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Il Natale “satanico” dei Rolling Stones

Riascoltare 'Their Satanic Majesties Request', rivalutarlo e rileggerlo come un concept natalizio. In fondo, l'album doveva intitolarsi 'Cosmic Christmas'

I Rolling Stones nel 1967. Da sinistra, Mick Jagger, Bill Wyman, Charlie Watts, Keith Richards, Brian Jones

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

Con le feste arrivano reinterpretazioni di classici natalizi più o meno dozzinali e la diffusione in negozi e uffici di Mariah Carey e di pezzi in stile Band Aid frutto della carità pelosa dagli anni ’80 fino ad oggi. Lo scenario è desolante, ma anche le rockstar hanno avuto un debole per il Natale. Come i Beatles che si sono sempre distinti con i loro deliranti Christmas albums registrati per il fan club e che abbiamo analizzato qui, picchi di sperimentazione assurdista, a volte addirittura anticamere di grandi dischi come Sgt. Pepper’s, non semplici canzoncine per fare cassa.

Pochi invece associano il Natale alla band “rivale” dei Beatles, ovvero i Rolling Stones. E invece anche essi si sono prodigati a celebrare le feste a loro modo, addirittura dedicando loro un disco intero. Their Satanic Majesties Request, uscito l’8 dicembre 1967, rappresenta la risposta degli Stones alla svolta psichedelica dei Beatles di Sgt Pepper’s, uscito nel giugno dello stesso anno. Un disco controverso che ha spaccato per anni pubblico, critica e gli stessi Stones, che sono arrivati quasi a ripudiarlo a causa del repentino cambio di registro e stile che segna: dal rock-blues zozzone agli svarioni lisergici, pilotati da un Brian Jones sempre più sul pezzo e nel pieno della sua esplosiva creatività. O meglio, nel pieno di un caos entropico dovuto ai vari casini legali del gruppo, all’abuso di droghe, a session che erano feste private più che occasioni di lavoro.

A distanza di 55 anni, l’album viene oggi rivisto con maggiore benevolenza avendo nel frattempo ispirato tanto l’hard rock/space rock degli anni ’70/80 (ricordiamo una grandiosa cover dei Kiss di 2000 Man) , l’onda manchesteriana indie degli Stone Roses (2000 Light Years from Home parla chiaro) e molta dell’outsider music/noise rock degli anni 2000 (Citadel in primis).

Ovviamente il neofita si chiede: ma che c’azzecca il Natale con un disco il cui titolo sembra inneggiare a Satana? Beh, in realtà il titolo originale sarebbe dovuto essere Cosmic Christmas, con tanto di copertina con Mick Jagger nudo sulla croce. I discografici decisero che la cosa era quantomeno di cattivo gusto, ragion per cui gli Stones cambiarono loro malgrado titolo e di conseguenza cover art, sviluppando quella che sarà la prima delle copertine “interattive” di una lunga serie che finirà con gli adesivi di Undercover, fatta di stampe lenticolari 3D e collage serratissimi, a suo modo una specie di cartolina natalizia a giudicare anche dai colori che dominano, rosso, bianco, blu, giallo (in tutto questo tornano le grafiche dei dischi natalizi dei Beatles così come anche lo stesso fotografo di Sgt. Pepper’s, ovvero Michael Cooper).

Anche nel cambio di concept c’è una sorta di coerenza: pare infatti che il Natale sia una festa fondamentale anche per il satanismo, dato che in quel giorno si celebra la nascita di Tammuz, il dio sole babilonese associato al numero 666. Ma a parte questo, il titolo è anche una specie di sberleffo che prende in giro la dicitura “Sua Maestà Britannica chiede…” presente nel passaporto inglese così come, a sua volta, mette nel mirino i discografici, accontentati nelle loro richieste come si accontenterebbe Satana.

Ad ogni modo Their Satanic è un disco natalizio già nell’incipit. Sing This All Together è un conviviale raduno di scoppiati intorno alla tavola, innaffiati di vino e di chissà cos’altro in una improvvisazione naïf che ricorda anche qualcosa dei Godz. Citadel, con quelle “Bibbie sulle quali ci fanno giurare” sembra una specie di viaggio fantascientifico di Re Magi futuribili in mezzo a macchine volanti e un oboe dai sapori mediorientali. Il capolavoro di Bill Wyman, In Another Land, potrebbe tranquillamente dipingere un pellegrinaggio di un Babbo Natale acido tra la Lapponia e i deserti della Giudea, in un afflato psichedelico con tanto di voce segata dal tremolo che potrebbe far pensare a un consumo di droghe notevole. Ma era solo un “tiro barbino” di un sobrissimo Wyman che voleva dimostrare come per fare un brano psych non fosse necessario impasticcarsi. E ben gli riuscì, divenendo il primo singolo scelto per promuovere l’ album (con il finale storico in cui è registrato un russare, quasi il Warhol di Sleep in versione sonora).

Con il suo controtempo che sa molto di passato e futuro che si scontrano, 2000 Man allude in maniera neanche troppo criptica all’arrivo di una sorta di messia, che poi non è altro che la metafora di una nuova generazione degli anni 2000. Ma l’autentica rivelazione natalizia sta nella coda della reprise di Sing This Together (See What Happens), una impro sviaggiona tra onirismo, bad trip ed esaltazione maniacale che sembra non andare da nessuna parte se non proprio… agli auguri di Natale, vero picco dell’estasi cosmica. Cosmic Christmas è infatti il titolo presunto di questa cover di We Wish You a Merry Christmas interamente realizzata con un sintetizzatore modulare, dalla resa davvero creepy. Il mistero si cela sul vero performer della traccia: sicuramente c’è un Bill Wyman che canta il refrain, opportunamente rallentato in sede di missaggio tanto da renderlo irriconoscibile, e molti dicono che sia lui a smanettare i pomelli elettronici (d’altronde non era digiuno di tecnologia, come dimostrerà nel suo omonimo disco solista del 1982), altri invece dicono sia proprio il geniale Brian Jones che già in precedenza si era espresso al theremin ed era attentissimo alle nuove tendenze.

Fatto sta che questo piccolo “scherzo” rappresenta una vera e propria rivoluzione nel pop, introducendo prima addirittura dei Beatles i marchingegni elettronici (per i baronetti dovremo aspettare Abbey Road del 1969). L’inquietante frammento verrà anche pubblicato nel 1979 in forma di 7” bootleg raggiungendo status di culto per il suo mistero quasi iniziatico: in realtà forse è l’unico momento in cui il concept di partenza si esprime in tutto il suo potenziale lasciando paradossalmente tutto il resto del disco nella sottotraccia subliminale.

Ad ogni modo il lato B si apre con la splendida canzone d’amore She’s a Rainbow, che di natalizio ha la presa a bene e probabilmente anche un trasporto verso la figura “mariana”, e in The Lantern fanno capolino le campane e i caratteristici campanellini di Natale che non lasciano dubbi. La sensazione di trovarsi in mezzo ad abeti innevati e luccicanti viene anche dalla struttura folk del brano, dilatata e sognante, dal testo tanto mistico quanto adatto ad una favola di Natale. La storia di due amanti, uno vivo e l’altro morto e uniti dalla luce di una lanterna in un certo senso ricorda quel discorso natalizio/spirituale/nostalgico tra la morte e la rinascita che poi sarà presente in molti successivi brani a tema feste, come ad esempio 2000 Miles dei Pretenders.

Gomper col suo organo intimista evoca l’ora della messa, in questo caso il rito di questa ragazza che fa abluzioni in un “lago di vetro”, probabilmente ghiacciato come usa bagnarsi in alcune tradizioni nordiche ortodosse, espandendosi in momenti sonori e strutturali barrettiani che evocano creature misteriose (forse folletti, grinch e via discorrendo) che la stanno a guardare. 2000 Light Years from Home è l’ennesimo racconto di sabbie, deserti, viaggi di redenzione sotto l’occhio vigile di una stella (il dibattito sul fatto che la stella di Gesù non sia una cometa è ancora aperto, qui gli Stones citano direttamente Aldebaran), uno spaccato di futuro che rende il brano uno dei più innovativi del lotto, con i suoi effetti in reverse e il mood ipnotico, solenne e ancora una volta mediorientale.

Il gran finale On with the Show, tra collage radiofonici cacofonie, e ancora una volta campanelli, tamburelli e pianoforti dal sapore celebrativo, ci introduce a una vera e propria festa di fine anno, tra cabaret, orchestre spettacolo, chiacchiericcio di commensali e bicchieri pieni: l’augurio di un buon anno dagli Stones, insomma. L’utilizzo di strumentazioni come clavicembalo, dulcimer, scacciapensieri, flauti, percussioni e campanelli, vibrafoni nonché il massiccio uso del Mellotron dalla forte connotazione surreale nell’imitare gli strumenti veri aiuta ad evocare le atmosfere da favola tipiche del Natale.

Ma il brano simbolo di tutto ciò è forse quello che nell’album non ha avuto spazio. La corale We Love You è uscita come singolo mesi prima di Their Satanic ed è uno dei picchi psichedelici degli Stones, quasi la loro Tomorrow Never Knows innaffiata da effetti lisergici (non a caso Paul McCartney e John Lennon sono ospiti alle backing vocals). Il testo recita “vi amiamo”, un amore anche e soprattutto verso chi all’epoca non amava i freaks, una specie di “porgi l’altra guancia” perché a Natale siamo tutti più buoni. Strano a dirsi, a volte Satana non è cattivo come sembra. D’altronde anche lui è rosso come Babbo Natale.

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