Nel 1983 – anni in cui l’Italia si stava preparando a correre più veloce di quanto sapesse fare – uscì Bollicine. E io c’ero, dentro a quel suono, dentro a ogni nota.
Erano anni strani: vedevo ragazzi in piazza Maggiore con il piumino Moncler e le Timberland, e mi chiedevo se davvero la musica potesse ancora scalfire quella corazza di plastica e pubblicità. La stessa Bologna sembrava cambiare pelle: i locali del centro cominciavano a inseguire il modello americano, il «fast», mentre io passavo le notti in studio a cercare lentezza, profondità, qualcosa che restasse.
La lavorazione di Bollicine fu così, un continuo gioco tra leggerezza e profondità. Vasco arrivava con idee grezze, buttate giù come appunti di un diario di strada, e noi, dietro al mixer, cercavamo di trasformarle in qualcosa che suonasse universale pur senza perdere la rabbia originaria. Che quella non fosse solo la vita di Vasco, ma anche la nostra, la vita di tutti quelli che si erano ritrovati a sognare di notte, cercando di dare forma a qualcosa che durasse più di una moda, lo sapevamo tutti.
E quando Bollicine uscì, ci si rese conto che il mondo intorno stava cambiando troppo in fretta. Le radio private suonavano come supermercati dell’intrattenimento, tra un jingle e una pubblicità. La musica stava perdendo la sua sacralità, stava diventando sottofondo, rumore da consumare in fretta, come un prodotto sugli scaffali di un centro commerciale. La televisione rincorreva il modello americano, fatta di colori accesi, di volti sorridenti e di programmi veloci che non lasciavano spazio a pensieri complessi. Nelle piazze e nei bar si parlava più di marche e di look che di idee. Programmi come Drive In impazzavano con il loro linguaggio irriverente e frenetico, mentre la politica arrancava, sfilacciata tra vecchie ideologie e i soliti giochi di potere.
Sentivo che Bollicine arrivava come un paradosso: era fresco, frizzante, popolare, ma dentro nascondeva la rabbia e il disincanto di chi vedeva un Paese che si divertiva senza preoccuparsi di capire dove stesse andando. Bollicine entrava nelle case come una voce storta e sincera, che ti guardava dritto negli occhi e diceva: sì, il mondo sta correndo, ma io voglio fermarmi un attimo e dirti come sto.
Bollicine diventò presto l’album più venduto dell’anno, con oltre un milione di copie. Ma fu molto di più. Il brano di apertura, Bollicine, era una bomba pop travestita da pubblicità. Un attacco frontale alla cultura usa e getta, alla TV che ti dice cosa desiderare, al marketing che si infila perfino nei sogni. Piccolo spazio pubblicità non era solo una presa in giro. Era una radiografia spietata di quel tempo, fatta con le parole di un uomo che non voleva diventare portavoce di nessuno, ma aveva finito per esserlo. E poi c’erano Vita spericolata, Portatemi Dio, Una canzone per te, Deviazioni… ognuna era una scheggia, un frammento di identità giovanile. Vasco cantava l’amore, il disincanto, il desiderio di scomparire. Cantava la libertà vera: quella di essere sbagliati.
I critici si divisero. La stampa borbottò. I benpensanti gridarono allo scandalo. Vasco venne accusato di essere un cattivo esempio, un cantante da sballati, un profeta del nulla. Ma chi stava nelle camere da letto dei ragazzi, nelle piazze, con i walkman, sentiva che era vero il contrario. Non era Vasco a spingere i giovani a vivere male. Il problema era la realtà intorno. Lui, almeno, diceva le cose come stavano.
Quella sincerità disarmava e spaventava. E nel frattempo le canzoni salivano in classifica come razzi. Le piazze si riempivano. I concerti diventavano rituali collettivi. Vasco era il primo rocker italiano ad avere un pubblico “alla Springsteen”: trasversale, fedele, viscerale.
Per me Bollicine è stato più di un album riuscito. È stato un punto di passaggio. Da lì in poi tutto sarebbe diventato più grande, più strutturato, più esposto. Ma non sarebbe più stato così libero. Così puro. Non si poteva tornare indietro. Né per Vasco, né per noi. Avevamo dimostrato che un disco italiano poteva avere il suono, l’ambizione e il coraggio di un disco internazionale. E avevamo fatto tutto con nastro analogico, ore piccole, delay calibrati a orecchio, intuizione pura.
Quando oggi mi chiedono cosa rende Bollicine così speciale, rispondo: «Il fatto che non voleva piacere a tutti. Ma ha parlato a chi aveva bisogno di sentire qualcosa di vero». Bollicine è uno di quei dischi che non invecchiano. Cambia il contesto, cambiano le mode, ma Vita spericolata resta un grido. Portatemi Dio resta un cortocircuito. Una canzone per te resta una carezza. E la title track… be’, quella resta il miglior spot contro la pubblicità, realizzato con le regole della pubblicità stessa.
Quando lo riascolto sento ancora il banco MCI, il soffio del nastro, la vibrazione del basso, l’apertura della lattina. Sento la mano di Guido, la precisione di Rudy, la leggerezza sognante di Dodi Battaglia. Sento la notte. La ricerca. Il dubbio. Sento me stesso. Sento una verità. E quella verità l’abbiamo registrata noi. Di notte.
Credo che Bollicine sia riuscito in qualcosa di rarissimo: catturare il rumore di una generazione per trasformarlo in suono. Quel rumore che avevamo tutti dentro – fatto di voglia di vivere, confusione, rabbia, ironia, fame di senso – lo abbiamo fatto passare attraverso cavi, valvole, testine, amplificatori. E lo abbiamo reso ascoltabile. Non educato. Non addomesticato. Ma potente. Vero. Non replicabile.
Se oggi esiste ancora una distanza tra musica commerciale e musica che lascia il segno, Bollicine è la prova che si può vendere un milione di copie e restare liberi.
Tratto da L’alchimista del suono. 50 di musica al mixer di Maurizio Biancani (Fernandel Editore).
