Damon Albarn sembra un po’ assonnato. È a casa sua, in Inghilterra ed è inverno. «In giorni del genere si stenta a credere che esista il sole. Questo periodo dell’anno rappresenta il nostro atto di fede nell’esistenza», racconta divertito a Rolling Stone India. Si capisce anche da commenti leggeri come questi che Albarn è in vena di considerazioni esistenziali. Dopo tutto, lui e Jamie Hewlett hanno attinto ad angosce, dolori e gioie della vita per il nuovo album dei Gorillaz The Mountain che uscirà il 27 febbraio.
Cappellino nero, t-shirt bianca e collane, tra cui una che sembra una mala, Albarn parla anche di cose leggere. «Mi pare che in questo periodo Murdoc stia esplorando uno stile sadhu chic… qualunque cosa significhi». Immaginare l’irriverente e poco raccomandabile bassista della band come un asceta che cerca l’illuminazione su un ghat del Gange non è una cosa che i fan dei Gorillaz avrebbero immaginato, tanto meno quelli indiani: è un crossover che nessuno aveva previsto.
Il rapporto della band con l’India è iniziato con un post del 2023 in cui i membri virtuali Murdoc Niccals, 2-D, Noodle e Russel Hobbs fuggivano dalla polizia di Los Angeles procurandosi passaporti falsi e volando a Mumbai. Il viaggio reale che Albarn e Hewlett hanno intrapreso per creare The Mountain è stato invece segnato da morte e momenti di riflessione. Alla fine del 2022 Hewlett si è procurato in fretta e furia un visto per l’India per volare dalla Serbia a Jaipur dove la suocera, che si trovava nella capitale dello Stato desertico del Rajasthan insieme a sua moglie, aveva avuto un ictus ed era in coma. Sono rimasti due mesi a Jaipur nella speranza di riportare a Parigi la donna che era in terapia intensiva e vittima di continue infezioni. «Trovarsi dall’altra parte del mondo con una famigliare in coma e cercare di riportarla a casa è stata un’esperienza decisamente traumatica, come puoi immaginare», spiega Hewlett. «Eppure, nonostante tutto, mi sono innamorato di Jaipur».
Con la sua t-shirt blu sbiadito e il cappellino nero portato al contrario, Hewlett sorride quando gli chiedo dell’impressione che l’India gli ha lasciato. «Sarebbe stato normale non volere più tornarci dopo questa esperienza, ma ovviamente l’India non c’entrava, era semplicemente successo lì».
Quando è tornato a Londra, Hewlett ne ha parlato con Albarn. «Gli ho detto che dovevamo andare in India per un progetto dei Gorillaz. E lui ha risposto di sì, assolutamente». Così, a maggio del 2023, sono andati per la prima volta insieme in India, «semplicemente esplorando e viaggiando, cercando di assorbire quanta più cultura possibile e vivere quante più esperienze riuscivamo».
Damon Albarn (a sinistra) e Jamie Hewlett sul Gange, a Varanasi. Foto: Blair Brown
Sia Albarn che Hewlett hanno una certa familiarità con l’India com’è normale per artisti inglesi, visto che generazioni di indiani sono emigrati nel Regno Unito dopo la fine del colonialismo britannico. Albarn è cresciuto a Leytonstone, nell’East London e per vicini di casa aveva una famiglia indiana. Il padre ascoltava spesso musica classica indiana. «Mi ha fatto ascoltare dischi di Ravi Shankar fin da quando ero bambino. Così quando sono arrivato a Mumbai mi sono sentito a casa».
A quel punto non si era ancora palesato un tema chiaro. Dopo essere tornati a Londra, il padre di Albarn è morto. Dieci giorni dopo, è morto anche quello di Hewlett, che nei mesi seguenti ha perso anche la suocera dopo un lungo periodo di malattia. Col viaggio in India ancora vivido nella memoria, l’idea per il disco dei Gorillaz ha preso forma: parlare di morte e perdita non dalla prospettiva occidentale, ma attraverso la lente più rassicurante della reincarnazione tipica delle filosofie orientali tra cui l’induismo. «Ho detto a Damon: non sarebbe grandioso fare un disco che faccia sentire le persone meno spaventate dalla morte?».
Considerando la propensione dei Gorillaz alle avventure surreali in giro per il mondo e alle collaborazioni che ne conseguono, non era difficile immaginare che prima o poi sarebbero finiti in India, ma non nel modo in cui l’hanno fatto. Prendiamo la title track: per essere una band virtuale, il flauto di Ajay Prasanna, il sitar di Anoushka Shankar e al sarod di Amaan e Ayaan Ali Bangash danno l’impressione che The Mountain sia radicato nel mondo reale.
«Era chiaro che prima o poi ci sarei arrivato», dice Albarn, che in passato ha attinto nei suoi vari progetti alla musica di Paesi africani come Etiopia, Mali, Nigeria, Marocco e Congo. «Ho lavorato a Damasco, in Siria, e in Algeria. Se ci vado, c’è un motivo. C’è molta energia emotiva che si accumula prima di intraprendere un viaggio come quello raccontato da The Mountain».
Hewlett elenca luoghi visitati in India, tra cui Nuova Delhi, Amritsar, Mumbai, Rishikesh. Ha anche partecipato a un ritiro ayurvedico nel Kerala. Lui e Albarn sono andati a Varanasi per disperdere nel Gange le ceneri del padre del cantante. Non hanno «scoperto improvvisamente la spiritualità», tipo la versione romanticizzata di Mangia prega ama. «Sto studiando e mi ci sto immergendo in ogni parte del mondo, perché è tutto collegato», dice Albarn. «Ma la senti in modo particolare in un posto come Varanasi quando assisti a una cremazione, alla dispersione dell’energia e al rinnovarsi di quell’energia altrove, il ciclo della vita… la ruota. Lì lo senti in modo bello potente».
Nel Rajasthan questa immersione ha assunto caratteri musicali. Lì ha ascoltato molta musica folk, incluso un «violino a una corda» suonato all’Amber Fort di Jaipur, e ha registrato parti che sono state poi adattate per The Mountain. «Alcune melodie decisamente famose sono diventate probabilmente irriconoscibili rispetto a come sono nate centinaia di anni fa. Era importante per me avere qualcosa che potessi sentire mio a livello emotivo, anche se non lo è. Sentivo di poter dare un contributo».
Dal punto di vista iconografico, i Gorillaz sono diventati ancora più colorati e caratterizzati da motivi indiani, da Russel vestito come un membro della Hindu Jea Band di Jaipur a Murdoc che levita come un asceta sul ghat del fiume, fino ai titoli delle canzoni tradotti in hindi e scritti in caratteri devanagari per l’uscita come singoli. In un’altra immagine promozionale, una figura dalle molte teste incombe sulla band.
Artwork: Gorillaz
Nel lavorare alle sue raffigurazione delle divinità indù, Hewlett ha cercato di essere rispettoso ed è stato «indirizzato nella direzione giusta» da un tatuatore incontrato a Mumbai, da un team in India e da alcuni libri che ha letto. Le illustrazioni sono inserite in fotografie di Blair Brown, che ha accompagnato Hewlett e Albarn nei loro viaggi in India e ha scattato migliaia di foto.
È la prima volta da molto tempo in cui Albarn e Hewlett si sono sentiti «allineati». L’ultima volta per il cantante è successo ai tempi di Plastic Beach del 2010. Hewlett dice che si erano allontanati e che l’album li ha riavvicinati molto. «Ci siamo resi conto che era l’ingrediente necessario per fare un disco forte. L’India ci ha rimessi insieme». Albarn: «È fantastico quando un’amicizia può manifestarsi anche dal punto di vista creativo». Hewlett ha pianto in studio quando ha sentito Albarn cantare “I don’t know anything that feels like this” col suo inconfondibile modo malinconico in Casablanca. «Non piango mai, ma sono molto sensibile adesso, all’improvviso provo tantissimo amore per tutti».
Per chi ha scoperto i Gorillaz attraverso album che hanno definito un’epoca come Demon Days e Plastic Beach, The Mountain segna il ritorno alla narrazione potente che hanno padroneggiato anzitutto come band virtuale. Ci sono riflessioni sulla natura della vita in The Moon Cave, che abbina a un groove disco un testo sulle paure dell’infanzia e quindi può farti piangere mentre balli. The Happy Dictator è stata ispirata in parte dall’America trumpiana, ma anche dai viaggi di Albarn in Turkmenistan e Corea del Nord. Oltre a brani frutto della nuova consapevolezza come The God of Lying e The Plastic Guru, c’è la leggerezza dolceamara di Orange County e The Hardest Thing, che ti portano dritto nelle profondità del lutto. In equilibrio tra le due dimensioni è The Manifesto, brano vivace che affronta la morte con un rap tagliente. The Shadowy Light, che Albarn ha scritto nei giorni successivi alla morte del padre, è pieno dell’inconfondibile malinconia dei Gorillaz, ma c’è anche di un senso di accettazione per com’è fatto il mondo. La traccia conclusiva The Sad God affronta anch’essa i temi della perdita e della morte, ma dalla prospettiva di una divinità che ha rinunciato all’umanità. «In pratica dice: “Che cosa avete fatto? Vi ho dato tutte queste meravigliose opportunità e voi le avete trasformate in idee negative”», spiega Hewlett.
Per dare al lavoro il giusto grado di autenticità sonora, i Gorillaz hanno usato il loro ben noto superpotere che permette loro di coinvolgere alcuni dei migliori artisti da tutto il mondo. Aggiungendo un ulteriore livello a un concept album sulla morte, The Mountain include partecipazioni postume di Dennis Hopper (che aveva prestato la voce alla vecchia Fire Coming Out of the Monkey’s Head e ora appare nella title track), Bobby Womack e Dave Jolicoeur (The Moon Cave), Proof in The Manifesto, Tony Allen in The Hardest Thing e Mark E. Smith in Delirium. Per Albarn «è perfetto per il tema della reincarnazione».
Jamie Hewlett e Damon Albarn all’aeroporto di Mumbai. Foto: Blair Brown
Registrato in studi a Mumbai, Nuova Delhi, Jaipur e in altre parti del mondo, The Mountain colloca le voci di artisti indiani e di origine indiana all’interno dell’universo sonoro globale dei Gorillaz. Tra questi, la leggendaria cantante Asha Bhosle (che canta l’hook in hindi “Majhi Re Majhi”, scritto dalla paroliera Kausar Munir, in The Shadowy Light) e la veterana disco/jazz Asha Puthli (The Moon Cave).
Bhosle, che nella sua vita ha interpretato oltre 15 mila canzoni, racconta che «ero indecisa se lavorare o meno all’album, poi quando ho ascoltato la base musicale e il testo qualcosa si è acceso dentro di me, in profondità. Non era una canzone qualsiasi. Il testo aveva un significato profondo, mai ha toccata e quindi ho accettato». Il risultato è uno dei momenti più commoventi del disco. Puthli, dal canto suo, attribuisce il merito di averla coinvolta nel progetto al manager Sweety Kapoor, che è stato anche consulente musicale e supervisore per gli artisti indiani di The Mountain. «Damon e io abbiamo parlato di suo padre, della perdita, del lutto, di ciò che viene dopo la morte, del tempo non lineare, della coscienza, dell’idea di unità e dei viaggi spirituali. Abbiamo scritto testi in inglese, con tocchi di hindi e sanscrito. Il processo è stato sempre collaborativo, dalla scrittura all’improvvisazione in studio».
Anche Shankar, i cui contributi si sentono in vari pezzi, è stata coinvolta grazie a Kapoor. «Ho passato la giornata con Damon, abbiamo passato in rassegna le canzoni e trascorso un giorno intero a registrare, è stato divertente. È il mio modo preferito di registrare: concentrazione e creatività». La title track messa in apertura può suonare molto “indiana”, ma secondo la sitarista e compositrice non è necessariamente basata su un raga. «La musica è intrinsecamente dei Gorillaz. Le melodie vengono suonate con inflessioni e improvvisazioni influenzate dall’India per via di chi le suona». Avere la sitarista in un disco dei Gorillaz ha rappresentato la chiusura del cerchio per Albarn, che è cresciuto ascoltando la musica del padre di lei, la leggenda del sitar Pandit Ravi Shankar. «Credo di aver ascoltato Ravi Shankar prima ancora dei Beatles».
Il flautista Prasanna ha cominciato le session a Nuova Delhi sentendo subito una connessione emotiva. «Mi hanno richiamato per andare a Mumbai dopo qualche mese e registrare altre parti. Ho suonato mentre loro sorridevano e versavano lacrime di gioia. Custodirò per sempre questi ricordi». La loro è stata una collaborazione «estremamente rara». Il flautista ha anche scelto di suonare il raga Dhani e il raga Malkauns in The Manifesto.
Un contatto dopo l’altro, a un certo punto i due sono quasi finiti per collaborare con alcune «pop star indiane occidentalizzate», ma non era quello che volevano. «Non siamo venuti in India per conquistare il mercato indiano», spiega Albarn, «siamo venuti in India perché siamo interessati a imparare qualcosa ed essere creativi all’interno di quel processo di apprendimento».
Fedeli alla loro natura, i Gorillaz hanno portato nel progetto altre influenze. In tre brani c’è Black Thought dei Roots, che in The Empty Dream Machine cita Asha Bhosle che canta la hit del 1971 Dum Maro Dum, composta da R.D. Burman. Il siriano Omar Souleyman è affiancato a Yasiin Bey (ex Mos Def) in Damascus, Johnny Marr ha piazzato riff e melodie qua e là, Paul Simonon dei Clash fa i cori in Casablanca, mentre Joe Talbot degli Idles è presente in The God of Lying.
Ci sono anche star più giovani come il produttore argentino Bizarrap e il rapper Trueno. Bizarrap offre un beat allegro che contrasta con le parole strazianti di Orange County, oltre ad avere contribuito alla produzione di The Moon Cave. Trueno è presente in The Manifesto su una musica giocosa che include gli strumenti a percussione chimati kartal. Dice Albarn che «la musica sudamericana e la musica indiana… è un filone mentale che deve essere ancora scoperto. Molte delle percussioni nella musica indiana sono piuttosto simili a quelle della musica samba».
The Mountain è un album che ti porta in giro per il mondo, con l’India come punto di partenza, mentre i Gorillaz scalano nuove vette nel loro viaggio di scoperta di sé. Se non avete ancora visto un video, è perché Hewlett sta preparando un cortometraggio di otto minuti interamente basato su illustrazioni disegnate a mano. Conterrà tre canzoni e fornirà «una spiegazione in breve di ciò di cui si canta in questo disco, che è sostanzialmente la storia della vita. La montagna è una metafora della vita. Alla base della montagna, che è ampia, ci sono giungle verdi e tanti sentieri e altrettante possibilità. Più sali, più si restringe. E quando arrivi in cima alla montagna, cosa c’è oltre? È in pratica la reincarnazione».
I Gorillaz hanno assunto varie forme negli anni, dall 2D alla computer-generated imagery fino al live action in 3D (ricordate i Grammy del 2006?), oltre alla realtà aumentatà e a quella virtuale. Questa volta Hewlett ha scelto la strada più laboriosa della illustrazione fatta a mano, come negli anni ’50 e ’60. «Ho riguardato più volte Il libro della giungla e molti altri vecchi film di animazione. Ho persino trovato online cartoon indiani un po’ strani, che adoro. Mi piace il fatto che siano prodotti da gente in carne e ossa». Quando gli è stato chiesto di disegnare i Gorillaz per la copertina di Rolling Stone India, Hewlett ha trasportato 2D, Murdoc, Noodle e Russel nelle foreste dell’India, ispirandosi alle amate storie ottocentesche di Rudyard Kipling, a loro volta radicate in antiche favole indiane come il Panchatantra.
È anche una «presa di posizione moderata» contro la proliferazione di immagini e di arte generate dall’intelligenza artificiale. Hewlett cita l’esempio del figlio che usa ChatGPT perché è uno strumento facile. «Non dovrebbe essere facile. Le cose devi farle da solo, altrimenti arriveremo a un punto in cui non faremo altri che stare sul divano a premere pulsanti», dice ridendo.
Oltre all’album e al cortometraggio, è prevista anche l’arrivo a Los Angeles della mostra House of Kong, due concerti negli Stati Uniti e un ampio tour europeo (che toccherà l’Italia il 27 giugno a La Prima Estate e il 25 luglio a Trieste, ndr). «Devo rinunciare a un anno di vita a casa per fare il tour e mi sta bene», dice Albarn. «Ci sono sacrifici che fai quando invecchi, perché il tempo non è infinito. Diventi più sensibile. Non ho cambiato idea su ciò che devo fare, ma suppongo che forse apprezzo ogni momento un po’ di più». Proprio come l’album, anche Albarn torna al concetto di fede nell’esistenza che aveva menzionato all’inizio della nostra conversazione.
Albarn e Hewlett stanno cercando di portare i concerti dei Gorillaz in India. Albarn: «Il progetto è orientato ad arrivare in India prima o poi. È questo il senso, fare dei meravigliosi concerti in India. È solo l’inizio». Hewlett: «Il nostro sogno è fare un tour in India. Ci stiamo lavorando, ma sai che non è sempre facile in India». Si ferma e dice ridendo che «è tutto nelle mani degli dei, e mi sta bene».
Venticinque anni dopo l’inizio della carriera dei Gorillaz, realizzare The Mountain ha rafforzato il legame fra i due. Vuol dire anche che, dopo alcuni album che sembravano più raccolte di canzoni che veri concept, ora sono sulla stessa lunghezza d’onda e pronti ad andare avanti. Hewlett dice che hanno già iniziato a pensare al prossimo disco, il decimo album dei Gorillaz. «Ho visto Damon l’altro giorno, abbiamo parlato del prossimo album, abbiamo già un’idea. Ancora una volta, si tratterà di andare da qualche parte dove non siamo mai stati e fare un’esperienza». Nel frattempo, con le sue vette e i suoi pendii, The Mountain porterà gli ascoltatori in un viaggio come pochi altri.
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Artwork: Gorillaz
Executive Editor: Shamani Joshi
Photographers: Blair Brown e Reuben Bastienne-Lewis
Art Director: Nandkishor Sawant
Special Thanks Robach Music Group (Gorillaz’ India Marketing Partner)
