In Sud America con i Queen e «la Carmen Miranda del rock» | Rolling Stone Italia
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In Sud America con i Queen e «la Carmen Miranda del rock»

Il racconto di un giornalista “embedded” con Mercury, May e compagni nel 1981, cronaca da un altro mondo e da un altro tempo. «La musica è evasione, è come vedere un film. Ascolti le canzoni e le butti via, come assorbenti usati»

In Sud America con i Queen e «la Carmen Miranda del rock»

I Queen a inizio anni ’80

Foto: John Rodgers/Redferns

L’attesa è quella tipica del Grande Evento. Reduci da un anno d’immenso successo, il loro migliore di sempre, i Queen stanno per conquistare il Sud America e voglio assicurarsi che il mondo lo sappia. Non c’è da stupirsi, parliamo di una band che ha fatto dello spettacolo la propria ragion d’essere. Per dire, pochi anni fa in occasione del lancio del tour americano di Jazz hanno organizzato a New Orleans una festa con tanto di incantatori di serpenti, spogliarelliste, travestiti e una donna sovrappeso completamente nuda che “fumava” sigarette coi genitali.

La sorpresa è che i Queen, che hanno una lunga storia di ostilità nei confronti della stampa, hanno accettato di concedere interviste e hanno persino invitato giornalisti dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra, dalla Spagna, dalla Francia e da altri Paesi ad accompagnarli nelle prime date. Perciò eccomi qua, all’aeroporto di Ezeiza, fuori Buenos Aires. Pare di stare in una base militare. Lungo il corridoio che passa per la dogana e conduce all’area ritiro bagagli sono appostati ragazzi col viso coperto da una leggera peluria e che avranno a occhio e croce non più di 16 o 17 anni. Sono tutti in uniforme: stivaloni neri di pelle, di quelli che arrivano a metà polpaccio, pantaloni color beige , camicie e caschi. Imbracciano tutti il mitra.

In Argentina comandano i militari, e il terrore. Secondo Amnesty International, sono circa 15mila le persone “scomparse” dal 1976, quando è stata deposta con un colpo di Stato Isabel, la seconda moglie di Juan Perón. Da allora, tra la dittatura e i gruppi di opposizione, soprattutto peronisti, è infuriata la guerriglia e cittadini sono stati regolarmente prelevati per strada o nelle loro case, portati in centri di detenzione segreti e sottoposti sistematicamente a torture e violenze. Ma come ha scritto V. S. Naipaul nel suo libro The Return of Eva Perón, «in Argentina lo stile è importante; e nella lunga guerra di guerriglia – nonostante il sangue vero, la tortura vera – c’è sempre stato un elemento di machismo teatrale».

Nel caos della dogana noto un uomo di mezza età vestito di grigio – abito grigio, cravatta grigia, capelli grigi – che si fa strada tra la gente gridando qualcosa in spagnolo. L’unica parola che riesco a capire è “Queen” e in effetti sta cercando proprio noi. Ci prende i passaporti, ci fa passare davanti agli ispettori senza che venga aperto neppure un bagaglio e ci conduce al piano superiore, dove c’è il bar, per una cerveza di prima mattina. Parla poco inglese, ma ci sono due parole che conosce molto bene. Qualunque cosa gli venga chiesta, la risposta è sempre la stessa: «No problem». Forse le cose non andranno poi tanto male.

Nel pomeriggio del secondo giorno nessuno dei giornalisti ha ancora visto i musicisti della band. Passiamo il tempo al bar dell’hotel, ma in un Paese dove il tasso d’inflazione annuo si aggira intorno al 100%, una bottiglia di birra costa l’equivalente di 12 dollari. Siano insomma costretti a restare sobri contro la nostra volontà. Alla fine Jim Beach, il consulente d’affari dei Queen, permette ad alcuni di noi di assistere al soundcheck allo Stadio Vélez Sarsfield.

Gli argentini hanno un’idea tutta loro di come si tiene a bada la folla e lo scopro una volta arrivato allo stadio: un fossato largo circa un metro e 80 e profondo poco meno di un metro corre lungo tutto il perimetro del campo ed è pieno d’acqua puzzolente, sorvegliata da sciami di libellule. I Queen hanno portato con sé il proprio manto erboso artificiale, in modo da convincere gli organizzatori a far entrare la gente sul terreno di gioco.

Sul palco il cantante Freddie Mercury, il chitarrista Brian May, il bassista John Deacon e il batterista Roger Taylor stanno provando Rock It (Prime Jive), un brano di The Game. Suona malissimo. L’acustica dello stadio, che può ospitare 3500 persone sedute, è orrenda, c’è un ritardo di 30 secondi con la musica che attraversa il campo di gioco e rimbalza sul tabellone segnapunti. Anche la band non sembra particolarmente ispirata. La sezione ritmica è sciatta e fiacca; il modo di suonare la chitarra di May si limita ai cliché dell’heavy metal e dell’hard rock e a quegli assoli armonizzati che sono ormai un suo marchio di fabbrica, ma che a questo punto risultano noiosi; Mercury canta in modo svogliato e senza convinzione.

«Non sono nemmeno all’altezza di una band da bar di terza categoria del New Jersey», dice un altro giornalista. Anch’io sono perplesso: che cosa renderà mai questa band tanto popolare?

Torno al Vélez Sarsfield per il concerto quella stessa sera e lo stadio brulica di ragazzini e di poliziotti. Questi ultimi sono tipi tosti, corpulenti e dall’aria vissuta, ben diversi dai ragazzi che ho visto in aeroporto. Non ci vuole molto per capire che fanno sul serio. Quando un giornalista americano scatta una foto ai circa 20 poliziotti armati di manganelli che proteggono l’area del backstage, viene spinto contro una Falcon di proprietà del governo e minacciato con un coltello: gli dicono che perderà un dito se non consegna il rullino. «No problem», come no.

«Un supergrupo numero uno», annuncia il presentatore mentre le luci si abbassano. I Queen salgono sul palco avvolti dal fumo e iniziano a martellare il loro inno We Will Rock You. Mercury, che indossa una t-shirt bianca senza maniche di Superman, pantaloni di vinile rosso e giacca in vinile nera, smette spesso di cantare per invitare il pubblico a partecipare. E il pubblico lo accontenta: per tutti i 110 minuti del concerto i fan sembrano conoscere a memoria ogni parola, cosa che, se non altro, è impressionante considerando il numero di hit che il gruppo riesce a mettere in scaletta come Keep Yourself Alive, Killer Queen, Bohemian Rhapsody, Fat Bottomed Girls, Bicycle Race.

L’interazione tra band e pubblico è notevole, ma la gente reagisce con una devozione talmente incondizionata che ho la sensazione che se Freddie Mercury dicesse loro di rasarsi a zero, lo farebbero. La qualità musicale continua a sembrarmi bassa, ma quello che al gruppo manca in abilità lo bilancia – con grande soddisfazione dei fan – con gli espedienti scenici. A intervalli regolari il palco viene avvolto dal fumo e in momenti chiave le luci illuminano il pubblico e chiudono il concerto. Rispetto agli effetti pirotecnici dei Kiss, quelli usati dai Queen sono relativamente di buon gusto. E in ogni caso, uno show dei Queen dovrebbe essere uno spettacolo.

Per il bis, la band ripropone We Will Rock You, poi parte con We Are the Champions. A questo punto Mercury indossa soltanto un paio di pantaloncini corti di pelle nera e un berretto da poliziotto, anch’esso di pelle nera, e si aggira sul palco come una sorta di ibrido tra Robert Plant e Peter Allen. Nel finale dà un calcio a una cassa e la colpisce con l’asta del microfono. Abbastanza ridicolo, di questi tempi, ma i ragazzi ne vanno pazzi.

Queen - Live in Buenos Aires 1981 - Full Concert (Remastered 1080p)

Il rapporto dei Queen con la stampa musicale è stato cordiale né più né meno quanto quello della polizia segreta col popolo argentino. Eppure le stroncature dei loro dischi e dei loro concerti non li hanno danneggiati: otto LP su dieci sono diventati dischi d’oro (le eccezioni sono la colonna sonora di Flash Gordon e Queen II) e gli ultimi tre album in studio, vale a dire News of the World, Jazz e The Game, hanno superato abbondantemente il milione di copie vendute.

«Ho opinioni molto forti sulle cose che scrive la stampa, tipo la Rolling Stone Record Guide», dice Roger Taylor, guardando fuori dalla finestra della sua stanza d’hotel. È il quarto giorno e le interviste promesse da tempo sono state finalmente organizzate. «Ora, non ho letto il libro, ma ho visto una pubblicità e ho pensato: “Ma che cazzo spinge qualcuno a pubblicare un libro del genere? Chi diavolo sono loro per dire quali album sono belli e quali brutti?”. Sono scelte personali». (Per la cronaca, i Queen non sono stati trattati particolarmente bene nel libro: quattro dei sette album recensiti hanno ricevuto due stelle, una valutazione che indica “dischi artisticamente inconsistenti, anche se non esattamente abominevoli”).

La stampa non è stata la sola ad attaccare i Queen che sono stati presi di mira alla fine degli anni ’70 dai punk. Per Taylor e John Deacon, i due membri della band che sembrano prestare maggiore attenzione alle tendenze, erano critiche ingiustificate. «È stato come ricevere un calcio in culo», dice Taylor. «Era arrabbiato, oltraggiato. Stavamo registrando News of the World nello stesso studio in cui i Sex Pistols stavano facendo il primo album. Voglio dire, la prima volta che ho visto Johnny Rotten sono rimasto scioccato, non avevo mai visto dal vivo, davanti a me. Lui in qualche modo ha cristallizzato l’intero atteggiamento punk e non c’è dubbio che avesse un carisma pazzesco».

Se le esibizioni pompose e spettacolare tipiche dei Queen sono mal viste dai duri e pragmatici new-waver, non andavano per la maggiore nemmeno quando la band ha inaugurato la sua grandiosa messa in scena dal vivo, nei primi anni ’70. «Era il periodo dei supergruppi come Cream e Traffic», ricorda Brian May, «si pensava fosse più importante immergersi nella musica che intrattenere il pubblico. Poi, per un periodo, dare spettacolo è diventato cool. Adesso le cose sono cambiate di nuovo, ma per noi essere dei professionisti implica anche offrire questo tipo di spettacolo. La gente ti concede due ore del suo tempo e quindi devi darle tutto. Vogliamo che ogni singola persona se ne vada dal concerto sentendo di aver speso bene i propri soldi, e usiamo ogni mezzo possibile per riuscirci».

Fin dall’inizio, i Queen hanno scelto di mettere in scena uno spettacolo diverso dagli altri. «Scherzavamo dicendo che volevamo essere i più grandi», dice Taylor. «Era una battuta, ma sotto sotto era così. Essere numero uno è molto meglio che essere numero due. E ci stiamo ancora lavorando». Per raggiungere l’obiettivo, i Queen hanno scelto una strada insolita. Anziché farsi il culo suonando nel circuito dei club, cosa che peraltro Taylor e May avevano già fatto senza grande successo in una band chiamata Smile, hanno deciso di passare due anni a provare mentre erano ancora studenti. May è arrivato quasi a completare un dottorato in astronomia, Taylor ha una laurea in biologia, Deacon in elettronica, Mercury ha conseguito un diploma in illustrazione e design.

Mercury e Taylor hanno mantenuto in vita la band vendendo opere d’arte in una bancarella del Kensington Market e solo nel 1973 i Queen hanno pubblicato il primo album e hanno avuto grazie al sostegno della casa discografica soldi a sufficienza per andare in tour. Queen ha regalato alla band il primo singolo di successo, Keep Yourself Alive, e ha gettato le basi per tutto quello che sarebbe venuto dopo. Come ha detto Roger Taylor, «è stata una specie di favola».

I Queen nel 1981. Foto press

«Detesto questa cosa», dice Freddie Mercury, «soprattutto con quell’affare acceso». Indica il registratore, si siede di fronte a me e accende una Salem. «A un certo punto hanno cominciato a citarmi in modo sbagliato, avevano già scritto l’articolo prima ancora di cominciare. Non ho paura delle critiche, non voglio sembrare un bravo ragazzo perfettino, ma è stato tutto dettato dalla pura cattiveria». Un accordo è un accordo e Mercury, evidentemente sotto una certa pressione da parte degli altri membri della band e della casa discografica, ha accettato di concedere l’intervista. «Ed eccomi qui, con Rolling Stone», si lamenta. «È come se fossi costretto a parlare».

Visto da vicino, Mercury è più minuto di quanto sembri sul palco: è alto meno di un metro e 80 ed è relativamente esile. I capelli tagliati corti e i baffi sono di un nero corvino, gli occhi di un marrone scuro penetrante. Oltre a essere il cantante dei Queen e uno dei principali autori della band, è anche la persona che più di ogni altra ha contribuito a creare l’immagine del gruppo. È noto per la sua stravaganza e per la vita dissoluta, sopra e sotto il palco: a una festa di compleanno di un paio d’anni fa, per esempio, si è appeso nudo a un lampadario dondolandosi e una volta, annoiato dalla monotonia di un tour in Giappone, è salito sul palco con un mazzo di banane sulla testa.

«La Carmen Miranda del rock’n’roll», dice ridacchiando. «Che posso dire? Sono un tipo esuberante. Mi piace uscire e divertirmi. Sono me stesso, punto. I media si concentrano su certe cose e molte finiscono per essere esagerate. In realtà è facile andare d’accordo con me. A volte posso essere una vera bitch, ma va bene così. Non sono cattivo. Uso la mia influenza. Perché no? Non ho paura di metterla in mostra».

Mercury, 34 anni, è nato Frederick Bulsara a Zanzibar. Suo padre era un funzionario civile britannico e Freddie ha lasciato casa a 7 anni per andare in collegio, prima in India e poi in Inghilterra. «Ho imparato a cavarmela da solo fin da piccolo. Ero piuttosto ribelle e i miei lo odiavano. Ho smesso presto di sentirmi a mio agio a casa. Ma volevo soltanto il meglio. Volevo essere padrone della mia vita».

Agitandosi sulla sedia, Mercury si tira il labbro superiore e allunga la mano verso il pacchetto di Salem. «Per uno che non dovrebbe fumare», scherza, «fumo decisamente troppo». Mi racconta di aver appena preso casa a Kensington Park, a Londra, otto camere da letto e un enorme studio con colonne e una galleria. «Potrei farci suonare dei menestrelli», dice ridendo. «Molto la-di-da, non pensi?». Sta facendo ristrutturare la villa e questo gli ha dato l’occasione per una delle sue celebri incursioni nei negozi. Poco prima della partenza per il Sud America, i Queen hanno fatto cinque concerti al Budokan di Tokyo e la moglie del promoter, buona amica di Freddie, ha organizzato per il cantante e il suo seguito un giro nel più grande grande magazzino della città. «Mi sono sentito come Grace Kelly. Ho comprato un enorme letto giapponese, un sacco di oggetti laccati e cose molto belle vecchie di cent’anni. Credo di aver speso una fortuna, ma non lo so. Tanto paga la carta di credito».

«Mi piace comprare cose seguendo impulsi folli, odio fare acquisti come se fossero investimenti», continua. «Mi piacciono gli oggetti orientali: sono elaborati e delicati. Mi piace anche l’aspetto culturale, il modo in cui realizzano i giardini, ci dedicano moltissima attenzione. Non mi interessa tutta quella roba sulla meditazione, né quelle noiose cerimonie del tè. E nemmeno il pesce crudo».

A inizio carriera, Mercury sembrava deciso a incorporare il suo interesse per culture e forme d’arte diverse negli spettacoli e nella musica dei Queen. Mustapha, da Jazz, era un modesto tentativo di fare musica araba e, a un certo punto, Mercury ha dichiarato alla stampa britannica di voler portare il balletto alle masse. «Ho passato una fase in cui pensavo di avere un impatto sul mondo della moda, poi mi sono detto: ma cresci. E adesso, come vedi, non prendo tutto questo troppo sul serio. Voglio dire, non potrei essere serio coi vestiti che indosso sul palco. Mi diverto di più e me la godo. È un ottimo sfogo. È così che dovrebbe essere l’intrattenimento».

La pensa allo stesso modo riguardo alla musica della band. «È pura evasione. È come andare a vedere un film. La gente dovrebbe evadere per un po’ prima di tornare ai propri problemi. Tutte le canzoni dovrebbero essere così: le ascolti e poi le butti via come un assorbente usato. Non ho messaggi da trasmettere, nulla del genere».

I 45 minuti che mi sono stati concessi per l’intervista stanno rapidamente volgendo al termine. Il pubblicista Howard Bloom bussa alla porta della stanza d’hotel e chiede di concludere. Mercury accende un’ultima Salem. «Vedi», dice, «si capisce che non sono molto bravo in queste cose. A essere sincero, non credo di avere molto da dire».

Un paio d’anni fa Roger Taylor stava viaggiando a circa 230 chilometri orari con la sua Ferrari su una strada di montagna in Germania quando, all’improvviso, c’è stata una rottura, il sistema di raffreddamento ha smesso di funzionare e l’auto ha preso fuoco. È riuscito a spegnere le fiamme appena in tempo: a bordo c’erano quasi 60 litri di benzina. «I miei vestiti si sono bruciati», ricorda. «Un minuto in più e il fuoco avrebbe raggiunto il serbatoio e sarebbe stata la fine. Sarei evaporato».

Da allora Taylor non ha più avuto la stessa passione per le auto veloci, ma continua a godersi lo stile di vita rock’n’roll. Da questo punto di vista, è più simile a Freddie Mercury che agli altri due membri della band. «Ah, sì», dice quando gli parlo dell’immagine decadente dei Queen. «Mi piace quel genere di cose. Mi piacciono gli strip club, le spogliarelliste e le feste selvagge con donne nude. Fantastico. Mi piacerebbe possedere un bordello. Dico sul serio, sarebbe un modo meraviglioso di guadagnarsi da vivere».

«Roger è in linea con la tradizione del musicista rock’n’roll di successo», spiega John Deacon. «Vuole tutte le cose connesse al successo, lo ha sempre voluto. Io sono più o meno l’opposto. Non è mai stata la mia ambizione bruciante entrare a far parte di una band di successo. Mi ha aiutato ad avere più fiducia in me stesso, ma persone diverse hanno desideri diversi e noi siamo quattro persone molto diverse».

Quando non sono sul palco Taylor e Mercury vanno in giro a fare baldoria, mentre Deacon passa il tempo con la moglie e i tre figli. Anche se può sembrare fuori posto nel mondo dei Queen, il bassista è in realtà una presenza stabilizzatrice. Si occupa di gran parte degli affari del gruppo: i Queen non hanno un manager ufficiale, al suo posto si affidano a una serie di consulenti che lasciano alla band le decisioni finali.

Il successo disco Another One Bites the Dust lo si deve a lui. «Sono l’unico del gruppo a cui piace la musica nera americana. È stata un’idea di Freddie quella di dividersi The Game invece di litigare su quali canzoni inserire: Freddie e Brian avrebbero avuto tre brani ciascuno, Roger e io due. Però abbiamo discusso se Bites the Dust dovesse essere pubblicata come singolo. Alla fine ha cominciato ad attirare molta attenzione sulle radio black e nelle discoteche, così la casa discografica ha voluto far uscire la canzone, ma se fosse stato per il gruppo non sarebbe mai stata pubblicata come singolo».

Queen - Another One Bites the Dust (Official Video Remastered)

Alla luce del suo carattere discreto, mi chiedo come Deacon viva l’immagine che Mercury dà di sé. La risposta è secca: «Alcuni di noi la odiano, ma lui è fatto così e non puoi fermarlo. Per esempio, ha fatto un’intervista per uno dei quotidiani nazionali inglesi ed era tutto un “Siamo pieni di soldi, tesoro”, oppure “Cos’è un mutuo?”. Brian, per dire, ha odiato quella roba».

Come Deacon, anche Brian May è riservato e tende a starsene per conto suo. Anche lui ha portato con sé moglie e figlio. Quando non è in tour, è un appassionato giardiniere («Mi è capitato di essere là fuori a cercare lumache all’una di notte») e cerca di tenersi aggiornato sull’astronomia leggendo riviste specializzate e parlando con gli ex colleghi universitari. «Penso che sia fondamentale avere degli interessi al di fuori della musica, serve a mantenere un equilibrio».

A quanto pare, è quello che tiene maggiormente al pubblico del gruppo e si occupa del fan club. «Credo che le persone possano ascoltare alcune delle nostre cose e ricavarne qualcosa anche a livello spirituale, se posso permettermi di dirlo. Mi fa piacere che molte persone ci abbiano scritto dicendo che una determinata canzone le ha aiutate quando si trovavano in una situazione difficile. È una sensazione fantastica».

Tutto sommato, il Grande Evento è stato un successo. L’affluenza è stata sbalorditiva: a San Paolo, in Brasile, il gruppo ha suonato davanti a 131mila persone in una serata e a 120mila in quella successiva. Anche la stampa ha reagito bene: un giornalista americano ha persino accostato i concerti dei Queen al Vélez Sarsfield a quelli dei Beatles allo Shea Stadium.

Il tour è parso piuttosto tranquillo rispetto alle precedenti imprese dei Queen e probabilmente questo dice qualcosa sui governi sudamericani più che sulla band. Quando gli uomini incaricati di preparare il terreno per il gruppo sono arrivati per la prima volta a Buenos Aires, per fare un esempio, i loro pass per il backstage sono stati sequestrati per qualche tempo dai funzionari della dogana, che li hanno giudicati pornografici: raffiguravano due donne nude che si abbracciavano.

Ma le cose sono sostanzialmente filate lisce, quasi fosse tutto parte di un piano preciso. È un concetto che è tornato più volte quando ho parlato dei Queen con persone vicine alla band. La sintesi è: «Vogliono conquistare il mondo». Per essere un gruppo di questo calibro, che presumibilmente ha già guadagnato abbastanza per vivere di rendita per il resto della vita, i Queen mantengono un ritmo di lavoro frenetico. Dopo l’uscita di The Game l’anno scorso, hanno fatto un lungo tour negli Stati Uniti, hanno registrato Flash Gordon e suonato altre date in Europa e Gran Bretagna. Poi sono arrivati i concerti in Giappone, la tournée sudamericana e un album solista di Roger Taylor. A giugno hanno in programma di cominciare a lavorare a un altro album in studio, ma prima dell’uscita, prevista per il 1982, pubblicheranno una raccolta di hit, che a quanto pare varierà da Paese a Paese, a seconda delle canzoni che hanno avuto successo nei singoli mercati.

Quattro anni fa, nell’ultima intervista dei Queen con Rolling Stone, Freddie Mercury diceva che «il nostro obiettivo è arrivare al top, ovviamente. Non ci siamo ancora, siamo lontanissimi. Non voglio che mi si dica che ci siamo arrivati». La band continua a pensarla così. Quando ho chiesto ai quattro cosa sarebe successo di lì a cinque anni, si sono detti tutti convinti che i Queen saranno ancora insieme, in cerca di qualcosa di più. Il mondo non lo conquisti da un giorno all’altro.

Dal numero di Rolling Stone dell’11 giugno 1981.