Guarda come se ne va un eroe | Rolling Stone Italia
Back to the Beginning

Guarda come se ne va un eroe

«Date di matto, è l’ultima volta che potete farlo». Il film sul gran finale di Ozzy Osbourne e dei Black Sabbath al cinema oggi e domani è uno spettacolone di due ore e mezza che farebbe piangere come un bambino anche un vichingo

Guarda come se ne va un eroe

Ozzy al Back to the Beginning

Foto: press via Nexo Studios

“Una sola cosa so per certo: gli eroi muoiono sempre”, cantavano gli Hüsker Dü in Folk Lore. Quelle parole mi sono risuonate in testa per tutta la durata della versione cinematografica di Back to the Beginning, l’ultimo show di Ozzy Osbourne e dei Black Sabbath andato in scena il 5 luglio 2025 al Villa Park di Birmingham e ora al cinema oggi e domani. Se pensate di aver versato tutte le lacrime che avevate durante la diretta di poco più di un anno fa, mettetevi l’anima in pace. Continuerete a piangere, e anche copiosamente, soprattutto perché alla fine di quello show sapevamo perfettamente che non avremmo più visto Ozzy dal vivo, ma era difficile immaginare che sarebbe scomparso da lì a un paio di settimane. Le parole della moglie Sharon, circolate negli ultimi giorni e presenti nel film, aggiungono poi un tassello emotivo difficile da ignorare: i medici lo avevano esortato a rinunciare all’esibizione, mettendolo in guardia sul fatto che vi erano altissime probabilità di morire addirittura nel corso dello spettacolo. La risposta? Il più classico e sonoro vaffanculo alla maniera che solo il Madman era in grado di pronunciare: «Fanculo. Ho preso un impegno e lo rispetterò ad ogni costo».

Inevitabilmente lo show è stato tagliato, e non poteva essere diversamente. Tuttavia le due ore e mezzo montate per l’occasione possiedono tutto ciò che non poteva essere eliminato: le cover dei brani di Ozzy e dei Black Sabbath che le band erano tenute a fare e le due esibizioni principali, anche se sparpagliate nell’arco del film e non consecutive come durante la diretta. Una scelta cinematografica che funziona, soprattutto perché il set solista di Ozzy viene scomposto e intervallato alle canzoni degli ospiti e l’artificio rende più emozionante una catena di cover che alla lunga rischiava di annoiare un po’.

Rispetto alla versione vista sugli schermi dei computer, il nuovo montaggio punta evidentemente sul lato emotivo dell’evento: tra un gruppo e l’altro scorrono immagini della carriera di Ozzy o del backstage con le voci dei protagonisti. Scorrono così i ricordi del No More Tours del 1992, dell’Ozzy più selvaggio e ingestibile ma anche del padre amorevole e un po’ goffo che abbiamo imparato a conoscere nel tempo. Particolarmente emozionante è il momento in cui Ross Halfin raduna tutti i big della giornata per una storica foto celebrativa: tutti si abbracciano, ma si percepisce una tensione notevole, frutto del fatto che Ozzy non è ancora giunto dietro le quinte. È Billy Corgan a raccontarlo: «Nessuno voleva mostrarsi più importante degli altri, c’era un’atmosfera di grande cameratismo, ma eravamo anche molto tesi: ci chiedevamo se alla fine sarebbe saltato tutto. Ross Halfin ci rimproverava perché facevamo troppo casino, poi è arrivato Ozzy e gli ha detto di muoversi e non rompere il cazzo. È stato Ozzy solo per cinque secondi ma ci ha messi tutti a nostro agio».

Zakk Wylde coi Pantera. Foto: press via Nexo Studios

Yungblud. Foto: press via Nexo Studios

Rivisto con più lucidità e con il nuovo montaggio, dal punto di vista esclusivamente musicale Back to the Beginning diventa un concerto più classico, una carrellata di superstar del metal che si mettono in fila per rendere omaggio alla loro maniera ai fondatori di tutto. Le cose migliori, però, sembrano ancora quelle di allora: i Pantera, che con l’inserimento di Zakk Wylde hanno acquisito ulteriore pedigree in materia, gli Anthrax, che stanno attraversando uno dei momenti migliori della loro carriera e quella Changes tanto discussa di Yungblud. L’ho spesso criticato anch’io, è decisamente artefatto e iper teatrale, ma il ragazzo ha talento. Tra i big, Guns N’ Roses marcissimi con Never Say Die (anche se l’Axl di oggi avrebbe dovuto scegliere altro), benino i Metallica e strepitosa la superband col redivivo Steven Tyler.

Ozzy tiene botta in un modo che, senza scomodare forze superiori, ha davvero poco di umano. L’ho sentito cantare molto peggio in tempi in cui (teoricamente) non stava nemmeno così male. E le telecamere che indugiano di continuo sulle facce in lacrime degli energumeni sul prato dello stadio sono sì un po’ morbose, ma mostrano bene l’intensità del momento e la consapevolezza di trovarsi davanti a qualcosa di irripetibile. Lo sa benissimo anche Osbourne, che a metà di Crazy Train, l’ultima canzone della sua parte solista, grida in lacrime: «Date di matto, è l’ultima volta che potete farlo!». Questa cosa, per dire, non l’avevo colta nel delirio della diretta e mi ha fatto davvero male. «Non è mai successo niente del genere nella storia del rock’n’roll», afferma Tom Morello, direttore musicale dell’evento, poco prima dell’inizio del set dei Black Sabbath. «Non c’è mai stato un precedente per uno show come questo, in cui un gruppo che ha dato vita a un intero genere ha potuto tenere il suo ultimo concerto nel luogo stesso in cui l’aveva creato».

Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers. Foto: press via Nexo Studios

Ozzy. Foto: press via Nexo Studios

Solo quando salgono Tony Iommi, Bill Ward e Geezer Butler si comprende il significato di quelle che sembrano le classiche parole di circostanza. Dopo una carrellata di tamarri che, per quanto ossequiosi, hanno comunque fatto a gara a far vedere chi ce l’ha più grosso, qui si capisce davvero perché alcune band e non tutte sono state capaci inconsapevolmente di creare un mondo. L’ultimo concerto dei Black Sabbath mi ha ricordato da vicino quelli dei primi anni ’90 dei Velvet Underground o i Pink Floyd al Live 8: un gruppo di musicisti non più giovani, con un terzo delle pippe mentali che ne hanno ostacolato il percorso che salgono sul palco e dicono: ora vi facciamo vedere come si fa e con metà dello sforzo. Fermi, eleganti, perfetti. Il fonico immagino sia lo stesso del resto della giornata, ma sembra aver preso tre master nel corso delle sei ore. In realtà è la band che spazza via tutto quello passato fino a quel momento. Non c’è una cosa sbagliata, nemmeno la panza enorme di Bill Ward senza maglietta.

Mentre conclude Paranoid nella disperazione generale, Ozzy ha modo di dire: «Ora sì che possiamo ritirarci». Il vero concerto è finito così, quello per il cinema si conclude invece con l’apice emotivo di Mama I’m Coming Home, l’unico brano dove Ozzy arranca perché dilaniato dal pianto. Zakk Wylde che lo aiuta a cantare perché non ce la fa rimarrà uno dei gesti d’affetto più teneri che una musica che ha basato gran parte del suo mito sulla brutalità potrà mai vedere. È come l’atleta che sta vincendo e torna indietro ad aiutare il vecchio campione distrutto dai crampi. Alla fine di tutto, le immagini tornano al 1992, con Ozzy che dice al figlio Jack che non farà più tour e gli insegna a salutare il pubblico. Non pensate di uscire dalle sale con lo stesso stato d’animo di quando siete entrati.