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Il destino di George Michael: diventare una fantasia pop per poi pentirsene

«Sono una grande star e sono gay: mi sono messo all’angolo da solo», diceva dopo il boom solista. Ecco le storie dietro il ‘Faith Tour’ che rivedremo e riascolteremo a novembre grazie al film-concerto sugli show del 1988 a Parigi

Il destino di George Michael: diventare una fantasia pop per poi pentirsene

George Michael nel 1988

Foto: Michael Putland/Getty Images

Alla fine degli anni ’80 George Michael era sul tetto al mondo. Dopo gli Wham! voleva dimostrare di essere diventato adulto e questo significava sesso, peccato e barba incolta. È tornato sulle scene alla grande con Faith del 1987, quando si è reinventato come una star in giubbotto di pelle nera, e ha spiazzato chi nell’ambiente lo considerava un cantantucolo usa e getta. Invece di bruciarsi in fretta, ha sedotto il mondo con l’inventiva pop di Faith, Father Figure e I Want Your Sex. Ha anche fatto l’unica vera mega-tournée della sua carriera solista, il Faith Tour del 1988. È un momento della sua storia che stranamente molti dimenticano, eppure è stata l’unica volta in cui Michael si è identificato al 100% col suo ruolo di pop idol sexy sul palco.

Il film concerto George Michael: The Faith Tour, al cinema dal 6 novembre, racconta due serate parigine della primavera del 1988 attraverso immagini ritrovate di recente. Sera dopo sera, cantava “If you ever hunger, hunger for me”, che dovevano suonare ai presenti come una richiesta personale. Per una volta, e una volta soltanto, era disposto a incarnare ogni fantasia sfrenata che il mondo aveva su di lui, comprese le fantasie che aveva segretamente su se stesso, per poi chiudere quella fase. Non ha più cercato di mettere in scena uno spettacolo del genere, né lo ha mai immortalato in un film-concerto o in un album dal vivo. Forse per questo è stato facile dimenticarlo, anche se negli anni la sua storia è stata raccontata più e più volte. I fan del pop conoscono Faith a memoria, ma quasi nessuno ha mai visto il modo in cui George lo portava sul palco.

Faith è un disco pop perfetto, eppure George non ha più cercato di fare qualcosa di simile. All’epoca tutti si aspettavano che facesse in altro Faith dopo un paio d’anni, e così via per il resto della vita, ma non era lì, in vetta, che voleva stare. Era il più glamourous dei pin-up boy del mondo, ma era anche un gay tormentato e costretto a nascondersi in un’epoca ferocemente omofoba. Come dice nelle immagini del documentario Netflix del 2023 Wham!, «all’improvviso ho pensato: “Oddio, sono una grande star e sono gay”. La depressione nasceva da quello, dal modo in cui mi ero messo all’angolo da solo. Insomma, stai attento a quel che desideri». E così Faith che sembrava un nuovo inizio si è rivelato una specie di addio.

George Michael: The Faith Tour - Trailer Ufficiale

George Michael: The Faith Tour documenta la breve parentesi da star dei palazzetti e delle arene. È diretto da due collaboratori di lunga data, Andy Morahan, regista dei video di Father Figure e Careless Whisper, e David Austin, autore del documentario Freedom Uncut. Il 6 novembre uscirà anche un album dal vivo con performance inedite, anche quello intitolato The Faith Tour.

Dal vivo, Michael faceva quasi tutto Faith, ma anche più hit degli Wham! di quelle che forse ci si aspettava. Dopo aver aperto con la ruvida doppietta I Want Your Sex e Hard Day, è un piccolo shock sentirlo virare subito verso Everything She Wants e I’m Your Man. C’è un pezzo però che si è rifiutato di cantare anche una sola volta: Wake Me Up Before You Go-Go. Niente jitterbug, qui. Ha invece interpretato alcune delle sue amate cover soul anni ’70: Love’s In Need of Love Today di Stevie Wonder, Lady Marmalade delle LaBelle, Play That Funky Music dei Wild Cherry, oltre al duetto con Aretha Franklin I Knew You Were Waiting for Me. Quando il tour si è chiuso negli Stati Uniti, in autunno, aveva cominciato a inserire ogni tanto anche pezzi meno noti di Wonder.

Nessuno poteva pensare che non ci sarebbe stato un altro grande tour di Michael e invece lui era deciso a non ripetere mai più l’esperienza. La sua sessualità tormentata rendeva quella posa insostenibile. In un paio di concerti estivi ha cantato la struggente If I Were Your Woman di Gladys Knight, cambiando i pronomi. È una canzone sul desiderio segreto, proibito e accompagnato da un senso di colpevolezza, e George la cantava mettendoci chiaramente tutti. L’ha fatta anche al concerto tributo a Nelson Mandela del giugno 1988, allo stadio di Wembley, dov’è sembrata un grido di dolore. Non c’è da stupirsi che non sia riuscito a sostenere quel ritmo. La vita è folle e l’amore fa male, dice non a caso il testo.

George Michael - If You Were My Women (HD)

Ai tempi degli Wham! era più che disposto a calarsi nel ruolo della fantasia collettiva. Come diceva lui stesso, era «la gioia e l’orgoglio di ogni ragazzina», ma era già allora profondamente combattuto. La prima frase della sua prima hit, Wham Rap, era “Hey, everybody, take a look at me! I’ve got street credibility!”. Ma si è stancato in fretta non solo della “street credibility”, ma anche di quel “guardatemi”. Pochi artisti avevano per natura la sua capacità di interpretare il ruolo della popstar e pochi hanno voltato le spalle a quel ruolo altrettanto in fretta. Ogni sera del Faith Tour, George cantava la sua hit solista più famosa dicendo al pubblico “Ci vuole un uomo forte, tesoro, ma ti sto accompagnando alla porta”. Alla fine si è scoperto che era esattamente quel che stava facendo.

È un tormento interiore attraversa tutto Faith ed è anche il motivo per cui l’ossessione per l’album è tanto duratura. Faith, la canzone, sono tre minuti di lussuria paranoica, tutti sospiri e sussurri. È un paradosso: la hit più sexy di George parla del rifiuto delle tentazioni sessuali, così come I Want Your Sex è una sorta di dibattito astratto su teologia e morale senza però alcun contatto carnale. E poi Father Figure, accidenti: la puoi ascoltare migliaia di volte, ma non diventa mai rumore di fondo. George canta “Beautiful darling, don’t think of meeeee” come uno sicurissimo che penserai a lui.

E questi erano solo i singoli. La canzone migliore di Faith era Hard Day, un groove sporco costruito su una beatbox su cui George sovraincide la voce in modo da duettare con se stesso. Interpreta entrambi i ruoli di una coppia che litiga e discute di soldi e di sesso, ripetendo “Don’t let me down”, fino al colpo di scena finale, quando un George chiede “ ti fidi di me?” e l’altro sussurra “yeah”. Se c’è un momento che racchiude il genio di George Michael, è questo.

Nel successivo Listen Without Prejudice Vol. 1 si è rifiutato di mettere la sua faccia e il suo nome in copertina e non ha nemmneo voluto girare un video per il singolo di lancio Praying for Time, costringendo la casa discografica a limitarsi a far scorrere il testo sullo schermo e facendo sembrare la canzone più piatta di quanto non fosse. L’album era stato concepito per sottrarsi alle lusinghe del pop, fatta eccezione per Freedom ’90, che ironicamente è diventata la sua dichiarazione definitiva da star, anche se per tutta la canzone si lamentava della fama. A quanto pare al pubblico pop i tuoi problemi interessanno molto di più quando metti insieme una squadra di supermodelle che li mimano in playback.

Il Cover to Cover Tour del 1991 non era neanche lontanamente paragonabile al Faith Tour, è stato decisamente più modesto, 29 date appena. Michael non ha neanche promosso l’album dal vivo, ha praticamente ignorato il proprio repertorio e ha dedicato due terzi della scaletta a brani dei suoi eroi, tra cui David Bowie, Chaka Khan, Culture Club ed Elton John. Non è più andato in tour per 15 anni.

George Michael - Father Figure (Live in Paris, 1988 - Official Audio)

Lui prendeva le distanze dal pubblico pop, ma il pubblico pop lo voleva sempre più. Si è ritrovato per caso al numero uno con la  versione dal vivo del 1991 di Don’t Let the Sun Go Down on Me di Elton John, un duetto in cui Captain Fantastic entra a metà canzone (“Ladies and gentlemen… Mr. Elton John!”). Non c’era nessuno sforzo, nessun pensiero, nessuna creatività dietro quella versione, ma l’abbiamo amata comunque perché eravamo contenti di sentire George Michael divertirsi.

Girava voce all’epoca che l’unico motivo per cui aveva deciso di pubblicare quel singolo era la devozione per Elton John, che aveva inanellato una serie storica e da record di anni consecutivi con almeno un singolo in classifica nella Hot 100, ma nel 1991 non aveva avuto nessuna hit. Quella serie insomma stava per interrompersi e dato che George Michael, oltre a essere un fan da sempre, era anche un maniaco delle classifiche e conosceva ogni statistica, non riusciva a sopportare l’idea. Così, si racconta, ha preso la situazione in mano e ha pubblicato quel duetto da karaoke giusto in tempo perché entrasse in classifica a dicembre.

Grazie a George Michael, Elton è riuscito a non interrompere quella serie di hit, che è proseguita fino al 2000, per 31 anni consecutivi (sì, è ancora il record, con Rod Stewart al secondo posto, e no, nessuno è neanche lontanamente vicino a raggiungerlo). Se Elton aveva ancora davanti a sé molti anni di successi, Michael stava già dicendo “goodbye, yellow brick road”. Nel 1992 ha piazzato una deliziosa hit disco estemporanea con Too Funky, ma nel 1994, l’anno di nascita del suo grande erede Harry Styles, aveva già chiuso definitivamente con la macchina del pop. Styles ha tatuato sui piedi il testo di Careless Whisper, “never gonna” sul sinistro e “dance again” sul destro. Quale miglior immagini per riassumere l’impatto che George Michael ha avuto sul pop?

George Michael non ha trovato il coraggio di rendere pubblico il segreto di Pulcinella della sua sessualità fino al 1998, dieci anni dopo il Faith Tour, quando è stato arrestato da un poliziotto in un parco pubblico e ha scelto, con grande intelligenza, di trasformare quell’episodio nel suo grande coming out. Negli ultimi anni, però, ha fatto musica volutamente su scala ridotta. Aveva già vissuto ogni sera durante il Faith Tour il suo momento da padrone assoluto del palco, l’incarnazione dei desideri del pubblico. È una testimonianza della sua grandezza il fatto che sia stato capace di farlo, ma lo è anche il fatto che sia stato capace di metterselo alle spalle.

Da Rolling Stone US.