Glen Hansard dava un senso alla bellezza e al dolore | Rolling Stone Italia
Mistica folk

Glen Hansard dava un senso alla bellezza e al dolore

Un altro omaggio al musicista scomparso tre settimane fa, il ritratto di un artista che nella sua musica accoglieva meraviglia e irrequietezza, luce e oscurità, e che non si è mai arreso all’idea di essere solo «quello di ‘Once’»

Glen Hansard dava un senso alla bellezza e al dolore

Glen Hansard

Foto: Stephan Vanfleteren/Anti

Glen Hansard si è allontanato dal microfono, si è portato sul bordo del palco e ha urlato le parole “I got a home on high”. In fondo lui, cresciuto nella tradizione irlandese degli artisti di strada, aveva cantato in quel modo per una vita. Così, quando a metà di una performance nel marzo 2019 alla Carnegie Hall, dove si trovava per un tributo al suo eroe Van Morrison, ha avuto problemi di amplificazione, ha staccato il cavo dalla chitarra, si è avvicinato al pubblico e ha trasformato quel teatro da 2800 posti in un pub di Dublino o in una strada della città.

La canzoen che stava cantando è Astral Weeks di Morrison, la sua stella polare musicale, in una versione per sola voce e chitarra acustica di quelle elettrizzanti per cui era conosciuto e amato. Suonava la chitarra così velocemente che era quasi impossibile vedere muoversi la mano destra e intanto declamava l’ode divina di Morrison al flusso della vita, trasformando in qualche modo quella canzone vagabonda in un canto collettivo e dispensando lezioni di vita nel bel mezzo delle sue istruzioni per il call and response. «Quando canti coil cuore», ha detto Hansard al pubblico a metà canzone, manco fosse un inciso del pezzo, «non sei mai stonato».

Hansard era noto soprattutto per essere un artista di strada diventato balladeer, come nella versione di sé che quella sera alla Carnegie Hall ha dato vita a una performance memorabile. Ma la sua musica era spesso molto più cupa e musicalmente irrequieta di quanto si sarebbe potuto immaginare avendolo conosciuto, con suo grande disappunto, come il giovane bassista Outspan Foster dei Commitments oppure, come è avvenuto più spesso, nella versione di se stesso messa in scena in Once, il film del 2007 diventato un successo travolgente e un musical di Broadway, nonché il progetto a cui è stato più strettamente associato.

Ma Hansard era molto più di questo. Era una rockstar, un artista di strada, un bardo, un jazzista, un mistico, una voce folk sussurrata e un cantante soul, e al tempo stesso un innovatore inquieto che si ribellava alle aspettative riposte su di lui e pure un narratore capace di conquistare il pubblico, le cui storie potevano essere coinvolgenti quasi quanto le canzoni che ha scritto (se non l’avete mai sentito, mollate tutto e ascoltate il suo racconto di dieci minuti sulla volta in cui ha incontrato Morrison). Le sue canzoni erano piene di follia e misericordia, di tensioni irrisolte e dissonanze latenti tanto quanto erano liberatorie e catartiche.

Era sia un cantautore post-dylaniano intento a strimpellare brani originali che esprimevano la sua visione del mondo, sia un interprete di stampo classico del repertorio altrui e spesso riusciva a raccontarsi di più interpretando le canzoni di altri autori, basti pensare alla versione del 2012 di Drive All Night di Bruce Springsteen, che più che una cover è un diario di viaggio della vita musicale di Hansard.

Glen Hansard - Drive All Night - Live at Late Show with David Letterman (12/12/2013)

Poco dopo averlo visto cantare Van Morrison alla Carnegie Hall alla maniera degli artisti di strada, nella primavera del 2019 l’ho intervistato per Rolling Stone a proposito del suo imminente album solista. Quando gli ho chiesto da dove mi stesse chiamando, le sue doti da narratore sono immediatamente entrate in scena: «Sono in un bellissimo giardino dove tutto è luce. Ho appena controllato la mia moto e funziona magnificamente, è una giornata primaverile perfetta in Irlanda, cosa rara, rarissima. Sono al settimo cielo».

Non era però un uomo appagato. Sembrava quasi frustrato dal modo in cui il mondo lo vedeva come il tizio di Once e dal modo in cui a volte egli stesso si vedeva come il tizio di Once. Dopo aver realizzato il film, aveva trasformato in un vero rapporto musicale la collaborazione nata nella vita reale con la co-protagonista e partner artistica Markéta Irglová, e insieme avevano girato il mondo come Swell Season. Quando abbiamo parlato, però, non si esibivano insieme da tempo.

Mi ha raccontato che il precedente album solista, Between Two Shores del 2018, era il primo che aveva fatto tanto per fare. Per questo si era imposto di fare l’esatto contrario con This Wild Willing del 2019 che era, secondo lui, un’espressione più autentica di come la musica, l’arte e la vita lo avevano portato nella mezza età. Durante la lavorazione aveva pensato molto al soprannome scherzoso che il compositore Nico Muhly gli aveva affibbiato per prenderlo in giro: Earnest Strum, qualcosa come Strimpellatore Sincero. Voleva realizzare un disco anti-Earnest Strum.

«Mi sto un po’ annoiando della musica che faccio», diceva, «dovevo mettermi alle spalle l’idea di chi è Glen Hansard, di chi è Earnest Strum. Dovevo mollare l’idea stessa di essere un cantante folk». Mi parlava del pezzo d’apertura di quel disco, I’ll Be You, Be Me, con un loop di batteria, un campionamento dei Queen e un mare di chitarre rumorose. «Il tizio che ha scritto Falling Slowly», vale a dire la ballata di Once che gli è valsa un Oscar, «e il tizio che ha scritto I’ll Be You, Be Me sono la stessa persona».

Glen Hansard, Marketa Irglova - Falling Slowly (Official Video)

La verità è che Hansard era tutte queste cose. Come cantante e leader dei Frames, come metà degli Swell Season e come artista solista, era uno dei cantautori più amati della sua generazione. Convogliava lo stile dei suoi eroi nella scrittura e in uno stile esecutivo intimo che affondava le radici nelle sue origini, quando cantava per i passanti.

Cosa significava per il tizio di Once innamorato di Van Morrison e abituato a suonare per strada mettersi alle spalle l’idea di essere un cantante folk? «La forma canzone è cambiata», mi diceva. «Lo schema strofa/ritornello è finito, non ha più senso. Quindi, in un certo senso, sto lottando con la musica che faccio, il formato tradizionale dei miei eroi, Leonard Cohen e Joni Mitchell».

Era una tensione con cui è sembrato confrontarsi per il resto della vita, compreso il suo album solista più recente, l’avventuroso All That Was East Is West of Me Now del 2023. “Cammino piano, sto imparando a ballare”, cantava in un pezzo nel suo momento più coheniano, “ho 52 rose bianche come il latte per gli angeli del fato”. Anche quando, finalmente, lo scorso anno ha fatto con Irglová il primo album degli Swell Season in 16 anni, il titolo Forward sembrava alludere a una certa esitazione di fronte al rischio di indulgere nella nostalgia che una reunion del genere comportava.

Glen Hansard funeral concludes with a rousing rendition of Bob Dylan's 'Forever Young' | RTÉ News

Ascoltare la musica di Hansard con in mente la sua morte improvvisa è un esercizio inutile. Era troppo interessato e coinvolto nella forza spirituale, emotiva e politica della vita per essere seriamente interessato a scrivere di mortalità, o persino a contemplarla. Come il suo eroe mistico Morrison, era interessato a esplorare, interrogare, celebrare e rimpiangere la dolorosa contraddizione e il mistero gioioso, sempre presente, del semplice fatto di svegliarsi ogni mattina.

Lo si sente nel dolore claustrofobico di High Horses del 2009, una delle sue canzoni più devastanti con Irglová, capace di cogliere alla perfezione l’incubo assoluto in cui si trasforma la vita quando non si riesce più a raggiungere una persona alla quale un tempo si era vicini. Lo si sente in Her Mercy del 2015, una canzone soul di quelle che sembrano esistere da sempre in cui Hansard trova il divino nella quotidianità. E lo si sente riassumere la follia e la maestosità della vita stessa in Revelate dei Frames, del 1995: “A volte” urla “è tutto troppo da sopportare”.

La musica di Hansard parlava di accogliere la meraviglia insieme all’irrequietezza, di lasciare entrare la luce insieme all’oscurità, di cercare di dare un senso alla bellezza e al dolore che arrivano quando tutto diventa troppo. E nessuno sembrava godersi quel compito più di lui.

«Sono arrivato a un’età in cui o premi sull’acceleratore o togli il piede dall’acceleratore», ha detto pochi mesi fa. «E io ho assolutamente bisogno di premere sull’acceleratore. Voglio lavorare. Voglio stare nel mondo. Voglio fare musica».

Revelate - The Frames, 1995

Da Rolling Stone US.