I C.S.I. si rimettono In viaggio 25 anni dopo. Oltre al tour (qui le date) che prevede sei concerti annunciati giovedì scorso, ci saranno due date in Mongolia e la realizzazione di un film sui due anni di reunion previsti. Lo hanno raccontato in un incontro con la stampa alla Casa della Cultura e della Memoria di Marzabotto, luogo simbolo dove si ricorda l’eccidio di oltre 700 persone da parte delle truppe naziste, tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, alle pendici del Monte Sole.
D’altronde la storia dei C.S.I. (Consorzio Suonatori Indipendenti), nati dalle ceneri dei CCCP e di altri distacchi (come dai Litfiba), è sempre stata caratterizzata da attraversamenti, fratture e ripartenze. Come ha premesso Stefano Senardi, che se li è ritrovati in ufficio nel 1992 da presidente della PolyGram, «avevano individualità forti e con un approccio completamente diverso: indipendenti nel vero senso della parola, anche uno dall’altro. Lavorare con loro ha dato un senso di qualità alla mia vita. Il primo disco uscì che non avevamo ancora firmato il contratto, per darvi l’idea della fiducia. Avevo avuto la fortuna di lavorare con gli Area e la sensazione fu simile con i C.S.I.. La loro grande bellezza è essere in grado di azzerare tutto e ricominciare».
È questa la chiave con cui prende forma il ritorno attuale. Non un progetto pianificato, ma una concatenazione di situazioni che si impongono lungo il percorso. Lo ha confermato Giovanni Lindo Ferretti: «Non importa cosa pensi, l’essenziale è l’accadere. Dopo che abbiamo deciso di tornare, Maroccolo dice: “Bisogna fare un film per raccontare questa storia” (sarà diretto da Davide Ferrario e prodotto da Damocle, casa di produzione fondata da Valerio Mastandrea e Francesco Tatò, ndr). Poi chiama Zamboni: “C’è la richiesta da un festival in Mongolia”. Vedete che le cose succedono? Però Maroccolo aveva già firmato per il ritorno del disco 17 re in tour con i Litfiba, allora abbiamo deciso di anticipare con un preludio dei C.S.I., andremo solo io e Zamboni in Mongolia nel 2026, anche se non sappiamo a fare cosa, e nel 2027 chiuderemo ufficialmente con tutti i C.S.I., sempre al festival di Ulan Bator. Ecco perché stiamo presentando un biennio mongolo». Nello specifico, il 4 luglio 2026 ci sarà il concerto C.S.I. Preludio: Ferretti/Zamboni al PlayTime Festival, mentre non è ancora stata resa nota la data di chiusura del 2027.
Il viaggio, dunque, non è solo simbolico ma reale. E si accompagna a una riflessione concreta su cosa voglia dire oggi stare su un palco. Ginevra Di Marco, non a caso, ha sottolineato che i biglietti dei live avranno costi sostenibili per tutti: «Sono contenta e curiosa di questo ritorno. A me interessa rivivere concerti e spazi che i C.S.I. sanno creare e condividere. In pratica degli universi bellissimi. E mi piace l’idea che i biglietti abbiano un costo giusto, con la scelta di non andare mai oltre i 48 euro prevendite incluse (con i costi di commissioni e oneri si arriva a meno di 52 euro, ndr). I concerti, secondo me, non devono mai essere elitari. La prima a Montesole sarà a 38 euro, contro i maledetti canoni a cui la musica oggi è costretta».
Dietro la reunion, però, c’era anche una ferita da cicatrizzare. Una sorta di chiusura mancata che chiedeva di essere finalmente affrontata. Gianni Maroccolo lo ha rivelato senza girarci intorno: «Ho desiderato che succedesse perché non mi era piaciuto come ci eravamo sciolti. Sul come mi era rimasta una grande amarezza. Io volevo fare qualcosa di nuovo, non solo concerti. In fondo si tratterebbe di dedicare 15 giorni della nostra vita a questo. Ferretti si è sempre opposto, ma ho capito che basta star fermi e lasciare che tutto si manifesti naturalmente».
Non è mancato, chiaramente, lo sguardo disincantato e battagliero di chi, in questi trent’anni, ha provato a sottrarsi al peso delle etichette, salvo ritrovare l’entusiasmo proprio per non dare soddisfazione agli odiatori. Come Giorgio Canali: «Ho cercato di distaccarmi dai fan dei C.S.I. e dei P.G.R. e c’ero abbastanza riuscito. E quando qualcuno mi chiedeva della reunion, rispondevo: “Col cazzo!”. Poi ho notato che per gli hater stupidi, quelli che parlano sempre e solo della conversione di Ferretti, senza capire che già allora quando cantava stava pregando, ero rimasto l’ultimo ostacolo per una possibile reunion. Allora ho pensato: “Sai che c’è? Col cazzo che vi do questa soddisfazione. Bentornati anche C.S.I.”».

Foto: Guido Harari
L’occasione di rivedere insieme Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Ginevra Di Marco, Francesco Magnelli e Giorgio Canali è stata sfruttata anche per chiarire alcuni aspetti della parabola di una band italiana di rock alternativo che, per la prima volta, era riuscita a conquistare la vetta delle classifiche con Tabula rasa elettrificata nel 1997 (mettendosi alle spalle Be Here Now degli Oasis). Magnelli ha chiarito che cosa si prova: «Quando sei in cima hai la strana sensazione che quelle canzoni, in qualunque modo le interpreti, andranno sempre bene. Ricordo un concerto di merda per il suono e dove abbiamo litigato tra di noi, ma il giorno dopo Repubblica titolava: “Grandi C.S.I., ardite dissonanze”. O a un altro live in un palasport, dove l’acustica era pessima, ma alla fine mi ferma uno spettatore e dice: “Oggi ci siete solo voi e i Pink Floyd”. Quando sei sull’onda quella ti regge qualsiasi cosa tu faccia, almeno finché dura. Poi si rompe qualcosa».
Ecco, ma cosa si era incrinato? Più nel dettaglio ci è entrato Maroccolo, andando a individuare l’esatto punto di rottura: «Non ci siamo sciolti per il primo posto in classifica o per i palazzetti con l’acustica pessima, ma perché i C.S.I. si erano consunti. E sono morti a Mostar. Lì la storia tra di noi era finita, almeno per me. Bisogna accettare che le grandi storie nascono, producono quello che devono produrre e poi finiscono. Ma possono anche ricominciare».
Quello che in tanti si chiedono oggi, però, è se la reunion sarà anche il preludio per nuova musica. Su questo Ferretti è stato ondivago, ma possibilista: «Una delle prime idee di Maroccolo era di tornare a fare canzoni nuove, ma è stata bocciata da tutti. Però è anche vero che siamo un consorzio di suonatori indipendenti, quindi se ci sarà un film ci dovrà essere una colonna sonora, per cui potrebbe saltare fuori qualcosa di nuovo».
Un’eventualità che spaventa anche Massimo Zamboni, ma anche lui lascia aperto uno spiraglio: «Ho sempre pensato all’eventualità della reunion come a un incubo. Perché ognuno di noi ha le sue cose parallele, quindi ti porta via da te. Ma quando ci siamo rivisti ho pensato: siamo così pochi che forse riusciamo a metterci d’accordo. Avevamo chiuso nel modo peggiore, neanche più litigando. Ora, però, scrivere nuove canzoni è l’incubo nell’incubo. Il richiamo per farlo dovrà essere fortissimo. Ma siamo felici di essere qui». E ha aggiunto cosa lo ha reso, da subito, orgoglioso di questo ritorno: «Avremmo dovuto fare le foto a Montesole, dove c’è stato l’eccidio. Ma appena arrivati siamo rimasti in silenzio, non abbiamo fatto le foto e siamo andati via. Ci ha insegnato, ancora una volta, che in certi momenti bisogna stare zitti. Quelle non sono rovine di sassi, ma del mondo. E ti chiedono di non metterti in posa. Abbiamo percepito cosa non si doveva fare. Non siamo noi che dobbiamo raccontare il mondo, è il mondo che si racconta attraverso le canzoni».
Resta un solo interrogativo: perché la scelta di In viaggio come titolo del tour? A quanto pare avrebbe contribuito una indiretta benedizione papale, come ha raccontato Ferretti: «Maroccolo voleva iniziare la scaletta con In viaggio, che per me era insopportabile. Tanto che dicevo: “Datela a Claudio Baglioni”. Avevo faticato anche a scrivere quel testo, non mi veniva, perché non la sopportavo quella musica. Poi una sera a cavallo, sul crinale della montagna, canto: “Girano i sufi in tondo nello spazio / Nel tempo / Salgono in verticale i monaci in clausura / Immobili / Viaggiano l’alto il basso senza abbellimenti”. Un rimedio accettabile come testo. Sul palco invece è diventata meravigliosa, apriva spazi inimmaginabili. E una mattina di Pasqua il Papa ha detto: “Siamo in cammino”. Che è come essere in viaggio, no? Per cui, se dopo Maroccolo l’ha detto anche il Papa, allora così dev’essere. Partiremo con In viaggio, se prima non moriamo noi o il mondo».












