I nuovi bootleg ufficiali dei Pink Floyd illuminano la faccia nascosta della luna | Rolling Stone Italia
Rock In Progress

I nuovi bootleg ufficiali dei Pink Floyd illuminano la faccia nascosta della luna

I 18 concerti risalenti al 1972 pubblicati dalla band raccontano l'evoluzione di 'The Dark Side of the Moon' prima della pubblicazione, mese dopo mese, show dopo show

I Pink Floyd in Giappone, marzo 1972

Foto: Koh Hasebe/Shinko Music/Getty Images

Quando i Pink Floyd sperimentavano lo facevano fino in fondo. Presentavano dal vivo brani inediti, molto prima che venissero incisi su disco, per testarne pregi e difetti, correndo il rischio di vedere le nuove creazioni non reggere l’impatto con il pubblico. È il caso ad esempio della prima versione di Echoes intitolata The Return of the Son of Nothing presentata in anteprima dal vivo, un metodo replicato nel momento in cui The Dark Side of the Moon comincia a prendere forma, dalla sala prove al palcoscenico.

Dopo i tour de force di Atom Heart Mother e di Echoes, i Pink Floyd alzano la posta e mettono in piedi una suite di doppia durata rispetto alle precedenti, una sequenza di dieci brani concatenati che vanno a formare il loro primo concept album. Tutti conoscono il successo che The Dark Side of the Moon ha ottenuto, i temi che affronta, la superba qualità dell’incisione, gli effetti sonori che sembrano prendere vita nella testa di chi ascolta, la bellezza evocativa di Breathe, Time, The Great Gig in the Sky, Us and Them, Brain Damage ed Eclipse, la forza rock di Money e le scorribande psych di On the Run e Any Colour You Like. Non tutti però sanno che questa suite è passata attraverso diverse trasformazioni prima di essere registrata. Tali trasformazioni sono avvenute proprio sul palco.

Ai tempi i Pink Floyd non erano gli unici a presentare dal vivo pezzi inediti. Band come i Tangerine Dream o, in Italia, Franco Battiato spesso rifiutavano di eseguire i brani dei dischi e si lanciavano in pure improvvisazioni. I Genesis, invece, si concentravano soprattutto nel riproporre le canzoni in maniera più simile possibile al disco. I King Crimson le stravolgevano con improvvisazioni varie. C’era la tendenza a usare il palco come laboratorio. Nessuno tra i protagonisti della florida scena rock dei ’70 ha però portato in giro il proprio nuovo album interamente e in maniera ancora non definita per più di un anno prima che uscisse.

A darci una mano per capire il work in progress che ha caratterizzato uno dei dischi più celebrati della storia ci pensano i 18 bootleg relativi a registrazioni del 1972 che i Pink Floyd hanno reso disponibili in streaming. Seguendo una politica messa in atto lo scorso anno con i 12 album finiti sulle piattaforme di streaming, i Floyd dimostrano anzitutto di volere rientrare in possesso di registrazioni che appartengono solo a loro. Le tante registrazioni illegali hanno fatto la gioia dei fan più accaniti, ma hanno scontentato il gruppo: per la qualità di tali registrazioni, spesso amatoriale, per la resa delle esecuzioni (veri errori e imprecisioni), perché qualcuno lucrava sulla loro musica.

La qualità dei 18 bootleg potrà anche essere scarsa (anche se in certi casi si tratta di registrazioni che nulla hanno da invidiare a live ufficiali), ma quella storica è indiscutibile: grazie a questi bootleg abbiamo la possibilità di capire cosa fosse The Dark Side of the Moon agli albori e cos’è poi diventato, rendendoci conto del grande lavoro che i Floyd hanno compiuto, concerto dopo concerto, per svilupparlo a livello di idee compositive, di arrangiamento, di scelta dei suoni e delle parole.

Prendendo come punto di partenza le quattro date al Rainbow di Londra, tra il 17 e il 20 febbraio del 1972, ci troviamo davanti a una Speak to Me nella quale si può già vagamente riconoscere il suono del battito cardiaco. Non c’è traccia del collage realizzato da Nick Mason, solo un tappeto dissonante di organo e rumoristica assortita.

L’introduzione sfocia in una Breathe (In the Air) già abbastanza definita, pur con qualche minima differenza vocale e nel testo. On the Run non esiste ancora, al suo posto c’è The Travel Sequence, condotta dalla chitarra di David Gilmour contornata dagli svolazzi di Richard Wright. Il pezzo si fa via via più intenso ma rimane un episodio senza grandi guizzi, tanto che in studio verrà giustamente sostituito con la più interessante cavalcata di VCS3 ed effettistica che lo renderà uno dei momenti più allucinogeni di The Dark Side of the Moon.

In Time/Breathe Reprise mancano orologi e sveglie, il crescendo percussivo di Mason è un po’ fiacco, così come la successiva parte vocale a cura di Gilmour e Wright, con le melodie e gli assoli ancora da definire appieno. Col tempo gli effetti sonori faranno la loro comparsa e il brano acquisterà vigore.

Altro grande assente in questa primitiva versione di Dark Side è The Great Gig in the Sky, sostituito da The Mortality Sequence, con organo alla Saucerful of Secrets e un sottofondo di voci registrate da un programma della BBC a sfondo religioso. Nulla a che vedere con l’apoteosi tra rock sinfonico e soul contenuta nel disco.

Grazie ai bootleg assistiamo alla sua trasformazione, fino ad arrivare a una versione definitiva (anche nel titolo), benché ancora priva dei vocalizzi (vedi il Live at the Vorst Nationaal, Brussels, Belgium, 5 Dec 1972).

Money all’inizio è più lenta e ha il solo di sax sostituito da un organo con distorsore che avvicina il sound floydiano a quello di Canterbury, del resto tra il gruppo e diversi artisti di quella scena c’era grande amicizia e stima. Segue una Us and Them già abbastanza definita, con alcuni cori che poi saranno decurtati e senza sax. Any Colour You Like altro non è che un’ulteriore reprise di Breathe, cosa che in versione embrionale si nota ancora di più, stante anche l’assenza della coltre di sintetizzatori che caratterizzerà la definitiva. Al loro posto un solo di chitarra accompagnato dalla voce.

Brain Damage è sostanzialmente simile alla definitiva, così come Eclipse che si conclude però in maniera inedita tra suoni di campane.

Ascoltando un concerto dopo l’altro si assiste a una sempre maggiore messa a fuoco della suite fino ad arrivare alla versione finale che stranamente è presente nel primo bootleg della serie. Si tratta di un errore. Seguendo un ascolto cronologico ci si potrebbe aspettare che la prima registrazione presentata (il live alla Southampton Guildhall del 23 gennaio 1972) riporti un’esecuzione di Dark Side ancora acerba, come quelle finora commentate. Invece c’è già la sequenza bella definita, con tanto di sassofono e cori femminili. Nino Gatti, uno dei più attenti studiosi floydiani e componente dei Lunatics, autori di alcuni volumi pubblicati da Giunti, segnala che la registrazione è in realtà del 16 novembre 1974 e si riferisce a un concerto realizzato a Londra. Bootleg che tra l’altro i Floyd avevano già pubblicato ufficialmente.

Non solo delle performance The Dark Side of the Moon sono fatti questi 18 concerti, ma anche delle riproposizioni di classici come One of These Days, Set the Controls for the Heart of the Sun, Echoes o A Saucerful of Secrets. Anche in casi di brani già pubblicati i Pink Floyd si divertono, serata dopo serata, a offrire versioni arricchite da sfumature differenti, dimostrando di non essere un gruppo che amava presentare dal vivo un compitino ben eseguito, ma musicisti creativi.

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