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DIY

I punk di Minneapolis combattono l’ICE

Protestano, raccolgono fondi, forniscono materiali, portano cibo a chi ne ha bisogno grazie alla fitta rete comunitaria della scena. Perché «se non sei pronto ad affrontare un fascista, che punk sei?»

Foto: Star Tribune via Getty Images

Il 24 gennaio il messaggio di una chat di gruppo sulle mosse dell’ICE ha svegliato Matt Jones: qualcuno aveva segnalato dei colpi d’arma da fuoco all’incrocio tra la 26esima e Nicollet Avenue. Jones ci è andato nel giro di pochi minuti e ha trovato Alex Pretti senza vita e col volto coperto, ucciso dagli agenti federali. Attorno al corpo si ingrossava la folla di cittadini incazzati e terrorizzati. Jones si è unito ai loro cori: «Fuck ICE!», «ICE out!», «assassini!».

Mentre stava per andarsene, visto che giravano voci su possibili arresti di massa, gli agenti hanno cominciato a premere sui manifestanti, pare per liberare un passaggio per i veicoli in transito. Spinto all’indietro, Jones ha rischiato di cadere. «Ho fatto un passo in avanti per riprendere l’equilibrio e gli agenti lo hanno interpretato come un gesto aggressivo. Uno di loro ha detto: “Chi mi ha appena spinto? Siamo noi che vi spingiamo, voi non spingete un cazzo”. Mi ha afferrato e scaraventato a terra».

Forse, pensa Jones, il tentativo di rimanere in piedi ha a che fare con l’istinto sviluppato nei pit. Fa parte della scena punk di Minneapolis, suona in due band hardcore, è batterista nei Rubberman e chitarrista nei Buio Omega. «Tutti quelli che conosco e che resistono a questa occupazione sono parte della scena». Agenti dell’ICE hanno brutalizzato e fermato vari musicisti per strada. Molti si stanno organizzando come possono. Nella storia della resistenza di Minneapolis, i punk hanno un capitolo tutto loro.

Per Jones, fare la sua parte significa osservare. È per questo che almeno quattro agenti gli sono saltati addosso, lo hanno ammanettato, gli hanno schiacciato le gambe e spinto la fronte contro il terreno ghiacciato. Gli hanno strappato i guanti dalle mani e per oltre 15 minuti è rimasto nel gelo, urlando e chiedendo che qualcuno glieli rimettesse. «Non mi ascoltava nessuno». Lo hanno caricato a forza su una Chevy Suburban insieme a quattro agenti che cercavano disperatamente di scaldarsi. Quando il veicolo ha iniziato a muoversi, i manifestanti hanno disseminato il percorso di ostacoli come monopattini Lime e biciclette, qualunque cosa potesse attivare il sistema automatico di frenata anticollisione. L’ICE descrive azioni del genere come «tentativi di vandalizzare e distruggere veicoli governativi». Jones le definisce invece «il lavoro di splendidi eroi americani». Sono i suoi concittadini, e sono organizzati.

Dopo tutto, coordinamento e comunicazione sono due pilastri fondamentali di qualsiasi scena musicale. «I musicisti DIY sono degli organizzatori nati», dice Juno Parsons, musicista di Minneapolis coinvolta in diverse band. In tutta la città non mancano esempi di iniziative organizzate da artisti. I punk servono pasti gratuiti al ristorante Post Modern Times e tatuano amici in cambio di donazioni per il mutuo soccorso al Kaleidoscope Tattoo Collective. Parsons lo paragona all’organizzazione di un concerto: trovi uno spazio, coinvolgi la gente, pubblicizzi l’evento, capisci chi porta l’attrezzatura e così via.

Solo in questo decennio, i punk di South Minneapolis che oggi scendono in piazza hanno vissuto le rivolte dopo l’omicidio di George Floyd e la sparatoria nella punk house Nudieland, che ha causato diversi feriti e la morte di August Golden. Questi momenti di rottura hanno stimolato una risposta comunitaria quasi istintiva, gettando le basi per affrontare la situazione odierna. Mentre i locali più grandi hanno ospitato eventi di beneficenza con nomi noti, il lavoro quotidiano avviene su scala ridotta e improvvisata, in stanze, quartieri, scene. C’è ad esempio un locale in città, di cui non si vuole rendere pubblico l’indirizzo, che ha già ospitato diversi di questi eventi. Un tempo chiamato informalmente The New Warehouse, si trova nella zona industriale ed è gestito da un collettivo di artisti multidisciplinari.

In una qualsiasi serata, la Warehouse può ospitare un concerto punk, un set noise o un rave. All’ingresso c’è un tavolo coperto di materiali: dispositivi di protezione individuale per gli osservatori dell’ICE e generi alimentari per chi vuole stare chiuso in casa. Tutto questo è possibile grazie al lavoro dei volontari. Oltre ai concerti, presto ci saranno corsi di cybersecurity per aiutare la comunità a proteggersi dallo stato di sorveglianza dell’ICE.

Il Pilllar Forum è uno spazio musicale senza limiti di età, oltre che caffè e skate shop, situato su Central Avenue nel Northeast Arts District. Nell’ultimo mese l’area circostante è stata interessata da un’intensa attività dell’ICE. Durante un concerto di beneficenza, gli agenti hanno picchiato la gente e spruzzato spray al peperoncino, causando l’annullamento dell’evento. Da quando l’ICE è arrivata in città, il Pilllar è diventato un centro comunitario informale dove le persone si fermano durante le ronde di quartiere. «Le persone che sono in strada ogni giorno passano anche dal Pilllar», dice Parsons, che ci lavora come production manager.

Subito dopo l’omicidio di Renee Good, le donazioni hanno iniziato ad arrivare al Pilllar dove c’è una parete piena di respiratori, fischietti e scaldamani. Una scena simile la si ritrova a sud, al Seward Cafe, ristorante e venue con tavoli stracolmi di vestiti donati e scaffali pieni di prodotti per l’igiene e cibo. Da Twin Town Guitars, invece, c’è un secchio di fischietti gratuiti e opuscoli sui propri diritti vicino all’ingresso. Lo dicono i cartelli affissi, l’ICE non è la benvenuta in nessuna di questi posti.

Non sorprende che le imprese locali esercitino il proprio diritto di rifiutare chi tratta la comunità con disprezzo. La foto di Jones è stata condivisa dall’ICE con la didascalia: «Il 24 gennaio i nostri agenti sono stati circondati e attaccati da questi agitatori violenti». Il rapper Nur-D, fermato durante la stessa protesta di Jones, ha spiegato di essere stato arrestato per «aggressione a un agente federale». James sa cosa significa: «Mi hanno detto la stessa identica stronzata quando hanno cercato di interrogarmi. È una cosa talmente assurda che ti viene quasi da ridere: non ho fatto nulla di violento».

La scorsa settimana l’ICE ha iniziato a ridurre la presenza a Minneapolis, ma la cosa non sembra aver diminuito la tensione. Un portavoce del Dipartimento della Sicurezza Interna ha detto che «il Primo Emendamento tutela la libertà di parola e di assemblea pacifica, non le rivolte. Stiamo adottando misure appropriate e costituzionali per difendere lo stato di diritto e proteggere i nostri agenti e il pubblico da pericolosi rivoltosi».

È impossibile misurare precisamente la quantità del lavoro fatto dalla comunità musicale. «Ho sentito chiedere un sacco di volte: dove sono finiti i punk?», dice il responsabile del Warehouse, anche lui musicista in alcune band. «Nella scena siamo abituati a iniziative del genere, le facciamo e basta, non ne parliamo».

Quindi, dove sono finiti i punk? Sono per strada, raccolgono fondi, portano cibo a chi ne ha bisogno. Le scene musicali DIY offrono una base solidissima per l’organizzazione e quelle hardcore e punk, in particolare, hanno di per sé una forte carica politica. Come dice Jones, «se non sei pronto ad affrontare un merdoso fascista, che cazzo ascolti il punk a fare?».

Da Rolling Stone US.

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