In ‘Foreign Tongues’ i Rolling Stones cantano (anche) «il declino dell’impero americano» | Rolling Stone Italia
«Siamo un miracolo»

In ‘Foreign Tongues’ i Rolling Stones cantano (anche) «il declino dell’impero americano»

“La Statua della Libertà non ci fa una gran figura con uno strappo nell’abito” canta Jagger in ‘Ringing Hollow’. E in ‘Mr Charm’ dice giustamente che è meglio una serata con lui che un viaggio nello spazio con “mad mogul Mr Musk”

In ‘Foreign Tongues’ i Rolling Stones cantano (anche) «il declino dell’impero americano»

Gli Stones al Weylin di Brooklyn per la presentazione di ‘Foreign Tongues’

Foto: Kevin Mazur/Getty Images for UMG

Un incrocio fra lo spirito di Exile on Main Street, ovvero l’anima musicale sporca, grezza e blues di Keith Richards, e il gusto pop di Mick Jagger ai tempi di Some Girls. In una recensione sul Times e in un’intervista su Mojo Will Hodgkinson tira in ballo due classici anni ’70 per descrivere il nuovo album dei Rolling Stones Foreign Tongues che uscirà il 10 luglio. È il primo giornalista che ne scrive dopo averlo ascoltato. Ha apprezzato il feeling “live” dell’album, che è stato registrato in buona parte a Chiswick, Londra nell’arco di un mese col produttore-fan Andrew Watt.

Cosa non scontata per gli Stones degli ultimi anni, che nelle canzoni si sono tenuti sostanzialmente lontani dalla politica, il disco contiene alcuni riferimenti all’attualità. Uno è Ringing Hollow, pezzo che evoca il country e che è una riflessione sullo stato dell’America. Lì Jagger canta che “la Statua della Libertà non ci fa una gran figura con uno strappo nell’abito”.

Ringing Hollow, spiega Jagger a Mojo, parla «dell’America come idea. Il sogno americano è ancora vivo per alcuni e sono certo che ci sono storie meravigliose di immigrati successe negli ultimi 12 mesi, ma lì ci occupiamo del declino dell’impero americano. La guerra con l’Iran è l’equivalente di Suez per l’America? Ok, non è la stessa cosa, ma ci si fa molte domande sull’eccessiva espansione imperiale e sul sistema delle lobby. Per le elezioni viene spesa una quantità di denaro assurda: non è di per sé una forma di corruzione, ma è uno spreco. È indicativo di questa amministrazione o è qualcosa che va avanti da un sacco di tempo? In ogni caso, non è più il posto che era un tempo».

Ma Ringing Hollow è anche una lettera d’amore a un grande Paese che ha da sempre influenzato gli Stones, che com’è noto hanno iniziato facendo cover dei pezzi blues e rhythm & blues degli artisti afroamericani. Come dice Richards a Mojo, «avevamo 14, 15 anni e non volevamo altro che ascoltare black music proveniente dall’America e piano piano abbiamo capito che i rock’n’rollers avevano imparato tutto da Muddy Waters. Persino oggi, quando sono in cerca di un’idea, torno al blues perché è una forma musicale limitata e questo rende la sfida intrigante: mi stai dicendo che puoi tirare fuori qualcosa di nuovo da quella roba? Ringing Hollow è un modo per dire: vi amiamo».

In un altro pezzo, Mr Charm, Jagger tira in ballo Elon Musk. Nel testo cerca di sedurre una donna. Mentre cerca di rendersi affascinante agli occhi di lei, Jagger canta che una serata con lui è decisamente preferibile a un viaggio nello spazio col “mad mogul Mr. Musk”, il magnate pazzo Elon Musk.

In Side Effects, invece, Jagger canta degli effetti collaterali della vita rock’n’roll (ma anche dell’ossessione per una donna) in una frase diretta: “C’è un prezzo da pagare per tutto ciò che ti inietti nelle vene”. Anche se Watt ha raccontato che per le session gli Stones sono stati molti disciplinati, con Richards che si è presentato sempre puntualmente fin studio, si sa che tutti gli Stones hanno usato varie sostanze e avuto problemi. «È l’unico lavoro in cui puoi farla franca lavorando sotto l’effetto di sostanze. Non devi guidare», dice a Mojo Richards, che era sotto l’effetto dell’LSD quando è stato arrestato a Redlands e ha scambiato gli agenti di polizia per hobbit. «Ma l’idea che tutti fossero sempre fatti… non era così. Lavoravamo in modo molto meticoloso, con qualche dose qua e là, e le droghe venivano usate o per restare svegli e per finire una canzone, o per dire: “Dammi tregua”. Andava così a quei tempi, gli anni ’60 e ’70 erano un periodo di grande apertura in questo senso».

Tra le altre canzoni citate ci sono ci sono il soul in falsetto alla Curtis Mayfield di Jealous Lover con Steve Winwood al Fender Rhodes; Hit Me in the Head (“Uno di questi giorni crollerò a terra morto e ci metterò molto meno se mi dai una botta in testa”), recuperata da una delle ultime session con Charlie Watts alla batteria e che su Mojo viene descritta evocando i Ramones, con Jagger che alla presentazione a maggio ha detto che «è un pezzo punk molto veloce, super veloce»; Divine Intervention, basata sull’intreccio delle chitarre di Richards e Ronnie Wood e con ospite alla chitarra Robert Smith dei Cure; Covered in You, con Paul McCartney al basso; Never Wanna Lose You, con Smith ai synth e ai cori.

A proposito del suo coinvolgimento nel disco, Smith ha raccontato come sono andate le cose a Matt Everitt per il podcast Speaking in Tongues: The Making of Foreign Tongues. Ha spiegato che «negli ultimi anni mi sono sentito al telefono con Andrew Watt, ma non siamo mai riusciti a incontrarci» fino a quando a primavera o inizio estate il produttore lo ha invitato a farsi una birra con lui, visto che era a Londra a registrare con gli Stones ai Metropolis Studios. «Potrebbe esserci anche Mick». Sentendosi come un intruso, perché sa che quando registri le parti vocali «l’atmosfera e il contesto sono tutto e l’ultima cosa che vuoi è un party quando stai cercando di lavorare», Smith si è presentato in studio e un assistente gli ha detto che Jagger lo avrebbe incontrato volentieri. Lo ha ascoltato cantare al di là del vetro, un concertino privato.

«Abbiamo iniziato a parlare e mi ha fatto sentire molto, molto a mio agio. Poi ha iniziato a farmi sentire un po’ di pezzi chiedendomi che ne pensassi. Forse perché avevo bevuto, mi si è sciolta la lingua e i miei suggerimenti si sono fatti sempre più assurdi. E lui all’improvviso mi ha detto: “Ti piacerebbe fare qualcosa sull’album?”». In un primo momento Smith ha detto no, non era preparato alla cosa. «Sono andato lì immaginandomi di sbronzarmi, non di suonare in un album dei Rolling Stones». Quando però Jagger ha lasciato lo studio, Smith ha detto al produttore: «Massì, attacchiamo la chitarre e provo a fare qualcosa su qualche canzone». Morale: «Ho iniziato a suonare e una cosa tira l’altra…».

Oltre ai pezzi già noti Rough and Twisted e In the Stars (quella del video con Odessa A’zion in cui gli Stones sono ringiovaniti), e a Some of Us che dovrebbe essere cantata da Keith Richards e Back in Your Life (Wood: «Registrata in una take, io non ho fatto niente, la chitarra si è suonata da sola»), nel disco ci sono le cover di You Know I’m No Good di Amy Winehouse, con Jagger all’armonica a bocca, e di Beautiful Delilah di Chuck Berry che rappresenta una sorta di chiusura del cerchio (un po’ come Rolling Stone Blues era l’ultimo pezzo di Hackney Diamonds) visto che la band ha sostanzialmente iniziato nel 1963 rifacendo Come On di Berry. «È un miracolo moderno essere ancora in giro», dice Ronnie Wood a Hodgkinson. «E con questo disco abbiamo alzato l’asticella. Mick canta meglio che mai. Io non ho mai suonato altrettanto bene». 

A Mojo Jagger dice che «sono un performer» e che le apparizioni televisive come allo show di Jimmy Fallon o le esibizioni che fa ogni tanto come quella del novembre scorso alla Dartford Grammar School sono ok, ma «voglio fare concerti grandi». Ne faranno ancora? L’artrite di Richards, che è diventato bisnonno dopo che la nipote Ella Richards (figlia di Marlon) ha dato alla luce a maggio una bimba chiamata Luna Richards Von Bismarck, ha impedito al gruppo di intraprendere un tour negli stadi già previsto e a questo punto non è dato sapere se gli Stones torneranno a fare tournée o qualche concerto isolato. Quando Hodgkinson chiede dove sono diretti, Richards risponde ridendo col nome del cimitero sulle Hollywood Hills, il Forest Lawn Memorial Park. «La questione non è portare gli Stones da qualche parte», dice il chitarrista, «è vedere dove andranno. E il pozzo non si è ancora prosciugato…».