che voleva quella stessa forma di salvezza per le persone con cui entrava in contatto, soprattutto per le ragazze che volevano costruirsi un futuro nella musica», racconta Corgan. «Non si è mai considerata superiore a nessuno o a niente e provava repulsione per l’aura di celebrità istantanea che aveva accompagnato la prima ondata del grunge».
Le L7 erano perfette per una come Finch. Facevano un punk veloce e cattivo, con influenze metal, riff di chitarra facili da ricordare e ritornelli orecchiabili, una formula che hanno perfezionato nell’EP Smell the Magic e negli album usciti in seguito per una major Bricks Are Heavy e Hungry for Stink finiti sia su 120 Minutes che su Headbangers Ball di MTV. Il contributo di Finch alla scrittura dei brani della band emerge in Everglade, un pezzo swamp-grunge che racconta di una ragazza della Florida che prende a botte dei redneck idioti, nella rabbia insofferente di One More Thing e in Shirley, furioso omaggio alla drag racer Shirley Muldowney. “Che ci fa una bella ragazza come te a correre in un posto come questo?”, chiede un uomo in un campionamento presente nell’ultima canzone. La risposta riassume perfettamente la visione di Finch: vincere.
«Aveva un sacco di energia e di stile», dice Sparks. «Sul palco era fantastica, si muoveva in modo pazzesco. Ed era coraggiosa».
Capitolo dopo capitolo, nel libro Finch racconta l’ascesa della band, dai tour in furgone al successo indie di Shove, da Smell the Magic, fino alla fama conquistata su MTV grazie a Pretend We’re Dead e ai concerti coi Nirvana. «Kurt adorava Jennifer, era una delle poche persone con cui parlava più volte alla settimana», spiega Love. Il libro affronta anche l’effetto che la morte di Cobain ha avuto sui suoi amici e su di lei. «Mi ha aiutata a superare quel mese orribile e non mi ha mai lasciata», racconta Love.
Quando le L7 hanno iniziato a decollare all’inizio degli anni ’90, Finch ha lottato per liberarsi dalla dipendenza e ripulirsi, un’impresa particolarmente difficile per una musicista in tour, ma alla quale è rimasta fedele per il resto della sua vita, offrendo al tempo stesso il proprio aiuto agli altri. «Si è impegnata molto in quel senso e credo abbia aiutato altri artisti mettendo a disposizione le proprie conoscenze e la propria esperienza», racconta Kevin Lyman, fondatore del Warped Tour.
Scrive anche della separazione dalle L7 nel momento in cui aumentavano le pressioni sul gruppo e nella sua vita privata. Non fa sconti a chi le ha fatto un torto, parla di aggressioni sessuali e degli uomini che le hanno perpetrate, difende anche i diritti delle donne. «Uno dei primi concerti dei Rage Against the Machine si è tenuto a un evento a sostegno dei diritti riproduttivi organizzato dalle L7, Rock for Choice», racconta Morello. «Ha contribuito a mobilitare attorno a una questione così importante la nostra comunità, che aveva livelli molto diversi di consapevolezza e di interesse politico».
Finch, che ha suonato anche con Other Star People e Shocker, scricve delle malattie che ha dovuto affrontare, tra cui l’adenomiosi e il tumore alla tiroide, ma la storia si conclude con un lieto fine, raccontando di essere finalmnente in pace con la propria vita e con ciò che ha realizzato.
«Quando ammiro le persone capaci di vivere in equilibrio tra l’essere umani e umili, eleganti e premurosi e l’essere guerrieri», dice Melissa Auf der Maur, ex bassista di Hole e Smashing Pumpkins. «Non vedo l’ora che esca il libro di Jennifer. Che tragedia il fatto che sia morta prima che la sua storia potesse essere raccontata con le sue stesse parole».
«Era se stessa ed è il complimento più grande che si possa fare» Flea
Dalla lettura di Shooting Up and Making Out emerge con forza il modo in cui il suo spirito punk, fondato sull’idea che «siamo tutti sulla stessa barca», l’ha guidata nei momenti più difficili. Il libro è pieno di nomi famosi e c’è un capitolo sulla relazione con Dave Grohl, non si prova mai l’impressione di leggere un elenco di celebrità. I suoi amici dicono che è così perché Finch era una figura centrale della scena e perché è sempre riuscita a mantenere un’energia forte e positiva.
«Ho 62 anni e non non mi viene in mente persona più leale di lei», dice Love. «Era una vera amica, che mi ha dato anche la sicurezza di avere almeno una casa in cui sentirmi al sicuro».
«Nelle situazioni di crisi era straordinaria», ricorda Sparks. «Entrava subito in azione, che si trattasse di una gomma bucata del furgone, di un promoter che non voleva pagarci o di qualcuno che doveva andare in ospedale. Io in situazioni del genere mi blocco e penso: cazzo, che facciamo adesso? Lei invece è già fuori dalla porta a risolvere il problema». Flea aggiunge che «era sveglissima. E dolce. Stare con lei faceva stare bene».
Pur riuscendo a mantenere sempre un atteggiamento positivo, solo in età più matura Finch ha capire quale impatto aveva avuto sugli altri. In un capitolo intitolato “Fourteen and Shooting” dedicato a una mostra fotografica con immagini che aveva scattato da adolescente alla scena punk di Los Angeles, riflette su come i media avessero percepito le L7 mentre osserva i visitatori della mostra, alcuni più giovani di quanto fosse lei quando aveva scattato quelle foto, osservare la sua personale visione della storia del punk.
«Cercavano di dare un senso a momenti che non avevano vissuto, mentre io stavo curando un passato che non avevo ancora completamente elaborato», scrive. «Mi ha fatto ripensare al decennio passato con le L7, a quanto abbiamo lottato per trovare un nostro posto, solo per renderci conto che il mainstream non ci voleva tra i piedi. Avevano bisogno che esistessimo come outsider, per rendere più autentiche, per contrasto, le band che avevano ottenuto un maggiore successo commerciale. Eravamo un riferimento, non una rivoluzione».

Nel 1994. Foto: Ebet Roberts/Redferns/Getty Images
Per i suoi amici invece che non è affatto così. Sono convinti che le L7 abbiano comunque innescato un cambiamento, anche se Finch e le sue compagne non se ne rendevano conto. Melissa Auf der Maur ha visto la band per la prima volta a Montréal nel 1991, prima ancora di prendere in mano un basso. «Mi ha colpiuto vedere delle donne esprimere un tale livello di forza e grinta», racconta. «Il rock mi piaceva giù, ma non avevo ancora scelto il mio strumento né deciso di dedicare la mia vita alla musica». Attribuisce proprio a Finch, oltre a Kim Gordon dei Sonic Youth e Jill Emery delle Hole, la rivelazione che «il basso mi stava chiamando».
«Le L7 hanno infranto gli schemi e demolito l’idea che la musica pesante fosse un territorio essenzialmente maschile», dice Corgan, «e lo hanno fatto in un modo che ha trasformato il loro messaggio in un messaggio di unità per tutti».
Chi ha parlato con Finch nei suoi ultimi mesi della sua vita, mentre cercava di accettare la diagnosi di tumore al cervello, che è stata resa pubblica soltanto cinque giorni prima della morte, dicono che sapeva di essere amata. «Ho parlato con Jennifer tre mesi fa: “Come stai?”», ricorda Fat Mike Burkett, cantante e bassista dei NOFX. «Mi ha risposto: “Mike, sto bene. Ho il miglior partner possibile, le persone mi stanno trattando con affetto e sono in pace”. Non era felice della situazione, ovvio, ma aveva capito che impatto aveva avuto sul mondo, quanto fosse importante e quante vite avesse migliorato».
Quando Love ha saputo a giugno della gravità della malattia è andata a stare accanto all’amica e ha passato con lei le ultime cinque settimane della sua vita. «Non avrebbe potuto scrivere da sola un finale così caotico e perfetto», racconta. «Più di cento persone cercavano di entrare, litigando perché sostenevano di essere in lista manco fosse un locale, perché Jennifer aveva più di cento amici pronti a ipotecare la propria casa per lei. C’erano addetti alla sicurezza che si alternavano alla porta… si presentavano stanchi, malati, affamati, persone famose e tantissimi ex fidanzati, tutti pentiti dei loro errori. Lei adorava tutto questo. Tutti la ricordavano con amore e piangevano».
«Alle 4 del mattino, quando il suo corpo ha ceduto e il personale medico ha detto che era arrivato il momento, ho sentito qualcuno dire: “Ma abbiamo ordinato la colazione per le 8 e Flea arriva alle 9”», continua Love, aggiungendo che l’assurdità della scena l’ha fatta persino ridere.
«Mi ha sempre sorpreso che una persona così cool fosse tanto gentile con me» Tom Morello
I fan degli L7 avranno l’occasione di salutare la band in autunno, quando partirà il tour d’addio Last Hurrah. La band aveva già fatto alcune date estive con Tsuzumi Okai al posto di Finch, dopo che la bassista aveva annunciato di dover rinunciare al tour a causa della malattia. I medici, ricorda Sparks, avevano fatto sperare che Jennifer potesse essere presente alle date autunnali. «È una sensazione davvero strana: stai vivendo il lutto e allo stesso tempo devi continuare ad andare avanti», dice. «Mi sono scritta questa frase: “Devo fare solo un piccolo passo ogni giorno. Se riesco a fare un piccolo passo ogni giorno, posso superare tutto questo e possiamo superarlo tutti insieme”. Bisogna affrontare una cosa alla volta».
«Il tour doveva essere una celebrazione gioiosa per dire addio», continua. «Possiamo celebrare Jennifer. Adesso ci saranno sicuramente molte più emozioni in ballo. Stiamo chiudendo la nostra carriera. È quello che Jennifer voleva che facessimo e per questo lo faremo».
Anche l’eredità personale di Finch sta lentamente prendendo forma. «L’ondata di affetto che ha travolto Jennifer e le L7 dopo la sua scomparsa è stata straordinaria, commovente e in qualche modo travolgente», dice Sparks. «Ho spento il telefono per un paio di giorni perché non ce la facevo più. È una cosa pesante, molto pesante».
«Jennifer sembrava sempre se stessa, e questo è il più grande complimento che possa fare a qualcuno», dice Flea. «Sapeva cosa amava e lo inseguiva senza esitazioni. Metteva tutto il suo corpo in ogni nota. Vibrava insieme al suo strumento. Era una vera rocker».














