Il formidabile tributo di Martin Scorsese a Robbie Robertson | Rolling Stone Italia
Esclusiva

Il formidabile tributo di Martin Scorsese a Robbie Robertson

Il grande regista racconta l’amico e collaboratore di sempre. Flash di mezzo secolo di vita tra film, canzoni, musei, feste, autostrade e cessi italiani. Il cielo malva e rosa sopra Alida Valli e l’ultima cena a Los Angeles. Un ricordo d’autore

Il formidabile tributo di Martin Scorsese a Robbie Robertson

Robbie Robertson e Martin Scorsese

Foto: Lynn Goldsmith/Corbis/VCG via Getty Images

Nel 1976 la formazione originale della Band ha messo in piedi il suo “ultimo valzer” a San Francisco. Martin Scorsese era lì per immortalarlo nel film-documentario The Last Waltz. Con quel progetto Robbie Robertson ha posto fine alla collaborazione col gruppo, ma ha dato il via a quella con Scorsese che è durata fino alla morte del musicista avvenuta in estate.

Nel testo che segue, Scorsese descrive scene di vita con Robertson: dai viaggi in Europa alla visione dei film di Luis Buñuel come Un chien andalou e Il fascino discreto della borghesia, fino all’ascolto della musica di Michael Praetorius e di Van Morrison. È il racconto straordinario di un’amicizia straordinaria.

Mulholland Drive

Ero arrabbiato.

Tesissimo. In modo strano, ma comunque… ero arrabbiato.

Volevo che ascoltasse Michael Praetorius. Ottoni e corale, mi sono arrabbiato ancora di più.

Sapevo che parlavano di me. Tutti. Lo sapevo, glielo leggevo negli occhi.

I loro sorrisi. Sapevo che parlavano di me.

Su e giù per la stanza, la corale, poi gli ottoni, la corale e gli ottoni, la corale e gli ottoni accompagnavano il mio sfogo.

Con la coda dell’occhio, ho notato una zaffata di fumo.

Quello è un sorriso ironico o un ghigno? Lui è seduto sul divano. Si gode lo spettacolo. Questa sfinge. Questa creatura simile a una sfinge. La sua presenza – calma. È sempre stato calmo.

Mi rivolge una parola o due, pacato.

La paranoia m’attanaglia sempre più. Corale e ottoni. La sfinge osserva – calma. Attraversa la tempesta. Aiuta a farla passare. Mi tranquillizza.

Almeno ha ascoltato. Sì, ha ascoltato. Era un ottimo ascoltatore.

Sarà stato l’inverno del 1978, credo – ma non importa. Avevamo abitato insieme, a casa mia, per circa un anno e mezzo. Sarebbe finita nell’autunno di quell’anno.

È tutto assurdo. Ma è accaduto.

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A volte era come essere in un road movie – non Easy Rider o Nel corso del tempo, intendo qualcosa di ambientato per le strade di Zanzibar, di Singapore, in Marocco. Com’è che mi sembrava sempre di essere Bob Hope e lui Bing Crosby?

Europa 1977

Una notte mi sono svegliato al Meurice e non sapevo dove piazzare la telecamera.

Non bene.

Nel bagaglio ho un premio per Taxi Driver, il David di Donatello. Lo guardo passare attraverso i macchinari a raggi X, negli aeroporti – mi piace vedere la silhouette nella macchina.

Dai festival del cinema alle feste, alle riunioni, ai festival del cinema.

Nikita Mikhalkov non ci lascia passare. «Vodka!». Dobbiamo farci uno shot. Facciamo come ci viene detto.

Kurosawa ci trova divertenti.

TAGLIO

INQUADRATURA a sfilare sui capolavori della Galleria degli Uffizi

Utrillo, Raffaello, Tiziano, Caravaggio, la Venere di Botticelli sulla mezza conchiglia. Uno dopo l’altro, dopo l’altro ancora. Travolgente. Che meraviglia… mi sto innervosendo?

Ci godiamo il museo, lui da una parte, io da un’altra.

Ci perdiamo di vista.

Esco dall’edificio. Lo trovo seduto su un gradino, in preda allo sconforto. Alza lo sguardo, con aria tranquilla dice: «Siamo dei poveracci».

«Sì, siamo poveracci», rispondo.

Non molto bene.

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Cosa faremo ora che abbiamo visto tutto questo? Riusciremo mai a fare qualcosa d’altro? Potremo passare di nuovo attraverso il fuoco? Diceva sempre così. Sempre «il fuoco».

Ridere ci ha aiutato. Ma non è che ci è stato tolto tutto?

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In viaggio da qualche parte in Italia. Ci fermiamo in un’area di sosta. Dobbiamo andare in bagno.

Dicono: tutte occupate. «Andate fuori sul retro».

Siamo lì, in piedi, a pisciare. Porcellana bianca tutt’attorno a noi. Guardiamo. Water. Una quarantina, forse di più, sono lì abbandonati. Buttati alla rinfusa. Bianchi e splendenti, nuovi di zecca. Aspettano a terra. Ma aspettano… cosa? Sono caduti dal retro di un camion?

Cosa diavolo stiamo facendo?

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A un certo punto mi sono svegliato, era settembre del ’78, e sono scivolato, questa volta agevolmente, in Toro scatenato.

È tornato per Toro scatenato ed è rimasto fino a Killers of the Flower Moon.

Proiezioni notturne

Notte – inquadratura dall’alto su mani che affilano un rasoio – immagini in bianco e nero rovinate

PRIMO PIANO sull’uomo che sta affilando, ha una sigaretta in bocca – ha una somiglianza sospetta con Luis Buñuel

Prova la lama sull’unghia del pollice, apre la porta-finestra di un balcone e osserva il cielo notturno

Una nuvola sottile s’avvicina alla luna piena

PRIMO PIANO sul volto di una donna, che ci guarda – lui le apre l’occhio sinistro con le dita – solleva il rasoio e inizia a tagliare

La nuvola taglia la luna

PRIMO PIANO sull’occhio mentre il rasoio lo apre – fuoriesce del liquido

Parole sullo schermo: “Otto anni dopo”

Davvero?

Che razza di narrazione era questa? Cosa volevano farci credere?

Ma perché no? È sempre otto anni dopo…

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Si proiettano film. Copie in 16 mm, di solito duplicate malamente. Per tutta la notte, in quella casa sulla Mulholland.

Gli ho proposto Rossellini, Visconti e Fuller. Preferiva Bergman, Cocteau e Buñuel. Amava Buñuel.

“Otto anni dopo”

Immagini a colori, lingua francese

È in corso una cena – europei dell’alta borghesia, dai modi impeccabili, chiacchierano educatamente e mangiano pâté

Suona il campanello – entra una compagnia di soldati in uniforme – imbarazzo: erano attesi per l’indomani, ma le manovre sono iniziate prima del previsto

La padrona di casa interviene e si offre di dare da mangiare a tutti – vengono preparati tavoli e sedie – conversazione assurda davanti a un drink – il colonnello si fa una canna con il suo secondo e la passa gentilmente agli altri ospiti

Il pasto inizia su due tavoli angusti – scuse per le porzioni ridotte

Un altro soldato è alla porta, un sergente – «Messaggio dal quartier generale per il Colonnello» – l’Esercito Verde ha attaccato, quindi, purtroppo, devono andarsene

I soldati si alzano e si scusano – sono pronti ad andarsene quando il sergente sussurra qualcosa all’orecchio del colonnello

Il colonnello è entusiasta – «Il sergente ha fatto un sogno affascinante e vorrebbe raccontarvelo» – tutti si siedono di nuovo – «Ascoltiamo»

Il Sergente si toglie l’elmetto, lo piazza sottobraccio, assume un’aria malinconica e inizia la sua recita – «La settimana scorsa ho fatto un sogno…»

La storia si fermava per il sogno. Gli piaceva questa cosa. Non c’era alcuna linea di demarcazione tra realtà e sogno. Gli piaceva. Per la sfinge non c’era differenza.

Perché tutte le storie non possono fermarsi così? Fermarsi per i sogni…

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Ancora film, ancora musica.

Alida Valli che corre per le strade di Venezia urlando «Franz! Franz!» – il cielo sopra di lei è color malva e rosa – la settima sinfonia di Bruckner si diffonde. Senso di Visconti finisce. Copia sbiadita.

Ci alziamo, usciamo fuori.

Il cielo sopra di noi è color malva e rosa. Siamo ancora nel film di Visconti. Dentro e fuori.

Il sole sta sorgendo. L’unica cosa che restava da fare è mettere su Tupelo Honey. È sempre andata così. Van e Tupelo Honey. Era una specie saluto per noi.

Scuola di musica

Non si trattava sempre di Bruckner e Praetorious. La maggior parte era blues, rock, gospel, folk, country, Gil Evans e Miles Davis, Nass El Ghiwane, Willie Dixon, il Canzoniere Americano.

Mettevo su i Sex Pistols. Lo irritavano sempre. «Abbassa il volume. Non sanno suonare».

Ascolti. Anni di ascolti. Canzoni. Mix. Suoni. E parole. Le sue parole, sulla musica che sentiva nella sua testa. Parole che incarnavano la musica e poi diventavano musica. Parole che comunicavano sensazioni che mi facevano pregustare il suono della musica.

Lo ascoltavo. Avevamo trovato un linguaggio comune.

Ascoltando le cicale, per Silence. Cicale all’inizio di settembre a Kyushu, cicale alla fine di agosto a Hokkaido, tutti i diversi tipi di suono delle cicale in varie parti del Giappone e vari periodi dell’anno.
Sono finite anche in Killers of the Flower Moon.

Per The Irishman volevo un’armonica. La stessa sensazione della musica di Grisbì. Ho consegnato a Robbie una copia della colonna sonora. Lui ha scovato un grande armonicista francese, Frédéric Yonnet – e l’hanno scritturato.

Ho detto: «Voglio qualcosa di pericoloso e passionale». Per il momento in cui Leo fa scendere Lily dal suo taxi, a casa di lei, in Killers of the Flower Moon.

Robbie è tornato con un tema a base di chitarra, basso e armonica: pericoloso e passionale. Più di quanto avessi chiesto. Ha contribuito a definire tutto il film.

Serviva anche un altro tema, imponente e audace, qualcosa che riflettesse il paesaggio, le praterie e le colline. Lui è tornato con un’esplosione di suoni che evocava il petrolio che sgorga dal suolo… coyote e ululati di lupi.

Ripresa aerea

Una barca di legno in mare aperto. La barca è tutto il tuo mondo. E tu sei sperduto e solo nell’universo, mentre ti aggiri nell’etere.

Forse sei uno degli sfortunati a bordo di una imbarcazione comandata da un pazzo e destinata alla distruzione – sei stato abbandonato come Ismaele, solo un altro orfano raccolto da un’altra nave diabolica che naviga in cerca dei suoi figli scomparsi, ma tu sei fuggito per raccontarlo.

La maestosità. Il romanticismo. Il pericolo. La follia. Vorticano insieme in una tempesta unica. Anche lui deve avere sentito ciò che io percepivo in Melville e nelle immagini dell’America del XIX secolo. Non ne abbiamo mai parlato. Non ce n’era bisogno. Era nella sua musica, quella con Levon Helm, Richard Manuel, Garth Hudson e Rick Danko, quella fatta da solo, quella per i miei film.

Quei primi dischi della Band, quel suono composito – l’organo, la chitarra, le voci diverse, tutto veniva da un luogo misterioso chiamato Big Pink… le canzoni – il mondo degli imbroglioni e dei furfanti, dei servi infedeli e dei vigilantes, delle difficoltà e delle liberazioni, degli inni religiosi e delle murder ballad, di Shenandoah e Cripple Creek, di Daniel e dell’arpa sacra, di Carmen e del diavolo che camminano fianco a fianco, dell’Olandese Volante sulla barriera corallina… era vasto come il continente, influenzato da tutto e da niente, del tutto originale e nasceva proprio dal suolo, dalla bellezza e dalla tragedia di questo luogo chiamato Nord America.

The Last Waltz

Planning del film. Riprese. Montaggio. Missaggio. Mi hanno tenuto in vita per quei due anni.

Le proiezioni. L’impatto di tutte quelle canzoni e performance. Wim Wenders ha presenziato quasi a ogni proiezione.

La proiezione di Cannes. Mentre ci dirigevamo sul red carpet, qualcuno tra la folla ha urlato «Fascisti!». Sono rimasto perplesso. Ma calmo. E dopo la proiezione è arrivata una bella ovazione.

«Fascisti!». Davvero? Abbiamo pensato tantissimo a questa cosa, nel corso degli anni.

Giorno del Ringraziamento, 1978

Due anni dopo il concerto di The Last Waltz, pochi mesi dopo l’uscita del film nelle sale. Cena del Ringraziamento a casa mia sulla Mulholland. È avvenuto il massacro di Jonestown.

Michelangelo Antonioni era in città. L’abbiamo invitato a passare questa festa americana con noi.

Credo che Michelangelo sia rimasto sconcertato dalle nostre risate, ma eravamo di nuovo vivi, avevamo superato il peggio.

Ogni anno, nel giorno del Ringraziamento, ricordando The Last Waltz, ci telefonavamo per sapere come ci andavano le cose. Era un rituale.

The Flying Dutchman’s on the reef

Festa per il mio ottantesimo compleanno. È una cosa grossa, ma c’è una bella atmosfera nella stanza.

Robbie si avvicina al microfono. C’è una sorpresa.

Inizia a parlare della nostra amicizia. «C’erano alcuni artisti che ci attiravano, a livello cinematografico, in modo incredibile, profondo e musicale. Siamo entrati in sintonia grazie a queste cose. A volte questi artisti continuavano a tornare, ci giravano intorno, e noi non riuscivamo mai a resistere».

Poi ha presentato Van Morrison.

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Qualche mese dopo. Un’ultima cena a Los Angeles.

“Otto anni dopo”… e quei water nel campo dietro l’area di servizio e il cielo malva e rosa che abbiamo condiviso con Alida Valli e… davvero pensavano che fossimo fascisti?

Alla fine della serata mi ha detto: «Mi dispiace di essere stato poco brillante».

Non ha mai parlato molto della sua malattia.

Adesso sono di nuovo arrabbiato. Sono arrabbiato perché non ha avuto la fortuna di vedere la gente apprezzare il suo lavoro per la colonna sonora di Killers of the Flower Moon.

Ma ha comunque avuto modo di crearla.

Credo che non ascolterò mai più Tupelo Honey.

Da Rolling Stone US.