I Mumford & Sons sono tornati a fare i Mumford & Sons | Rolling Stone Italia
Toh, chi si rivede

I Mumford & Sons sono tornati a fare i Mumford & Sons

Il successo, la parodia che diventa parte dell’identità, la crisi interna, la ripartenza. È uscito oggi ‘Prizefighter’ ed è prodotto da Aaron Dessner dei National. Ce lo siamo fatti raccontare da Marcus Mumford e Ted Dwane

I Mumford & Sons sono tornati a fare i Mumford & Sons

Mumford & Sons

Foto: Universal

Possiamo scherzarci sopra, far finta di niente o dimenticarcelo. Possiamo pensare quello che vogliamo dei loro dischi – soprattutto dal terzo, Wilder Mind, in poi – ma c’è stato un momento in cui i Mumford & Sons erano qualcosa di grosso. I primi due dischi, Sigh No More e Babel hanno segnato un periodo storico, forse l’ultimo momento in cui la musica “indie” (tra virgolette per motivi evidenti) ha avuto uno slancio collettivo e la volontà di esprimere una differenza rispetto a una norma mainstream.

Ricordo proprio come per l’uscita di Babel, nel 2012, avessero tappezzato i muri di Londra con manifesti giganti. La band era un fenomeno. Così riconoscibile anche nei suoi aspetti più stereotipati da essere tra le prime a essere memificate prima ancora che iniziassimo a parlare di meme (c’è chi ha amato il video Start a Mumford Band! dei Key of Awesome e chi mente).

Poi qualcosa si è rotto. Succede anche ai migliori. Dischi poco convincenti frutto di svolte artistiche magari necessarie e sincere ma che non si sono tradotte in canzoni convincenti. Un membro fondatore, Winston Marshall, che se ne va per le idee politiche di destra. Poi, da qualche parte, quando il nome Mumford & Sons era un ricordo sbiadito legato alla nostra giovinezza – quando la nostra ortodossia indie li rendeva lontani perché troppo di successo e troppo “facili” – il ritorno. Due dischi in pochi mesi. Rushmere, uscito il 28 marzo 2025 e poi, subito dopo, il lavoro per quello che posso dire senza tema di smentita essere il loro disco migliore dai tempi di Babel, quattordici anni dopo, una vita fa. Oggi infatti è uscito Prizefighter, prodotto da Aaron Dessner dei National, ed è una bella occasione per parlare con una band che di cose ne ha viste, ne ha affrontate e sicuramente può raccontarle in modo interessante.

Ci vediamo a Berlino in una delle giornate più fredde di questo inverno del nostro scontento senza fine. Il termometro segna -10° e non sono più abituato all’idea che le strade di una città possano essere ghiacciate. Il giorno dopo l’aeroporto Willy Brandt sarà addirittura chiuso per qualche ora causa maltempo. Ma per ora va tutto bene. Incontro Marcus Mumford e Ted Dwane (il bassista) nel bar sotterraneo della Soho House. Uno di quei momenti da vecchia scuola che, in anni di chiamate Zoom e conversazioni impersonali, permette di stabilire una certa connessione, un certo tasso di sincerità. Ed è non solo molto più bello (qui è il vecchio cronista che parla) ma è anche molto in linea con quanto la band ha voluto fare con Prizefighter.

«Stavamo mixando Rushmere» racconta Dwane «quando Aaron Dessner è entrato in studio e ci ha fatto sentire un paio di idee che aveva in testa. Noi gliene abbiamo fatte sentire altre su cui stavamo lavorando. E improvvisamente eravamo già a tre canzoni di un nuovo disco». Aaron Dessner è il chitarrista e produttore dei National, ma negli ultimi anni è diventato molto di più: ha co-prodotto tre album di Taylor Swift, ha costruito i Long Pond Studios (la copertina di Sleep Well Beast) nello Stato di New York trasformandolo in un polo di attrazione per chiunque voglia fare musica senza le pressioni dell’industria, ha inventato assieme a Justin Vernon dei Bon Iver un modo di lavorare che assomiglia più a un laboratorio artigianale che a una macchina discografica. I Mumford avevano già lavorato con lui su Wilder Mind, nel 2013. Da allora erano rimasti in contatto, amici, ma senza occasione. Fino a quel pomeriggio nello studio di mixaggio.

«Aaron fa musica per divertimento», dice Ted. «E credo che entrando nel suo processo abbiamo ripreso lo spirito di quella cosa lì. Fare canzoni con i tuoi amici per il gusto di farlo. Invece di guardarci allo specchio e cercare di auto-citarci, ci siamo fatti guidare dagli istinti, che sono probabilmente la cosa più coerente e vera che una band possiede. Quando Aaron è entrato in studio ci ha detto: questa è la vostra forza, quando uscite della vostra testa. E noi siamo stati capaci di lavorare velocemente, di lasciare le canzoni intatte quando arrivavano, senza smontarle e rimontarle fino a perdere il filo».

Mumford & Sons, Hozier - Rubber Band Man

Ascoltando il disco infatti c’è questa sensazione di libertà. È stato fatto in fretta, ma con urgenza. Andando a fondo delle canzoni ho proprio avuto l’impressione di una band che ritornasse a casa nel miglior modo possibile e quando glielo dico, mi viene in mente che il disco funziona proprio per questo: perché i Mumford sono tornati a fare i Mumford. In una frase: let Mumford be Mumford. Marcus sorride: «Sì. Questo dovrebbe essere stato il mantra in studio. Con Aaron è esattamente quello che è successo».

Il disco è anche un dialogo con amici e collaboratori nuovi come Hozier, Chris Stapleton, Gigi Perez, Gracie Abrams oltre al già citato Justin Vernon. «Sono un fan enorme di Chris Stapleton», dice Marcus, «quindi l’ho chiamato e gli ho chiesto se voleva cantare su un pezzo. Ha detto di sì». Fine della storia. Nessuna strategia. «Gigi Perez era in tour con noi. Le abbiamo fatto sentire la demo di Icarus, l’ha imparata in un’ora prima di salire sul palco e ha cantato così bene che l’abbiamo messa sul disco».

Tutto questo, mi rendo conto, ha a che fare con cosa è rimasto della musica come atto collettivo, con cosa significa fare parte di una scena quando la scena non esiste più nel senso in cui la conoscevamo. Gli chiedo di quel salto temporale che tutti sentiamo in modo diverso: il 2012 di Babel e i manifesti a Camden, e adesso. Marcus non si sottrae. «La musica è più accessibile di quanto non fosse allora. In un certo senso è più facile raccogliere una comunità. La gente oggi cerca connessione umana. E cerca anche spazi in cui non sentirsi additata come parte di un problema. Spero che le persone vengano ai nostri concerti e si sentano benvenute. È quello che voglio».

Essere in una band, tra l’altro – gli faccio notare – è già di per sé un atto fuori moda. I grandi nomi di oggi sono quasi tutti solisti, figure-logo, corpi davanti a una folla. «È un esercizio di collaborazione e compromesso», dice lui. «E modellare una partnership umana in questo momento mi sembra non una cosa da poco».

I Mumford & Sons si esibiranno in Italia il 7 luglio a Rock in Roma. Foto: Conor Cunningham/Universal

Mentre parliamo, mi rendo conto che quello che mi interessa di più non è la storia del disco – pure è bella, genuinamente bella – ma quello che viene fuori ai lati. Curiosamente, io e Marcus siamo coetanei e compiamo gli anni a un giorno di distanza (tra l’altro, proprio prima di volare entrambi a Berlino). Siamo entrambi dei neo-quarantenni. E c’è qualcosa nella grana di questo disco che riguarda la domanda su cosa si è imparato e quanto pesa portarselo dietro. Quando gli chiedo di due versi in particolare – “Non portare il peso dei peccati di tuo padre più di quanto tu possa sopportare, sono sicuro che c’è un altro modo”, da Begin Again – lui si ferma un momento.

«Credo che alcune cose che avevo messo sul piedistallo, nella mia vita, le abbia fatte scendere. E come risultato ho una sensazione di consapevolezza diversa». Poi aggiunge, con quella precisione un po’ tortuosa di chi sa che sta toccando qualcosa di reale: «Parte di questo è stato capire come essere un uomo in un mondo che è stato gravemente danneggiato dagli uomini. E fare i conti con questo. Cercare di essere una forza maschile più positiva in questo momento sembra una sfida con cui tutti noi dobbiamo fare i conti».

Non lo dice come un’affermazione politica. Lo dice come chi ha vissuto qualcosa. «Ho avuto esperienze molto umilianti negli ultimi anni. In vari modi. Il Covid faceva parte di questo. La pausa della band faceva parte di questo. Ma c’erano anche cose personali. E quasi ogni volta, è stata una donna che mi ha accompagnato attraverso il mio particolare deserto. Mia moglie, mia madre, le mie figlie, le mie amiche nella musica che sono state guide vere per me. Brandi Carlile sul mio disco solista. Gracie Abrams, molto coinvolta in questo disco. Il numero di telefonate in cui dubitavo di qualcosa e lei mi guidava è stato genuinamente rivoluzionario per la mia vita». Poi mostra il tatuaggio di Venere sul braccio. «Ecco perché ce l’ho qui».

Gli chiedo cosa voglia dire essere padre in questo periodo storico e come essere un padre migliore (per non ripetere appunto gli errori dei nostri padri, come scritto in Begin Again) e mi dice senza incertezze che «per essere padri migliori bisogna guardare a cosa fanno le madri».

C’è un altro frammento che mi ha fermato nell’ascolto dell’album: “the chase is over, I am done”. Glielo chiedo. Marcus ride un po’ e qui riconosco l’artista che tende a minimizzare e non prendersi sul serio. «È solo una canzone d’amore». Ma è anche – e lo sa – la sensazione di chi ha corso abbastanza a lungo da capire che il correre non era il punto. Non è cinismo. È qualcosa di più vicino alla pace. Una pace guadagnata, non trovata per caso.

Mumford & Sons - The Banjo Song (Live on The Jonathan Ross Show)

I Mumford & Sons hanno attraversato 15 anni nel modo più caotico e interessante possibile: il successo che arriva prima che tu sappia gestirlo, la parodia che diventa parte dell’identità, la crisi interna, la ripartenza. Hanno perso un membro. Hanno trovato un produttore che li conosce da abbastanza tempo da non avere bisogno di spiegazioni. Hanno fatto un disco in dieci giorni che suona come il frutto di vent’anni. Hanno invitato amici a cantare perché volevano cantare con i loro amici, non per fare numeri. E il risultato suona esattamente come dovrebbe suonare una band che ha smesso di cercare di essere qualcos’altro.

Poi però c’è il mondo fuori dalla stanza. E Marcus non finge che non esista. La band lavora da anni con War Child, l’organizzazione che si occupa di bambini nelle zone di conflitto (per ogni biglietto venduto nel tour, tra l’altro, una parte sarà devoluta all’organizzazione). Lui ci è andato due volte, in quei posti. «Abbiamo guardato quello che è successo a Gaza con il senso di tragedia più profondo che riesca a immaginare», dice. «Il senso di ingiustizia. Il genocidio. La mancanza totale di aiuti necessari. E pensa a tutto quello di cui non sentiamo. Si parla pochissimo del Sudan e dello Yemen. Parliamo sempre meno dell’Ucraina». Fa una pausa. «E intanto negli Stati Uniti ci sono bambini di 5 anni fermati per strada. Non credo che la musica sia la risposta a tutto questo. Abbiamo bisogno di preti, profeti e poeti. Ed è pericoloso quando i musicisti cercano di entrare in spazi politici o diplomatici per cui non sono stati eletti».

Poi, quasi correggendosi: «Credo nella democrazia. Spero che funzioni un giorno». Però, e qui non arretra, «credo anche che la bellezza sia la maggioranza dell’anima umana. Non la minoranza. Siamo tutti gangster e angeli, ma penso che la bellezza prevalga». Quando viaggiano in profondità negli Stati Uniti, mi dice, incontrano una generosità che i titoli dei giornali non raccontano mai. «Quello è il Paese che conosco io. Non quello che vedo adesso». Non è ottimismo da palco. È qualcosa di più difficile da sostenere: la convinzione che valga ancora la pena fare qualcosa, foss’anche solo scrivere canzoni.