«Il festival è il momento in cui una determinata comunità si manifesta – è presente nella realtà – e getta le basi di quella che può diventare una qualche forma di scena, o di ricerca artistica condivisa». Jacopo Incani, alias Iosonouncane, si è immaginato un festival. Orizzonte di futuri possibili. Se l’è immaginato, e gli ha dato forma. Il Tanca Fest è corpo vivo dell’omonima etichetta di cui è direttore artistico, sublabel e sorella minore di Trovarobato, per cui Jacopo ha pubblicato gran parte della sua produzione. È durato tre serate, a due passi dalla stazione di Bologna. Sono stati tre sold out, dodici artisti e tre secret guests ad aprire ogni sera. Tre notti nella playlist di Jacopo, che qui ci ha guidato nell’ascolto, e nel metodo.
«L’idea del festival l’ho avuto contestualmente all’idea dell’etichetta. Ho sempre guardato con ammirazione alle realtà indipendenti che agiscono o hanno agito su territori specifici. Sia fisici, ovvero che si manifestano in uno spazio, in un luogo, in una città, ma anche simbolici, cioè che riescono con la loro attività a mettere insieme esperienze musicali di ricerca anche apparentemente molto lontane tra loro».

Luca Barachetti con la carriola preparata. Foto: Margherita Caprilli
I nomi della scaletta lo confermano. Il fil rouge del laboratorio Tanca non è subito immediato – tra esperienze radicalmente distanti a un primo ascolto (vedi Banadisa e Ginevra Nervi) e nomi nuovi e per lo più ignoti (vedi Lacana e Giacomo Salis). L’unico minimo comune denominatore che salta all’occhio – e all’anagrafe – è una preponderante presenza di sardi, che fa sorridere. «Sembra che io vada a cercare solo dei conterranei, ma non è intenzionale».
Il roster di Tanca e la line-up del festival è semplicemente figlia dei suoi ascolti formativi. «Facendo un excursus molto sommario: Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e Kid A. Sono dischi sostanzialmente pop, fatti di quelle che sono sostanzialmente sempre canzoni, ma che vengono in qualche modo fatte implodere. Mi interessa chi tratta la canzone in questo modo: rompendola al suo interno, aprendola. E da queste fessure, da queste spaccature lasciare entrare ed uscire delle cose». Lavorare su delle forme che sono sempre dentro a quello che a grandi linee si può definire pop, nella sua accezione più alta, «come forse lo intendeva Brian Wilson quando scriveva Pet Sounds e Smile», e quanto mai lontano dalla musica leggera da classifica attuale. «Analizzandolo, il pop da classifica italiano mainstream è veramente imbarazzante. Fa schifo da tutti i punti di vista».
Il fil rouge del Tanca Fest è dunque un metodo di trattamento, una possibilità di ricerca, della forma canzone, rimanendo nel contesto della popular music. Condensa nella programmazione esperienze di questo tipo, a vari e diversi livelli di sfiguramento della struttura strofa-ritornello, relazionandosi con la canzone, e portandola a tratti lontanissimo. Su questo solco, nei due palchi allestiti alla Baumhaus, il venerdì si è aperto sul versante più radicale di questo spettro, con la “carriola preparata” di Luca Barachetti. È letteralmente una carriola, quella che suona. Nell’album Rilascio trasforma un oggetto in strumento. Non suona, ma danza con quel ferro vecchio, si raccoglie dentro la sua carriola di metallo, e diventano un tutt’uno. A tratti litigano, a tratti si accarezzano. Sono seguiti poi Agenda dei Buoni Propositi, ovvero Tiziano Parente, classe 2002, poetica elettronica che sembra sempre sul punto di aprirsi e scomporsi, e Lacana, ovvero Filippo Lacana, manco a dirlo sassarese, cantautore. Scrive con la chitarra o con il violoncello, ma insegna pianoforte. Tecnica incredibile al servizio della semplicità e dell’intensità mediterranea. Tornerà la sera successiva, a fine serata, per un set a sorpresa.

Aka5ha. Foto: Margherita Caprilli
Il venerdì sera si è chiuso con il live dell’unico artista appartenente al roster di Tanca, Aka5ha, che oltre ad anticipare qualche inedito, ha ri-presentato a Baumhaus il suo disco d’esordio Rifiorirai, prodotto con Jacopo stesso. «Aka5ha è probabilmente il musicista più capace di imparare che io abbia mai conosciuto. Dalle poche righe che Aka5ha mi aveva scritto, era chiaro fosse un tipo con molto sale in zucca. L’altro giorno abbiamo mixato insieme una mia cosa, che verrà pubblicata prossimamente. Io mi trovo molto bene con i musicisti e le musiciste con pochi grilli per la testa e molta voglia di lavorare sulle cose, con forte attitudine artigianale. Si va in studio alle 9, e ci si rimane fin quando serve».
Orario di lavoro a parte, rimane da capire come si fa a collaborare con l’Iosonouncane produttore. «Ricevo continuamente richieste di produzione, o anche solo di ascolto di dischi. Purtroppo, e questa cosa mi fa molto soffrire, non riesco ad avere il tempo di ascoltare un cinquantesimo delle cose che ricevo. L’ascolto di qualcosa per me è necessità di diverse ore: se decido di ascoltare qualcosa va via una giornata». La premessa è ostica, poi si passa alla forma. «C’è chi mi scrive direttamente su Instagram e inizia il messaggio con “Bro”. Io non risponderò mai, né ascolterò mai uno che mi scrive “Bro ti ho scritto un testo secondo me ti può piacere lo dovresti musicare”. Ma non perché io mi senta stocazzo, ma perché mi sembra proprio che una relazione umana così non possa avere senso. Io a 20 anni non mi sarei mai sognato di scrivere ad Alberto Ferrari trattandolo come un mio amico, come un mio conoscente, dicendogli “ho una roba che ti piacerà”. Non funziona così». Il tempo è poco, la forma è importante, manca un terzo punto: «Più le cose che ricevo da ascoltare assomigliano alle mie, meno mi interessano. Quando invece c’è qualcosa che sento come vicina per attitudine, ma con degli elementi di grande lontananza nei risultati, ne sono affascinato. Mi da modo di dovermi confrontare con qualcosa che non conosco. Diventa arricchente, anche e soprattutto per me».
La notte di venerdì si è aperta con un set di Jacopo. Era suo il secret concert della prima serata. Di nuovo chitarra e voce, dopo la manciata di date dello scorso anno per i 10 anni di Die. E in anticipazione a quella che sarà un’estate di tour in acustico: Un blasfemo di De André, Il corpo del reato, Buio e Stormi. In mezzo, un’altra cover: Il cucciolo Alfredo, uno dei testi dai connotati più politici della discografia di Lucio Dalla. Descrive il marzo del ’77 bolognese – gli indiani metropolitani, l’assassinio di Francesco Lorusso, l’assalto all’armeria di via de’ Castagnoli, i carrarmati in Via Zamboni – e la solitudine dell’autonomo. Una cover che incuriosisce, e porta la discussione su altri canali: qual è il significato politico dell’esperienza di Tanca all’interno dell’industria musicale italiana.
«Nel momento in cui crei un’etichetta, metti insieme percorsi di ricerca sul linguaggio. Crei una grammatica. Uno strumento di lettura e narrazione dell’essere umano. Questa cosa ha un valore squisitamente politico». Il linguaggio, e l’intersecazione di quel linguaggio nella storia: «Non esiste opera che non sia nella storia, e tutto ciò che è nella storia è politico, perché tutto ciò che è nella storia riguarda la proiezione che l’uomo fa di sé stesso. Quello che la canzone, la musica, l’arte può fare in generale è un’operazione sul linguaggio. Soprattutto in un’epoca come la nostra, in cui il valore delle cose si misura solo sulla base della loro utilità. Una cosa efficace o non è efficace? “Funziona?”, come si dice negli ambienti discografici, nelle session con i producer, e i top player e tutte queste stronzate. Il grandissimo valore e l’irrinunciabilità dell’arte sta in realtà proprio nel fatto che la sua funzione, la sua utilità, non è assolutamente definibile. A cosa serve una canzone? A cosa serve un film? È proprio questo suo sottrarsi al principio di utilità che rende l’arte quanto di più vitale, essenziale e irrinunciabile che l’uomo possa avere nella propria esistenza».

Il set acustico di Iosonouncane. Foto: Margherita Caprilli
La seconda serata del Tanca Fest si è aperta con il set della prima uscita di Tanca Records, Vieri Cervelli Montel. La scaletta è eterogenea: prima Akii, musicista che lavora con l’elettronica digitale pura, cuore pulsante in un corpo di metallo, texture sporche e rotte, ma con romanticismo, poi dopo tanta elettronica pura e solipsismo finalmente una band, A Nice Noise. Il trio avant jazz She’s Analog incontra Adele Altro/Any Other, una delle poche voci in Italia che proprio profuma di band indie rock internazionale, di quelle che si vedono a Bushwick, a Red Hook, o giù di lì. Poi Panorama, progetto di Raffaele Martirani – peraltro passato da Thom Yorke nell’ultimo tour dei Radiohead – che unisce minimalismo, elettronica obliqua, ambient, cyborg funk, con quel tocco di trip hop che ti fa sentire a casa, e Banadisa il cui Inumana Canicola Padana è passato piuttosto inosservato nel panorama nostrano.
«Il mercato italiano è in una qualche misura autosufficiente. I soldi girano, basta fare quelle quattro giornate di Sanremo all’anno per far quadrare i conti e far muovere gli artisti d’estate», racconta Incani. «Non c’è nessun tipo di proiezione né desiderio di confrontarsi con linguaggi altri. I producer lavorano per imitazione e adattamento. È terribile. E questo ha un valore politico. Perché riverbera e determina un arretramento dell’orizzonte della fantasia. E di questo sono responsabilità innanzitutto i musicisti e le musiciste che si prestano a determinate cose. Chi si è prestato ai talent, chi a Sanremo. Il discorso del “cambiare il sistema dall’interno” non sta in piedi. È evidente che non sia così. È da sciocchi pensare di andare a fare il giudice di X Factor con l’obiettivo di cambiare il Paese. Sei talmente ingenuo da credere di poter essere, tu, più significativo di una struttura che è solida, che ha maglie molto strette, che si ripete, autoconservandosi. In più, non esistono contesti neutri. Partecipare ad un evento di quel tipo significa aderire a quel contesto e, aderendo, legittimarlo. La presenza dei musicisti indipendenti a Sanremo non ha arricchito la musica leggera italiana. Piuttosto è accaduto che la musica indipendente, quella che esiste fuori da Sanremo si sia impoverita e abbia finito per assomigliare molto di più alla musica leggera. Questo scambio è stato assolutamente in perdita. E per musica indipendente non intendo quattro stronzi che suonano in una stanzetta per sé stessi. Io sono musicista indipendente nel senso che i miei dischi li produco io, e probabilmente vivo molto meglio di musica rispetto alla quasi totalità di quelli che vanno a Sanremo ogni tre anni. E vivo solamente della musica che scrivo. E basta. Non faccio le sponsorizzate. Non ho i brand. Vivo di musica e non sono assolutamente il solo. È possibile una vita fuori da quel circuito».

Any Other al Tanca con A Nice Noise. Foto: Margherita Caprilli
E a Bauhmaus è possibile una vita anche di domenica sera, anche se quasi piove. La mandria di Tanca si affretta a rifugiarsi prima del grande squasso. Dentro, tutti girati verso il cielo – grati per il mancato infracicamento – inizia a suonare l’ultimo ospite segreto (per le allodole) della tre giorni. Daniela Pes riappare live, e ricomincia come l’avevamo lasciata: eccedendo. Apre la domenica di Fest con un inedito. E c’era chi – come me – aveva gran paura delle prossime uscite di Daniela: cosa caspita può seguire ad un esordio come quello di Spira? Beh, quando ha finito questo primo brano, assaggio di un futuro possibile, il sentimento comune della sala era di rilascio di tensione: possiamo star tranquilli. Il set prosegue con Làira, Carme e A te sola, tutto in acustico. La sua capacità espressiva è una di quelle cose che non ti accorgi di quanto ti erano mancate finché non te le ritrovi davanti. Sensazione tipica di quando ci si imbatte negli episodi di bellezza nella loro forma più pura.
Spira è l’uscita al momento più significativa per Tanca, realtà comunque minuscola in un mercato che detta ritmi e tende alla fagocitazione. «La musica si muove nell’aria, è la cosa più tascabile che ci sia, soprattutto la canzone. È l’oggetto più vendibile che possa esserci perché è impalpabile, perché per sua stessa natura è al tempo stesso inafferrabile e chiarissima. Quindi replicabile, e indirizzabile. Il mercato è velocissimo e non c’è nulla che possa essere veloce – proprio in termini produttivi – come una canzone. E le canzoni vengono prodotte, realizzate e messe nel mercato per funzionare istantaneamente. Le riflessioni sulla musica vengono affidate a studi di marketing, di social media manager, che ragionano di canzoni come se ragionassero di merendine. Non hanno nessun tipo di lungimiranza, nessun tipo di sguardo. Il tempo dell’arte non è il tempo del mercato. Il tempo del mercato è il presente. Il tempo dell’arte è l’eterno, in un qualche modo. Poi ci sono varie gradazione di ambizione e varie gradazioni di talento. Non tutti sono John Coltrane o Paul McCartney, ci mancherebbe. Però, assolutizzando il discorso: la canzone può diventare un prodotto di mercato, ma la musica, e le canzoni, esistono ed esisteranno a prescindere dalla loro vendibilità. Esistono a prescindere dall’atto della vendita. Un artista si esprime a prescindere dal fatto che ci sia qualcuno ad ascoltarlo».
Nel caso del Tanca Fest, anche per gli artisti della domenica il pubblico non manca. Dopo l’ouverture di Daniela, si susseguono l’elettronica tutta analogica, i nastri magnetici, il clarinetto e le tecnologie obsolete di Luis Sa Li. Il quartetto avant garde TellKujira, tra elettronica, art rock, contemporanea e free jazz, con paesaggi sonori astratti, ambient e timbri industriali, e la pratica improvvisativa decontestualizzante e percussiva di Giacomo Salis. Chiude il Fest la prima artista a cui Jacopo aveva pensato quando se l’era immaginato: Ginevra Nervi, con il suo set elettronico cinematico e immersivo, che non si fa problemi ad incalzare e decollare, e – anche se è domenica sera – si balla davvero con Ginevra, e mi chiedo perchè non l’ho mai sentita prima. Ma è un po’ il sentimento ricorrente degli ultimi tre giorni. Saranno i visual del suo set, tra steppa, leoni e antilopi, o il fatto che siamo a Bologna, o che ho citato il ’77, ma il suo set di chiusura è nel mio immaginario vicino a quel trip savanico con cui Pier Vittorio Tondelli descriveva il Frontiera Party di Francesca Alinovi, al Segreto Pubblico di Borgo Panigale, sotto il cavalcavia della Via Emilia. La frontiera intesa, qui alla Baumhaus, non come punto di rottura dello spazio metropolitano verso intensità di sopravvivenza primitive, ma come punto di rottura tra forma canzone e la sua deflagrazione. In un immaginario collettivo che rende credibili delle alternative.

Daniela Pes. Foto: Margherita Caprilli
«L’obiettivo non è cambiare il sistema, ma costruire delle realtà in cui ci siano delle voci indipendenti notevoli in grado di calamitare attorno a sé l’attenzione delle persone. Perché le persone sono molto più capaci di misurarsi con quello che non conoscono di quanto non pensino gli uffici di marketing». I tre sold out di questa tre giorni ne sono la prova provata. «Ovviamente queste proposte necessitano di più tempo per essere comprese. Non stiamo parlando di canzoncine del cazzo».
C’è della fatica all’ultimo giorno del Tanca Fest. La transumanza è finita, e si sente nelle gambe. E non perché si è al terzo giorno, al secondo arcobaleno, a una luna quasi scomparsa, ci sono i bianconigli che saltano tra i binari, e si è bevuto parecchio, ma perché sono state tutte esperienze di ascolto immersivo. Che arrivano, vanno digerite, ed esperite. Tutti assieme. Tra un pubblico di pochi, ma mica di così pochi. Tra un pubblico di pubblico, e di musicisti che suonano e non se ne vanno. Suonano una sera, e te li ritrovi anche le successive, da spettatori. Si percepisce una volontà di esserci, di ascoltare veramente, in quella dimensione di club di media taglia che in Italia viene spesso dimenticata. Quella del Tanca Fest non è solo musica che intrattiene. È musica che trattiene. Nel senso che ti tiene lì, ti incastra, con la testa, il corpo, e il fiato sospeso fino alla prossima edizione.















