Milano, via Giuseppe Sirtori 15. Gesto in Porta Venezia sembra il posto ideale per mangiare e ascoltare musica, ma non per distruggere illusioni. È quello che succede nel nuovo disco di Madame fin dalla copertina: il titolo Disincanto, il nome dell’autrice, il prezzo (32,90 euro per il vinile, 17,90 per il CD) o il codice a barre (a seconda delle versioni). Non è una scelta di marketing, è una domanda filosofica compressa in un’immagine: quanto costa la musica? E soprattutto, sembra un modo per chiedersi quanto costa tutto quello che avviene nel mentre, cioè crescere, amare, cambiare, perdere qualcosa per diventare qualcos’altro?
Il nuovo album di Madame, in uscita il 17 aprile e anticipato dai singoli Disincanto, Ok e Rosso come il fango, parte da una presa di coscienza brutale che rintracciamo anche nelle riflessioni che ha condiviso durante l’ascolto in anteprima nel listening bar di Porta Venezia: «Disincanto non è il sinonimo stretto di disillusione. La disillusione spesso porta a stare fermi, a non fare passi in avanti, a essere tristi e chiusi in se stessi. Il disincanto no. Quando si spezza l’incantesimo la vita va avanti, cambia la lente nei tuoi occhi e prosegui. In quel termine c’è anche il canto, quindi, essendo legata al gusto della parola, mi è sembrata meravigliosa».
Non è quindi una resa, ma un cambio di prospettiva. E infatti il disco, il terzo della sua carriera, non è un punto di arrivo, è una zona grigia in cui Madame si muove senza voler rassicurare nessuno, nemmeno sé stessa: «È un disco pieno di domande aperte, con canzoni dove ho piantato il seme del dubbio. Le risposte semplici mettono a tacere le domande. Qui cerco di farmi nuove domande più che darmi nuove risposte». Il problema è che crescere significa anche perdere qualcosa: «La mia vita è come quella di tanti che entrano nel mondo degli adulti. Ora non ho più, come i bambini, il diritto di essere amata. Gli altri possono mettermi i bastoni tra le ruote o delle trappole lungo il cammino».
Per lei la musica non è mai stata un feticcio: «Sono un’ascoltatrice pigra, non ho una vasta cultura. Per me la musica è sempre stata un mezzo per dire delle cose». Il punto allora non è cosa ascolta, ma chi la aiuta a dare forma alle proprie ispirazioni. E lì entra in gioco il produttore Nicolas Biasin, alias Bias: «La mia più grande influenza musicale è Bias. Io tendo a dare la direzione, ma siamo cresciuti insieme, ci conosciamo da nove anni, quindi i nostri gusti si sono mescolati crescendo. Questo è il primo disco lavorato interamente con un produttore con cui sono amica. E se qualcosa non andava, uscivamo dallo studio a giocare a tennis o a biliardo».
Il rapporto simbiotico affonda in ascolti che vanno da Michael Jackson a Jamie xx, che poi finiscono sempre dentro una dimensione personale. Non è un caso che uno dei momenti centrali del disco sia il dialogo con Marracash in Volevo capire, un pezzo nato storto e che si è raddrizzato soltanto dopo uno scontro: «Prima era una traccia bruttissima, finché un giorno Bias ha estrapolato il ritornello, l’ha messo su questa base e mi ha conquistata. Siamo andati ad ascoltare il disco a casa di Marracash e ha accettato di partecipare. Il mio amore per questo pezzo era così grande che ho aspettato a scrivere finché non ha scritto Marra (sorride). Prima non ce la facevo. Poi siamo arrivati al giorno del giudizio: due giorni di litigio. La prima versione faceva cagare. Dopo che non riuscivamo più a parlare, abbiamo comunicato con dei foglietti di carta, scrivendo cosa ci piaceva e cosa no del brano. Ho disegnato due stelline e siamo arrivati a una sintesi».
Non a caso è un pezzo dove qualcosa resta sospeso, come molte cose in questo disco. Anche perché il contesto intorno non aiuta: «Questo è un periodo dove c’è un confronto molto elevato sui social. Vedi quello che fanno migliaia di persone e hai motivo di confrontarti con loro e sentirti insicuro. Per me e per Blanco riguarda anche il fatto che tante persone ti vogliono bene, ma il confine è labile. Nella mia piccola cerchia so cosa condivido a livello sentimentale e cosa è utile condividere. Perché chi ci sta vicino non lo fa solo per sentimento. Ma l’importante è esserne consapevoli e non farsi trovare impreparati».

Foto: Leonardo Scotti
Il risultato è una generazione che non ha paura di avere paura: «Ho un rapporto pessimo con la paura, ho cercato di esorcizzarla in qualsiasi modo. È molto ricorrente nelle nostre vite, può uscire come rabbia o insicurezza. È il main character della nostra generazione, ma anche altri di età diverse la sentono». Scrivere diventa allora una forma di auto-suggestione, quasi un rito: «Il disco è catartico, perché dire che non si ha paura è un modo per sfidarla. Quando scrivo non significa che sia già così, ma è un obiettivo: manifesto dove voglio arrivare».
In mezzo c’è anche la musica con tutte le sue ipocrisie. Come stai? è il punto in cui Madame prende a brutto muso l’intero sistema, tra “i ricatti delle radio per il Festival, che non ti passano se non passi alla festa” alle “ladrate dei producer che fan cresta sul lavoro che fan altri al posto loro”, fino alle pratiche opache del music business come “più l’anticipo fa gola più fa debito, più la FOMO mi fa gola più la evito”. A questa fotografia spietata aggiunge le conseguenze personali di certe pressioni: “Vuoi sapere come ho sfruttato il successo? In due anni non ho partorito un pezzo, sono stata in un ricovero per settimane, e non mi alzo se non con gli psicofarmaci, loro sono un bell’esempio a cui affezionarsi”. E ripete ossessivamente un mantra illuminante: “Madame non è solo intrattenimento”. È un L’avvelenata della generazione Z? «Sì, anche se quella di Francesco Guccini era più avvelenata. Ma in qualche modo è così. Però il mio pezzo preferito di Guccini è Vedi cara».
Poi ci sono i tentativi di alleggerire come No Pressure, o l’auto-dissing di Puttana svizzera: «Volevo rapper senza peli sulla lingua, come Nerissima Serpe e Papa V, o 6occia che ha una penna incredibilmente cruda, ha spaccato tutto. L’ha scoperto Bias da un reel». Oltre alla provocazione e alla sua trasposizione musicale, però, c’è sempre il mondo che entra, anche quando non vorrebbe: «La guerra mi tocca come tocca tutte le persone che vivono l’oggi. Hai notizie ogni giorno e mi diventa difficile pararmi gli occhi e andare dritta per la mia strada. Spero che raccontando il mio mondo interiore, e non volendo tutto bianco o nero, possa essere di stimolo e di aiuto a chi mi ascolta. Per riflettere sull’attualità e disseminare dubbi anche dove la verità sembra schiacciante».
È un modo per rimanere dentro le cose senza soccombere, come scegliere a chi credere: «Per come sono fatta, che sono ossessiva, ho i miei canali dove mi informo. Adesso bisogna scegliere una voce, un giornalista, che più o meno ti ispira o con il quale sei d’accordo». E aggiunge un passaggio che, detto da una 24enne, pesa parecchio: «I giornalisti hanno un’importanza che molti ignorano in un mondo di clickbait. Quando apro un link e, oltre al titolo, non c’è dentro niente mi fa malissimo». È uno dei punti chiave di Disincanto: non solo togliere il velo per vedere meglio, ma accettare che non esiste un’unica versione delle cose. E nel dubbio restare, anche quando è scomodo, anche quando fa più paura. Potremmo capire che il prezzo non è solo quello del disco, ma della vita che ci finisce dentro.















