I Sick of It All sono stati gli ambasciatori più inclusivi dell’hardcore newyorkese | Rolling Stone Italia
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I Sick of It All sono stati gli ambasciatori più inclusivi dell’hardcore newyorkese

Dopo la recente morte del loro frontman, Lou Koller, un omaggio alla band che ha contribuito a diffondere nella scena un senso di comunità e aiuto reciproco. Un ricordo

I Sick of It All sono stati gli ambasciatori più inclusivi dell’hardcore newyorkese

Lou Koller dei Sick of It All

Foto: Andrew Benge/Redferns via Getty Images

«Noi abbiamo i nostri microfoni, ma questo è il vostro». Quando ho visto i Sick of It All dal vivo a Denver nel 2001, un paio d’anni prima di trasferirmi a New York, mi era sembrata una rivelazione che una band professionista lasciasse un microfono sul palco dell’Ogden Theatre per chiunque volesse salire e cantare insieme a loro prima di rituffarsi nel pit. Nel mentre Lou Koller chiedeva a tutti i presenti di prendersi cura gli uni degli altri durante il mosh pit. Ero un metallaro, frequentavo l’università da qualche anno e conoscevo ancora poco l’hardcore newyorkese. Le band metal non facevano cose del genere. Non immaginavo che quel senso di comunità fosse già da decenni uno degli elementi fondanti dei concerti hardcore a New York.

A quello stesso concerto c’era un ragazzo che continuava a chiedere Rat Pack, 47 secondi di furia sull’importanza di restare vicini ai propri amici, tratta dall’album d’esordio Blood, Sweat, and No Tears. Quando Koller gli passa il microfono del pubblico, il ragazzo non ricorda il testo. Lou scoppia a ridere, ammonendo il ragazzo: «Ehi, non così in fretta. Se vuoi fare una cosa del genere almeno devi conoscere le parole». Sfoderando quel sorriso sornione che lo aveva reso famoso, lascia però intendere che è tutto perdonato. Lui accettava tutti, anche chi si era appena coperto di ridicolo durante davanti all’intero pubblico.

I Sick of It All sono stati gli ambasciatori più inclusivi dell’hardcore newyorkese, ma il loro cantante, Lou Koller, è morto questo venerdì. Koller riusciva a lanciare ritornelli taglienti come quello di Scratch the Surface mantenendo comprensibile il messaggio che parlava dello sforzo di dare un senso alla propria vita. Sul palco non assomigliava agli altri frontman della musica hard. Era quasi impacciato, nel senso più affettuoso del termine. Ovunque si trovasse, trattava ogni concerto come un matinee al CBGB: tutti erano i benvenuti.

«Volevamo mostrare al mondo quello che amavamo», racconta Koller a Kerrang! nel 2018. «Per questo non suonavamo solo con gruppi hardcore. Durante il nostro primo tour della East Coast nel 1988, gli Exodus ci avevano chiesto di aprire cinque loro concerti. Per il pubblico è stato uno shock quando siamo saliti sul palco: non ci credevano di vedere dei ragazzi con i capelli corti! Quando siamo diventati più popolari qualcuno ha iniziato a chiamarci “i re dell’hardcore di New York”, ma noi abbiamo sempre precisiamo che ne siamo gli ambasciatori».

Sick Of It All - Rat Pack

I Sick of It All vengono fondati da Lou e suo fratello Pete nel Queens nel 1986. Da subito le loro migliori canzoni hanno un tema comune: la comunità, lo stare assieme. Quando all’inizio di quest’anno ho scritto di Blood, Sweat, and No Tears per la lista di Rolling Stone dedicata ai migliori album punk di sempre, mi sono reso conto che il messaggio centrale di Koller era sempre lo stesso: «Siamo dentro a questa cosa insieme». Pushed Too Far parla di reagire ai bulli. Lo stesso vale per Friends Like You. Sul disco successivo l’argomento ritorna in Just Look Around, una canzone che metteva in guardia contro il razzismo che divide la società mentre i politici prosperano: un messaggio che, a quasi quarant’anni di distanza, continua a risuonare con forza. I Sick of It All sono una band per persone che lavorano duro e cercano semplicemente di arrivare a fine giornata.

L’immagine dell’hardcore newyorkese, almeno quella plasmata agli inizi degli anni Ottanta da Agnostic Front e Cro-Mags, è sempre stata quella di ragazzi a petto nudo pronti a urlare tutta la loro rabbia. I Sick of It All andavano nella direzione opposta. Quando li ho visti per la prima volta nel 1999, con Craig “Ahead” Setari al basso e Armand Majidi alla batteria, ciò che mi aveva colpito era la loro energia, il loro spirito d’inclusività. Erano in cartellone tra Slayer e Meshuggah e, per quanto sia un fan dichiarato degli Slayer, erano stati proprio i Sick of It All a impressionarmi di più: A differenza dei frontman delle altre band della serata, Lou sorrideva. . “Siamo tutti pecore nere e lo sappiamo”, canta Koller in Hello Pricks nel 2000. I Sick of It All erano una band della gente comune ed era questo a renderli speciali.

«La nostra musica è stata scritta per far partecipare il pubblico», dice Koller in un’intervista contenuta nella vhsLive in NYC ’91, che documentava un concerto dei Sick of It All al Ritz insieme ad Agnostic Front e Gorilla Biscuits. «Perché è così che siamo cresciuti. L’hardcore delle origini era partecipazione totale: tutti sul palco, tutti a cantare insieme, quella roba lì. Era il nostro sfogo. Quando metti una transenna alta quasi due metri tra palco e pubblico, quell’energia inevitabilmente si smorza».

Agnostic Front / Gorilla Biscuits / Sick Of It All – Live In N.Y.C. '91 VHS

Il mio amore per i Sick of It All mi ha spinto ad approfondire l’hardcore newyorkese e a scoprire altre band affini. Per qualche anno, però, la mia conoscenza della scena è rimasta limitata ai gruppi che passavano dal Colorado, e in tutta onestà non erano molti nei primi anni Duemila. Per fortuna, due band tornavano con una certa costanza: gli Indecision e i Most Precious Blood, che condividevano lo stesso chitarrista, Justin Brannan.

Più tardi Brannan avrebbe portato gli ideali dell’hardcore newyorkese anche nella politica cittadina, diventando consigliere comunale. E sabato, in un post pubblicato sui suoi social, ha riassunto perfettamente l’eredità di Koller: «Hai portato speranza e positività in luoghi dove altre band non avrebbero mai osato andare. Hai fatto sentire visti, accolti e un po’ meno soli ragazzi emarginati in ogni parte del mondo. Grazie per la musica, per l’amicizia e per l’esempio che hai dato, soprattutto in questi ultimi anni. Il tuo impatto continuerà a farsi sentire».

Mi sono trasferito a New York nel 2003 e ho visto i Sick of It All diverse volte in città, compreso un raro concerto al CBGB nel 2004. È stato lì, vedendo quel leggendario locale dell’East Village – sporco, soffocante, meraviglioso – riempirsi di persone che volevano semplicemente stare bene insieme, che ho capito davvero il senso di comunità che animava la band. Nel pit c’era a malapena spazio per cadere, ma se qualcuno fosse finito a terra, qualcun altro lo avrebbe immediatamente rialzato. Il fatto che i Sick of It All siano riusciti a portare questo stesso spirito sui palchi del Colorado e del resto del mondo ha qualcosa di miracoloso. Hanno suonato davanti a qualsiasi pubblico – una volta perfino prima dei Wu-Tang Clan durante un festival – e ancora nel 2019 facevano più di cento concerti all’anno in tutto il mondo.

Sick Of It All - Good Lookin’ Out

Quando ieri un amico mi ha scritto che Koller era morto, la prima canzone che mi è venuta in mente è stata Good Lookin’ Out, tratta dal quarto album della band, Built to Last del 1997. “Non sei solo in tutto questo / Guardati intorno e vedrai”, canta Koller. “La risposta è proprio davanti ai tuoi occhi: io ci sono per te, e tu ci sei per me”. E nel ritornello: “I veri amici ci saranno sempre”.

Quando nel 2024 Koller ha rilevato di avere un tumore e ha lanciato una campagna GoFundMe, i suoi tanti amici si sono fatti subito avanti. Tra i primi a donare ci sono stati i Dropkick Murphys, Rancid, gli AFI e gli Hot Water Music. Perché Lou Koller era il fratello maggiore dell’hardcore newyorkese. Non è stato lui a inventare l’idea di invitare il pubblico a prendersi cura gli uni degli altri nel mosh pit, ma il modo in cui ha diffuso nel mondo questo messaggio di unità dell’hardcore newyorkese continuerà a vivere ogni volta che le tante band ispirate dai Sick of It All porteranno avanti la sua eredità. Un’eredità davvero speciale: basta guardarsi intorno e la si vede.

Da Rolling Stone US.