Ieri mi sono svegliato con un messaggio di Cesare che mi chiedeva Se era vero. Ho chiesto a mia madre il numero di Mario. Non perché Mario fosse morto. Mario sta bene, credo. È morto Francesco Guccini, ieri mattina, a Pàvana.
Volevo chiamare Mario per ringraziarlo, che quando andavo alle medie mi accompagnava lui a scuola, con la multipla – che la scuola era lontana – e per tre anni, trenta chilometri al giorno, io sentivo Guccini. Volevo ringraziarlo perché senza di lui finiva che Guccini non lo conoscevo, quindi manco Bob Dylan e i Beats, e se non conoscevo Guccini non avrei iniziato a suonare e scrivere, e poi nel tentativo di emularlo come professore di Italiano del Dickinson College non sarei finito negli Stati Uniti. In sostanza ieri mattina ho pensato che senza Mario non avrei mai preso tutta una serie di decisioni conseguenti, e non sarebbe partito questo effetto domino a cui ormai sono affezionato – che poi è la vita. Non ho potuto fare a meno di convincermi che all’origine del piano inclinato ci fosse inevitabilmente – tutti gli indizi portano a lì – questo incontro precoce con Guccini, e la visione del mondo che ne è conseguita, senza la quale magari oggi avrei un lavoro vero, con gli orari e la tredicesima, l’uniforme, e tutto l’entourage del decoro.
Radici (1972)
Quando muore Guccini salta un tassello del domino, e non sai bene a che pensare, e quando non sai a che pensare – di solito – parti. Se sei in Emilia, vai a Pàvana, dove ha vissuto fino ai 5 anni, e negli ultimi 25. Non ci vai da solo, fai qualche chiamata e tre scoppiati che vengono su da un’ora all’altra li trovi, che chi lavorava si è inventato una scusa, e chi non lavorava, la scusa, l’ha trovata.
A Pàvana – frazione dell’Appennino tosco-emiliano, in provincia di Pistoia – ci ero già stato l’anno scorso, rientrando dai monti, con mio fratello. Avevo allungato il percorso, cercato l’indirizzo su Google Maps e telefonato a un po’ di gente che c’era passata, e tutti mi dicevano che la casa era quella con il cancello sempre aperto, appena entrati nel paese, sulla sinistra. Avevamo comprato un salame, che presentarsi a mani vuote è da cafoni, ed eravamo arrivati all’indirizzo. Il grande cancello di ferro, a bordo Porrettana, spalancato. Il campanello con la scritta Guccini Fra. Eravamo entrati nel viottolo, e nella casa le finestre, le porte, era tutto aperto, la tavola apparecchiata, un pc sul tavolo, ma non c’era un suono, non un movimento. Non sapevamo bene che fare, quindi dopo vari tentennamenti abbiamo abbandonato il salame appeso al pomello della porta con un biglietto “Non si vive di solo pane”, e ce n’eravamo andati. Prima di andare via, al bar tabacchi senza tabacchi ma con la coppa di testa della frazione, avevo pensato: Cristo, magari stasera Guccini si mangia il nostro salame e finisce che è la goccia che fa traboccare il colesterolo: vedi Pàvana, e poi muore. Avevo gettato un’occhiata angosciato al cancello ancora divaricato, e poi – per grazia di Dio – era sopravvissuto al dono.
Torno a Pàvana dopo un anno, senza salame e con la certezza del decesso. Nessun pellegrinaggio, nessuna folla che stoni La locomotiva davanti a casa. Non è cambiato nulla dalla scorsa visita. Solo un dettaglio: il cancello è chiuso. Al parcheggio c’è Daniele che chiede indicazioni circa la casa. È salito da Lugo, ha conosciuto due pisane, si è fermato a Vidiciatico ed è sceso appena ha saputo della morte. Dice di aver fatto il Settantasette a Bologna, Daniele. Sostiene di essere andato in Via Paolo Fabbri una sera, per convincere Francesco a suonare a una festa in Veneto per Il Manifesto. La data non la portò a casa, ma – sostiene – Guccini gli chiese un parere su una canzone che aveva appena finito di scrivere, piuttosto inalberato per una disparità di cachet con Bennato, e gli strimpellò in anteprima assoluta L’avvelenata. Storia inverificabile, però Daniele offre un giro di birre ai commensali del bar tabacchi senza tabacchi ma con la coppa di testa, e brinda al Maestrone, e ci sembra un gran signore, uno che ci aveva già conquistato anche senza bisogno di spararle grosse. Al tavolo adiacente, a brindare ci sono i pavanesi, ammesso che i pavanesi esistano. Sono mezzi sardi, in realtà. Uno dice che suonava con i Leopardi prima che diventassero i Pooh. Racconta di una sala prove al Meloncello, a Bologna, in cui si alternava con Francesco, e ricorda di quando anche lui frequentava il bar tabacchi senza tabacchi, ma – da come ne parla – sembra che ne sia passato un po’, di tempo. Il cancello, è chiuso.

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Ripassiamo dalla casa, davanti all’uscio sbarrato c’è una troupe, e qualche sporadico pellegrino, tiriamo dritto e scendiamo al Mulino, dove è stato registrato l’ultimo album di inediti del Maestrone, L’ultima Thule. Il Mulino di Francesco Guccini, omonimo bisnonno, detto Chicón, luogo chiave dell’universo simbolico della poetica del cantastorie – come preferiva definirsi. Ambientazione huckleberryfinniana dell’immaginario provinciale appenninico, di cui ha cantato e scritto, dalle uova conservate nella calce, alla farina di castagne, nella sua straordinaria capacità di musicare i ricordi senza illusioni o demagogia. Proviamo ad entrare, ma anche lì, il cancello è chiuso. Parrebbe essere un B&B. Risaliamo, che mi pare già di essere in uno dei romanzi dell’ultimo Stefano Benni, che hanno sempre finali a crepacuore.
Davanti all’ingresso di casa aspetta la troupe. Sono in tre e hanno il contegno di chi presidia un luogo sacro ma la reale preoccupazione di far partire la diretta in orario. A pochi secondi dal collegamento, un uomo cerca di parcheggiare davanti all’inquadratura. Gli fanno segno di spostarsi. Lui parcheggia lo stesso, scende senza guardare nessuno, prende un mazzo di fiori lilla dal bagagliaio e lo posa con cura ai piedi del cancello. Ritorna in macchina e riparte. L’inviato ha 20 secondi per lanciare il servizio – in diretta, dalla casa di Guccini nel giorno della sua morte – in quei venti secondi sceglie di citare il cordoglio della Premier Meloni. Mi rivolto io nella tomba, che non voglio scomodare il Maestrone che mi sa che oggi ne ha avute abbastanza.
La pavanata finisce a cena alla Caciosteria, luogo caro a Guccini, a due passi dal Reno che segna il confine con la Toscana. Avevo letto delle pavanate organizzate alla fine degli anni Settanta, con quelli del Club Tenco: grandi cene tra Pàvana e Silla, canzoni, vino, esibizioni, sfide d’ottava rima – l’improvvisazione poetica in endecasillabi – in cui Guccini batteva Benigni. Di quei racconti rimane il mito e l’assenza, una frazione che si spopola, un mulino a cui non si ha reale accesso, e la percezione che – nonostante tutto questo – lì non si stia male. Resta un’immagine lieve, e un cancello che si è chiuso.

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Via Paolo Fabbri 43 (1976)
All’una di notte in Via Paolo Fabbri 43 c’è una candela che brucia – fiaccola dell’anarchia – e una distesa di doni bislacchi e adorabili. Fiaschi pieni e vuoti, mezzi calici, biglietti, girasoli dentro bottiglie di San Miguel, sigarette concesse, fiori, tanti fiori, pagine di diari, e un affetto che trasuda e supera il distopico calore notturno. C’è stato un folto ritrovo con canti, influencer, sindaci e grida qualche ora prima. Ora è tutto finito e siamo una manciata, che vanno e vengono e si alternano, in un silenzio strano: un ragazzo con la chitarra in spalla, immobile; un uomo di mezza età con le cuffie; un rider, che prima di andarsene gira un drum e lo lascia tra i fiori; due signore che piangono “perchè ci sono tanti giovani”; un giovane che piange e basta perchè Guccini è morto. Lascia nella cesta una Marlboro di alibi, e se ne va girandosi dall’altra parte.
D’amore, di morte e di altre sciocchezze (1996)
La cosa più simile a Guccini che io abbia mai visto è il Conte, che è un vero biasanòt, un “mastica notte”, e lo trovi spesso – assieme ad altri compadri che sembran la letteratura – all’Osteria dello Scorpione, che è la cosa più simile che io abbia mai visto a quelle osterie Dei Poeti, o Delle Dame, o Da Gandolfi, che l’immaginario gucciniano ha così profondamente definito e che ha finito per delineare l’identità della città di Bologna. Fin dagli anni universitari, passando per la celebrazione dei vent’anni di carriera in Piazza Maggiore, nell’84 – il concertone con più di 100mila persone – fino al suo ultimo concerto, nel 2011, a cui c’ero anche io. La mia prima volta, la sua uscita di scena. Che l’ultima canzone non l’aveva nemmeno finita, che – a finire – era stata la voce. E l’aveva finita il pubblico. Son passati 15 anni, e io mi ricordo mia madre che litigava con i vicini che fumavano – a Bologna nel 2011 si fumava dentro, roba che a pensarci oggi mi sembrano gli anni ’80 – e la gente seduta per terra con le taniche di vino prese da fuori, e se provavi ad alzarti – il Maestrone – si incazzava mica poco, e diceva di star seduti, Dio bono. Ha influenzato talmente l’immaginario collettivo della città che mio fratello un giorno ha perso un aereo per Bologna perché seduto di fianco a lui – al gate – c’era uno che era uguale al Conte, quindi era uguale a Guccini, quindi era ovvio rientrasse in Emilia. Si è disinteressato del numero del gate, convinto bastasse seguire Guccini per finire a Bologna, invece poi il signore si è alzato – dopo un’ora – quando ha aperto l’imbarco per Stoccolma, e il volo giusto – quello per Bologna – era già decollato. Finiamo allo Scorpione quindi, dopo il pellegrinaggio, perché fa ancora molto caldo, ed è un modo pure questo per non andare a letto, che fa piacere a sera andarsene per strade ed osterie. C’è Michele dietro al banco. Lì dietro al banco, a dirla tutta, ci sta da 40 anni Michele. Ci spilla una birra e neanche gliel’avevamo detto e già l’aveva capito cosa stavamo facendo. Ci racconta che a 6 anni viveva in Via Paolo Fabbri, giocava a calcio per strada e Guccini dal civico 45, dalla finestra, gli urlava di non rompere i coglioni, che era sui libri che il giorno dopo aveva l’esame. Ride Michele, dice che faceva bene, e io gli sono grato, perché almeno Guccini, per noi, rimarrà ancora un po’ qui, mentre capiremo dove cercarlo altrove.

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Per ora rimane nel cancello chiuso che si può riaprire, nell’uomo che rovina la diretta per posare i fiori, negli aneddoti tanto belli quando inverificabili, e nelle lacrime mal trattenute di una notte rovente. Nella capacità di continuare a frugare nelle nostre miserie con dignità, nell’epica della convivialità ritrovata, nel poetico realismo della quotidianità, nell’ironia tagliente come chiave di lettura del mondo, nella contraddizione motivata, e nella capacità di rimanere sfacciatamente politico senza mai essere politicizzato. Quindi, essenzialmente libero.
Questa è la mia opinione su questa vicenda. Che lascia però il tempo che trova – tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Taddia o un prete a sparare cazzate.














