Rolling Stone Italia

Gli artisti neri stanno riscrivendo la storia razzista del country


Musicisti come Yola e Rhiannon Giddens sono determinati a rivoluzionare la falsa immagine di un genere per bianchi poveri. «È un mito costruito da suprematisti bianchi». Ed è giunta l'ora di demolirlo

Foto: Michael Dwyer/AP/Shutterstock

Non sono mai così nero come quando parlo di musica country. O meglio: non sono mai così consapevole del mio essere nero come quando discuto del mio amore per il genere, generalmente di fronte a sguardi perplessi. In quei momenti, l’elefante nella stanza è sempre lo stesso: «Spiegati: perché proprio tu ami il country?».

L’incredulità dipende dal fatto che quasi tutti sono convinti di conoscere il genere. Non devono apprezzarlo per conoscerlo. Anzi, di solito chi non lo ascolta è il primo a dichiarare di saperne molto, di conoscere bene le canzoni country e i temi che affrontano, così come la gente che le ascolta e i loro valori.

È impressionante. Nel 2020, il pubblico dovrebbe essere abituato ai generi che si mischiano uno nell’altro, ad ascoltare musica senza confini. E invece una certa immagine del country è rimasta identica a se stessa. Non importa quante variazioni si siano sviluppate nel genere: è più facile ridurlo a un genete monodimensionale. E di solito si accompagna a un’immagine precisa di chi ascolta quella musica. E, aspetto ancora più importante, di chi la suona.

A un certo punto, tutti hanno accettato la narrazione secondo cui la musica country è di dominio dei bianchi. Non è mai stato così, e guardando al genere oggi non c’è cosa più lontana dalla verità. Il mito persiste mentre molti artisti neri stanno cercando di smontarne le fondamenta, nascondendosi in piena vista nelle classifiche di genere, nei tour e nelle radio. A loro il mito non interessa. Raccontano una storia diversa. E lo fanno dannatamente bene.

Yola non ha detto molto della storia dell’Horseshoe Tavern di Toronto quando è salita su quel palco a gennaio. Ha solo suonato con tutta se stessa. Fondato nel 1947, l’Horseshoe è la cattedrale locale della musica dal vivo, e si è fatto un nome facendo suonare artisti country e rockabilly negli anni ’50. Da Willie a Waylon, da Loretta a Conway, tutti sono passati all’Horseshoe.

Quella sera, a Toronto, la splendida voce di Yola ha riempito la stanza con canzoni come Faraway Look e Ride Out in the Country. Yola sta vivendo un bel momento. Il suo album di debutto, Walk Through Fire, le ha garantito quattro nomination ai Grammy, tra cui quella come Best New Artist. È finita in moltissime liste di fine anno, e alla fine ha vinto il premio per l’album dell’anno agli UK Americana Awards. Vogue l’ha descritta come «l’artista che rompe lo stereotipo del country dei bianchi malinconici che suonano la chitarra».

Le chiedo perché è così facile descrivere il country come la musica dei bianchi, e cosa pensa di questa caratterizzazione. «Non credo si tratti solo dell’immagine del genere: ci hanno venduto tutto questo come se fosse storia», dice. «È un mito che fatica a sparire, “il blues dell’uomo bianco”. È un bel mito di fondazione, e cancella molto di quello che ha davvero dato origine al genere».

A metà concerto, mentre Yola canta una versione sentita di Love All Night (Work All Day), le voci di due uomini si alzano dietro di me. Stanno discutendo, inconsapevoli dell’impatto che potrebbero avere su chi sta cercando di godersi la serata. «Non credo si possa definire country», dice uno. «Questo è soul». «Cazzo, però è bravissima». Un po’ di persone attorno a me annuiscono con forza. Yola, ovviamente, non può sentire nulla. Sta ballando con tutta se stessa.

Il processo di definizione della musica country ha richiesto tanto lavoro, così come il mito di cui abbiamo parlato. In più, l’uomo che ha reso commerciale questa musica è lo stesso che ha potuto scrivere la storia di come è nata.

Ralph Peer ha fondato il business della musica country. Negli anni ’20, mentre lavorava per un’etichetta discografica in difficoltà, il dirigente bianco è andato nel Sud degli Stati Uniti con un solo obiettivo: trovare artisti che potessero competere con Bessie Smith, l’Imperatrice del Blues, una donna nera. Nel Sud si è convinto a registrare Fiddlin’ John Carson, e il risultato è quella che è stata riconosciuta come la prima canzone country commerciale: The Little Old Log Cabin in the Lane. Peer si prese il merito per aver inventato quella che chiamava “hillbilly music” (musica da montanari), il nome con cui tutti hanno chiamavano il country prima della Seconda guerra mondiale.

Suona tutto po’ troppo perfetto. Il grande contributo di Peer è stato innovare il genere trasformandolo in uno strumento commerciale: il discografico ha scoperto che vendendo i dischi hillibilly ai bianchi e i cosiddetti race records al pubblico nero avrebbe venduto molto di più. Non importava se nel Sud aveva incontrato musicisti bianchi e neri che registravano le stesse canzoni e suonavano la stessa musica con gli stessi strumenti. Non importava l’artificialità delle barriere tra generi. Non importava sapere che erano i musicisti neri a insegnare ai bianchi come gestire una band con strumenti a corda, e che i bianchi imparavano in fretta. Per Peer, quell’etichetta era uno strumento per vendere dischi. Poi è diventata la storia vincente.

Yola. Foto: EMG/Shutterstock

Com’è possibile che una storia prefabbricata sia diventata memoria condivisa? Rhiannon Giddens sta cercando di raccontare la verità da anni. Lo fa con la sua musica, con i testi, con le cose che dice: con ogni mezzo necessario.

Giddens ha costruito una carriera sul concetto di resurrezione. È una musicista intelligente e acclamata, e anche una storica del genere Americana. La sua musica – sia da solista che con i Carolina Chocolate Drops – intreccia con intelligenza esperienze della comunità nera, storia e le radici della musica americana. Il che significa mettere nelle canzoni anche le storie degli schiavi. Nel 2017 ha ricevuto un finanziamento dalla MacArthur Foundation, quella che molti definiscono “la borsa di studio dei geni”.

«Il concetto di musica country è stato elaborato con precisione perché diventasse una cosa da bianchi», dice. Le chiedo come mai nessuno conosca la vera storia del country. Non è la prima volta che risponde, e di questa discussione ha fatto quasi una scienza. «Suprematismo bianco», dice. «Non ci sono altri modi per dirlo. Il mito è stato costruito da molte persone che facevano parte del movimento suprematista».

Giddens continua con degli esempi. «Sai, Henry Ford organizzava gare di violino e vietava ai neri di partecipare. I festival folk erano tentativi malcelati di travestire quella musica come white mountain music, era parte di un progetto per creare un’etnia bianca». All’inizio del 20esimo secolo, dice Giddens, «metà delle band del genere erano di neri. Nel giro di 20 o 30 anni erano sparite tutte, perché solo ciò che viene registrato viene ricordato».

I viaggi di Peer l’hanno portato in tutto il Sud, ma non ha certo registrato tutti gli artisti che incontrava. In un’epoca in cui le vendite dei dischi erano in grande crescita, scegliere cosa incidere era una questione politica. «Quel che hanno ignorato è più importante di quel che hanno registrato», dice Giddens, «e parliamo di una quantità enorme di materiale».

Faccio il nome della Carter Family, una scoperta di Peer e uno dei gruppi fondatori del country. «Sì, ma A.P. Carter non sapeva scrivere la musica», dice Giddens. «Quindi, chi si portava dietro per raccogliere le canzoni? Lesley Riddle, che le recuperava nelle chiese dei neri». Riddle è stato fondamentale per il successo della Carter Family: memorizzava le melodie mentre Carter trascriveva i testi. Oggi il gruppo è nel pantheon del country, ma probabilmente nessuno di voi ha sentito parlare di Riddle.

L’immagine si fa sempre più chiara. Prima hanno escluso i neri dai festival. Poi li hanno cancellati dalla storia, perché non registravano le loro canzoni. Nel giro di poco tempo, ecco questa falsa immagine del country come musica dei bianchi poveri. «Ma quando una storia è così semplice», avverte Giddens, «vuol dire che è stata scritta da qualcuno».

Il country è stato impacchettato come musica per il pubblico bianco. Allo stesso tempo, però, chi ha promosso e celebrato la cultura nera non ha mai avuto troppa voglia di far suo il genere. Prima il country ha escluso i neri, poi i neri hanno escluso il country.

Lo dico a Giddens, che risponde con una teoria: «Dipende dalla nostra cultura, che di solito guarda al futuro, mentre il country è la musica della nostalgia». Il pubblico nero non apprezza la nostalgia? «Non è davvero roba nostra. Noi guardiamo avanti. Ci siamo bevuti la storia secondo cui il country è la musica dei bianchi, strofa e ritornello. Molti pensano che nella nostalgia non ci sia niente di buono per noi».

Forse è così, ma questo è un momento speciale per gli artisti country neri. Pochi giorni fa, Mickey Guyton ha affrontato di petto la questione razziale in America con Black Like Me, una canzone potente e sentita. Mentre Yola e Giddens hanno trovato un discreto successo nell’Americana, Guyton si è unita a un gruppo di musicisti country mainstream che include Kane Brown, Jimmie Allen e Darius Rucker.

Rucker, il cantante degli Hootie and the Blowfish, ha avuto una grandiosa carriera solista nel country. Ma non ha suonato questa musica subito, è passato da un disco r&b quasi del tutto dimenticato. I confini tra questi generi, in fondo, sono sempre stati sottili. Anche se il pubblico che li ascolta sembra lontanissimo.

Chiedo a Yola se la infastidisce vedere come la sua musica attragga soprattutto un pubblico bianco. Risponde con una sonora risata. «Senti, suono a festival jazz, blues e country, e il pubblico è diverso ogni sera, non fa differenza. Quando suono questa musica, quando mi connetto con questa storia, non ci sono posti più neri dei festival country e blues».

Racconto questa parte della conversazione a Giddens, che è impressionata ma non condivide. Per lei, la questione è più complicata. «Il pubblico non c’entra niente, sono tutte persone fantastiche», inizia. «Ma io so che questi dovrebbero essere spazi misti, e sento una sorta di disagio. Il pubblico è sempre più diversificato, è vero, ma credo ancora che questo non sia uno spazio sicuro per noi».

Parlare sul palco della storia dimenticata del genere è un peso? «A volte è stancante portare il peso di quello che è successo», dice Giddens. «La gente dice sempre: “Wow, è fighissimo”, ma devo spiegare la stessa cosa a tutti i concerti, tutte le sere. Questa è la nostra musica. Uno dei più grandi trionfi della musica afroamericana è il banjo», continua. «Il banjo ha conquistato il mondo. Il che significa che abbiamo contribuito a creare la musica americana. Non il blues, non il jazz. La musica americana. Punto».

È una questione che Giddens studia con altre tre donne: Amythyst Kiah, Leyla McCalla e Allison Russell. Insieme formano Our Native Daughters, un supergruppo Americana che esplora il ruolo delle donne nere nella storia americana in Songs of Our Native Daughters, l’album uscito nel 2019.

Chiedo a Giddens come si sente a portare il peso di queste storie, cosa prova quando le interpreta. «A volte è faticoso», dice. «Mi sostengono, e in generale sono molto grata a quelle canzoni. Ma è stancante».

Charley Pride nel 1982. Foto: Globe Photos/Mediapunch/Shutterstock

Charley Pride ha dato tutto per diventare la prima superstar nera del country. Pride era il Chuck Yeager del country nero. La sua carriera è stata incredibile. Solo tra il 1969 e il 1971, ha collezionato otto primi posti nelle classifiche country. In totale, ci riuscirà 30 volte. Pride, però, ha passato gran parte della carriera cercando di evitare ogni conversazione sulla razza. Non è un tema verso cui è conflittuale o evasivo, nonostante ci siano dozzine di storie sulle sue difficoltà con pubblico e istituzioni. Con il tempo, per tutti è diventato la star del country che trascendeva la razza. Anche la sua etichetta, all’inizio, cercava di nascondere la cosa.

La RCA è famosa per aver mandato alcuni singoli in radio senza foto promozionale. Si giustificano dicendo che «la musica doveva parlare da sola», ma dimenticano di aggiungere che la foto di un nero sorridente non avrebbe aiutato.

Nella sua biografia, Pride racconta una conversazione con Webb Pierce, un gigante del country. Una volta Pierce ha detto: «Il fatto che tu faccia la nostra musica è un bene». Pride dice che il commento l’ha messo a disagio. «Webb, questa musica è anche mia», ha risposto.

Se il problema del razzismo nel country è grave e in larga parte sconosciuto, quello del maschilismo è altrettanto grave ma almeno se ne parla. Storicamente, le radio country non hanno mai passato o promosso granché artiste donne. Come con i neri, il country le ha cancellate dalla storia, e musiciste che hanno trasformato il genere sono considerate di passaggio.

Il collettivo Highwomen – Amanda Shires, Brandi Carlile, Karen Morris e Natalie Hemby – è nato per cambiare le cose. Il gruppo è una ribellione contro il trattamento di merda che hanno sempre ricevuto le donne del country.

In una versione aggiornata di Highwayman di Jimmy Webb, in cui ogni verso racconta la storia di una donna perseguitata, Yola parla parla di una Freedom Rider – un’attivista che parlava di discriminazione sui bus degli stati segregazionisti – uccisa durante una manifestazione. La vicenda dei Freedom Riders fa parte di una pagina particolarmente oscura della storia americana. A volte, la polizia collaborava con il Ku Klux Klan e chiudeva un occhio di fronte alle violenze organizzate dei suprematisti bianchi contro i Riders.

Chiedo a Yola da dove venga la sua strofa. Mi parla di un processo di scrittura «emotivamente rispettoso», e racconta come ha cercato di catturare lo spirito dei neri americani: «Quella strofa ha dentro tanto orgoglio, è una storia pericolosa, ma anche figa. Essere neri è così». Ricorda che Jason Isbell, che suona sul disco, è sempre stato sensibile rispetto allo spazio che occupava. Ha fatto un passo indietro, dice Yola, per «lasciare che le storie parlassero da sole, per non essere d’intralcio».

C’è qualcuno che invece continua a intralciarvi? Yola fa una pausa. «Forse è questa la storia dei neri nel country. La gente non sa che deve farci spazio perché non si rendono conto dei loro privilegi. Finché dovremo parlare della fragilità dei bianchi, sarà difficile affrontare queste cose».

Questo articolo verrà presto riscritto. È una storia eterna. I nomi saranno diversi, ma lo schema continua: il country non sembra avere troppa voglia di riconoscere che è nato grazie alla musica nera, e ad artisti neri come DeFord Bailey, Ray Charles, Charles Pride e molti altri. Il risultato è che anche la prossima generazione di artisti neri che vorranno trasformare il genere verranno trattati come una novità. «Ehi, un nero che fa il country! Fico!». E questo articolo verrà riscritto.

Ma non deve andare così. Possiamo affrontare il problema iniziando ad ammettere che il country non esisterebbe senza la musica nera. «C’è molto da dire sulla storicizzazione di figure come Woody Guthrie», dice Yola. «E parleremo di Willie Nelson. Ma penso anche a tutti quelli a cui non viene dedicata altrettanta attenzione».

«Penso sempre a Charley Pride. Se non avessi incontrato qualcuno determinato a raccontare la storia dei neri nel country, non avrei mai sentito il suo nome», aggiunge. «Sarebbe stato facile ignorare la sua musica… dopo un po’ non puoi fare a meno di pensare che è frutto della decisione di qualcuno».

I giovani artisti neri del country di oggi si stanno liberando dall’idea che il genere appartenga ai bianchi. Nel frattempo, si sono aggiunti alla lista di chi cerca di resistere a un mito falso. Alla fine, questa è una storia di speranza. «In realtà, è una storia bellissima. Se consideri il razzismo e la violenza del passato… è incredibile che i generi siano riusciti a parlarsi», dice Giddens. «Non lasciate che vi dicano cosa è loro e cosa è vostro. Il country appartiene a tutti».

Iscriviti