Giardini di Mirò: qualcosa è successo | Rolling Stone Italia
Quasi casa

Giardini di Mirò: qualcosa è successo

Gli esordi in provincia, l’ambizione di suonare all’estero, i soldi nascosti nei dischi. Nascita e fine (anzi, pausa) della più importante band post rock italiana, che torna con un nuovo album dal vivo. L’intervista

Giardini di Mirò: qualcosa è successo

Una foto di repertorio dei Giardini di Mirò

Foto: Jukka Reverberi

Il 19 marzo 2023 i Giardini di Mirò salgono sul palco del circolo Kessel di Cavriago, lo stesso luogo dove tutto era iniziato, più di vent’anni fa, con un altro nome (Calamita). Lì avevano mosso i loro primi passi. È solo la prima coincidenza. La seconda coincidenza vuole che tra il pubblico ci sia Markus Mathis, che da anni registra i loro concerti con un paio di microfoni d’ambiente e una linea dal mixer. Nessuno lo sa, ma quello sarà l’ultimo concerto della band emiliana. La registrazione finisce in un cassetto aspettando il momento giusto. Momento che arriverà venerdì con l’uscita di Quasi casa: 70 minuti live che attraversano vent’anni di catalogo, registrati nel posto esatto in cui tutto è cominciato.

Questa “pausa”, la band ci tiene a far sapere che non si tratta di un addio ma di un arrivederci, è il motivo per una chiacchierata con Corrado Nuccini e Jukka Reverberi sulla storia della band. Perché attraverso le vicende di un nucleo di persone di Cavriago – piccola città alle porte di Reggio Emilia celebre per essere il luogo in cui è nata Orietta Berti e in cui campeggia vittorioso un busto di Lenin – è possibile ripercorrere una buona parte della storia dell’indie rock italiano. Almeno, di quella stagione storica di indie che guardava all’estero, voleva contaminarsi con le influenze che arrivavano da fuori per portare la nostra sensibilità oltreconfine cercando quindi di parlare una lingua e vivere un’attitudine internazionale con la consapevolezza che la parte importante dell’esperienza non fosse tanto l’arrivo, ma il viaggio.

Per una volta non cerco la domanda a effetto ma chiedo, molto banalmente, di cominciare dall’inizio. Come si è formata la band. E mi confermano che è tutto iniziato come ci si poteva immaginare. Alla vecchia maniera. Corrado Nuccini, ancora studente di Lettere e Filosofia a Bologna, mette in piedi un primo abbozzo di gruppo con Giuseppe Camuncoli, oggi fumettista di fama internazionale, allora compagno di pendolarismo sul treno Reggio-Bologna. «Avevamo voglia di darci un tono», racconta Corrado. «Il gruppo è una specie di dispositivo socializzante: entri con altre persone che hanno una visione simile alla tua, e dentro ci porti non solo le cose che ti fanno stare bene, ma anche le fragilità, le cose che in un paese piccolo come Cavriago non avrebbero altrimenti un posto dove stare».

Perché la provincia di cui parlano i due, e qui mi tengono entrambi a correggere il luogo comune del paesino desolato, non era una provincia della disperazione (facciamo questa conversazione a pochi giorni dall’exploit ai David di Donatello de Le città di pianura). «Era la provincia delle opportunità», dice Jukka: «Cavriago aveva una fonoteca comunale dove da bambini si potevano ascoltare cassette e prendere in prestito CD, un’emeroteca dove si leggevano Rumore, Blow Up, Buscadero, e un addetto culturale comunale, un certo Paolo, che comprava dischi di Sonic Youth e Rage Against the Machine per la collezione pubblica. Alle feste dell’Unità capitava di vedere passare nomi internazionali. Ci ho visto i Sonic Youth nel 1993, lo stesso anno dei Bad Religion, poi i Blonde Redhead. Quell’influenza, anche indiretta, l’ho sempre sentita». E sullo sfondo, racconta Corrado, c’era un fattore generazionale più ampio: la nascita della Comunità Europea, poi l’euro. «Magari sembra una cosa secondaria e adesso la diamo per scontata, ma per la nostra generazione non lo era: l’idea che con la stessa moneta potessi bere una birra a Cavriago come a Berlino ci portava a guardare fuori, verso un’idea di gruppo internazionale, lontana dal mondo delle radio e di Sanremo che proprio non ci interessava».

Foto: Jukka Reverberi

Jukka, dal suo lato, arriva da una storia diversa: l’hardcore, le fanzine fatte in casa, la voglia di costruirsi un’identità attraverso la musica più che attraverso la tecnica. «Le influenze non erano solo musicali ma anche di attitudine. Mi ricordo ad esempio di essermi innamorato di una foto in cui Thurston Moore indossa una maglietta con la scritta “DC Hardcore Rules” che è stata una delle cose più belle che abbia mai visto, mi ha influenzato più di ogni disco». Il salto vero, però, arriva con un concerto in onore di un gemellaggio giovanile tra la sua zona e una città tedesca. Chiamano i Giardini di Mirò della vecchia formazione – quando ancora suonavano un indie rock in italiano marchiato da influenze alla Massimo Volume e Marlene Kuntz – ma il chitarrista designato si tira indietro all’ultimo. Jukka viene reclutato come chitarrista “rumorista” senza nemmeno saper cosa suonare. «Il mio primo concerto con un pubblico l’ho fatto in Germania. E lì ho capito che a suonare ci si può andare davvero, che si può cantare in italiano e la gente può apprezzare lo stesso. Quel concerto ha dato al gruppo la possibilità di esserci».

La svolta strumentale arriva poco dopo, e arriva quasi per caso. Cantare in italiano, raccontano, significava restare confinati dentro i confini nazionali. Un giorno Jukka mette su un disco dei Tortoise, scoperto chissà come (erano gli anni senza internet, ricordano ridendo, «potevi dire qualsiasi cosa sull’America e ti credevano lo stesso»), e l’idea prende forma. Si può fare musica senza voce, anche senza essere tecnicamente irreprensibili. La prima cover che la band registra, per un concorso locale chiamato Terremoto Rock (che nome anni ’90!), è una versione di Mildred Pierce dei Sonic Youth. Da lì in poi è tutto strumentale, almeno per un po’.

Il salto verso l’estero passa anche da un gesto quasi punk. Jukka vuole comprare via mail un disco di una piccola etichetta californiana, la Zum. «Ti ricordi quando si mettevano i soldi dentro i CD? Io l’ho fatto ma al posto di un CD-R li ho nascosti dentro una copia del nostro Iceberg EP. Quando ho ricevuto il disco c’era anche una lettera in cui ci dicevano: “Se questa roba la fate voi, noi ve la pubblichiamo”». Il primo capitolo discografico della band quindi esce sia in Italia – con GammaPop – sia negli Stati Uniti. Qualche tempo dopo, grazie a un nuovo viaggio in Germania, nasce il contatto con l’etichetta che diventerà la loro seconda casa, la 2nd Rec.

È in questo clima che arriva l’incontro con la Homesleep, l’etichetta fondata a Bologna da Matteo Agostinelli, frontman degli Yuppie Flu, scomparso lo scorso febbraio a 48 anni. «All’epoca la nostra scena aveva un’identità forte», racconta Corrado. «Uscivano quattro o cinque dischi all’anno che restano belli ancora oggi. Quello che mancava era la struttura: booking ed etichette erano tutte improvvisate, tutti partivano senza sapere bene dove sarebbero arrivati. A noi quel partire senza rete ha dato un vantaggio, perché siamo arrivati prima di altri. Ma rispetto alla destrutturazione imperante, la Homesleep di Matteo ci sembrava già super professionale: aveva uno studio, aveva delle idee, aveva ambizioni vere».

Giardini di Miro' - Pet Life Saver

Il risultato di quell’incontro è Rise and Fall of Academic Drifting, uscito nel 2001, il disco che la critica considera ancora oggi il punto più alto del post rock italiano e che porta la firma vocale dello stesso Agostinelli in Pet Life Saver e del cantante dei Tram, Paul Anderson, in Little Victories. Per Jukka e Corrado quel periodo, e in particolare l’inizio degli anni Duemila, coincide con il momento di maggiore forza del gruppo: «Basta rivedere i video di quando ci invitano a MTV per capire che c’era qualcos’altro, non più solo il riferimento ai Marlene Kuntz o ai Massimo Volume: c’era un mondo nostro, con una faccia e un’attitudine precise». Dentro quel mondo, raccontano, convivevano riferimenti diversi: Corrado pescava più dai Sonic Youth, dai Pavement, dai Dinosaur Jr., Jukka guardava più al post punk e ai Fugazi. Il punto di incontro, per entrambi, erano i Blonde Redhead.

Chiedo a Jukka come fosse, allora, passare dai centri giovanili come quello di Cavriago ai palchi degli MTV Day, dall’altra parte di quel confine che di solito separa chi guarda da chi suona. «Abbiamo avuto qualche difficoltà, ma a livello inconscio eravamo già convinti della musica che stavamo facendo». Il momento più delicato, per lui, è stato accettare la distribuzione tramite Sony di uno dei dischi successivi: una scelta che da adolescente avrebbe rifiutato per principio, ma che si è rivelata l’unico modo concreto per far girare la musica. «Non abbiamo venduto l’anima al diavolo, visto che siamo rimasti disgraziati per tutto il resto della carriera», scherza.

A tenere insieme tutto, in questi vent’anni, è stato soprattutto il fatto che tra loro le cose hanno sempre funzionato bene a livello umano, prima ancora che musicale. Pur con cambi di organico, evoluzioni e carriere soliste (il batterista storico Francesco Donadello è un apprezzato produttore che ha vinto pure Grammy e Emmy; Corrado ha pubblicato dischi insieme a Emidio Clementi dei Massimo Volume; Jukka ha fondato insieme a Max Collini degli Offlaga Disco Pax il progetto Spartiti), è un punto su cui insistono entrambi quando chiedo com’erano allora e come sono adesso. «Se ci guardi oggi, io e Corrado siamo due persone molto diverse», dice Jukka. «Eppure siamo riusciti a stare insieme tutto questo tempo: sappiamo già cosa dirà l’altro, con quale postura lo farà». Corrado si descrive come quello che ha sempre tenuto la parte più “apollinea” e organizzativa del gruppo, gestendo date e contatti (con scarsi risultati pratici, ammette ridendo: «Ho sempre sbagliato le date, ho sempre perso le cose»), mentre a Jukka attribuisce la componente più caotica e collettiva, legata a un’energia quasi adolescenziale che, dice, «ci trasciniamo addosso ancora un po’ oggi».

Foto: Jukka Reverberi

Sul bilancio finale, Corrado è netto: «Penso che abbiamo avuto anche tanto riconoscimento. Un gruppo piccolo come il nostro che dopo vent’anni, venticinque, ha ancora gente che si identifica, che ti vede, che ti ascolta, che compra un doppio vinile bootleg che probabilmente non si sarebbe venduto nemmeno quando si vendevano ancora i vinili». E poi la frase che, mi rendo conto, racconta meglio di ogni altra il modo in cui i Giardini di Mirò guardano alla propria storia: «Se la parola successo è il participio passato del verbo succedere, qualcosa è successo».

Jukka, da parte sua, allarga il discorso a una dimensione più esistenziale, quasi una piccola dichiarazione di poetica. Suonare in un gruppo, tenerlo in vita per più di vent’anni, è stato un modo per lasciare un segno, per non scomparire del tutto. «Ognuno affronta il rapporto con la vita in un modo diverso, ma alla fine si suona anche per sopravvivere alla morte, per lasciare qualcosa che resta quando non ci sei più. Noi non volevamo una vita normale, abbiamo provato a farla diversa, e ci abbiamo provato con tanta tenacia da riuscire a farlo per più di vent’anni, insieme. Non è male».

Torniamo, prima di chiudere, a Quasi casa. C’è qualcosa di coerente, dicono entrambi, nel fatto che l’ultimo concerto della loro storia si sia svolto, per puro caso, nello stesso luogo in cui erano cresciuti come gruppo, e che la registrazione sia rimasta nascosta per anni prima di tornare a galla proprio ora, mentre la band è in pausa. «Per me ha avuto un effetto fortissimo scoprire che, senza volerlo, abbiamo fatto lì anche il nostro ultimo concerto», dice Corrado. «È una cosa molto casuale, e proprio per questo molto romantica». Jukka, dal suo lato, preferisce non chiamarla una storia triste: «Racconta semplicemente qualcosa, ed è una bella storia da raccontare».