Fregato dall’incapacità di possedere una storia senza trasformarla in contenuto | Rolling Stone Italia
Raccontarsi... troppo

Fregato dall’incapacità di possedere una storia senza trasformarla in contenuto

Duane “Keffe D” Davis è riuscito per quasi trent’anni a non essere incriminato per l’omicidio di Tupac. Poi la storia di quel delitto ha incontrato la content economy. Quando la verità diventa un genere di intrattenimento

Fregato dall’incapacità di possedere una storia senza trasformarla in contenuto

Tupac e Duane “Keffe D” Davis

Foto: Ron Galella/Getty Images (1), John Locher-Pool/Getty Images (2)

Duane “Keffe D” Davis è riuscito per quasi trent’anni a non essere incriminato per l’omicidio di Tupac Shakur, ma non a resistere alla tentazione di raccontare come era avvenuto. Il caso criminale più famoso della storia dell’hip hop non è arrivato a sentenza grazie a un detective insonne, a una nuova analisi balistica o a una videocassetta ritrovata dietro un distributore di Las Vegas. A trascinarlo in aula è stata l’incapacità contemporanea di possedere una storia senza trasformarla in contenuto.

Il 31 agosto una giuria del Nevada ha dichiarato Davis colpevole di omicidio di primo grado con arma mortale. Ha 63 anni, rischia l’ergastolo e ha già annunciato ricorso; la sentenza sarà pronunciata il 13 ottobre. Non è stato accusato di aver premuto il grilletto. Secondo l’accusa, procurò la pistola, radunò gli uomini e guidò la rappresaglia contro Tupac e Marion “Suge” Knight dopo che il rapper e il suo seguito avevano picchiato suo nipote Orlando “Baby Lane” Anderson nella hall dell’MGM Grand. In base alla legge del Nevada non occorre sparare personalmente per essere responsabili di un omicidio organizzato. Dei quattro uomini che, secondo la ricostruzione, viaggiavano sulla Cadillac bianca da cui partirono i colpi, Davis è l’unico ancora vivo. È anche l’unico che abbia trascorso gli ultimi anni a spiegare al pubblico che cosa accadde dentro quell’auto.

La notte del 7 settembre 1996 Tupac aveva assistito all’incontro fra Mike Tyson e Bruce Seldon. Poco dopo, mentre viaggiava sulla BMW guidata da Suge Knight, una Cadillac si affiancò al semaforo fra Flamingo Road e Koval Lane. Il rapper fu colpito più volte e morì sei giorni dopo, a 25 anni. Il resto è diventato, a un tempo, storia della musica, leggenda urbana e fenomeno dell’industria editoriale. Sei mesi più tardi venne ucciso anche Notorious B.I.G.; nessuno dei due delitti portò per decenni a una condanna. La rivalità fra East Coast e West Coast, le gang, la Death Row Records, i sospetti su poliziotti corrotti e produttori troppo potenti produssero una quantità di versioni sufficiente a rifornire documentari fino alla fine dei tempi. Quando la realtà non offre un colpevole, la cultura pop apre una writers’ room.

La mancata soluzione diventò parte integrante del mito di Tupac. La morte giovane consegna sempre un artista all’eternità, ma una morte senza finale giudiziario gli assicura anche numerosi aggiornamenti periodici. Ogni nuova testimonianza prometteva di essere quella definitiva; ogni incongruenza generava un’altra teoria; perfino l’ipotesi che il rapper fosse ancora vivo, nascosto a Cuba o altrove, sembrava meno una credenza che un modo collettivo di rifiutare la chiusura del racconto.

Per 27 anni l’omicidio di Tupac non aveva prodotto una sola incriminazione. Poi, nel luglio 2023, la polizia di Las Vegas perquisì a Henderson l’abitazione della moglie di Davis; il 29 settembre, dopo l’incriminazione da parte di un grand jury della contea di Clark, Davis venne arrestato. La svolta ebbe l’aspetto di un colpo di scena tardivo, come se dal nulla fosse finalmente comparso un sospettato. In realtà, nuovo era soltanto il passaggio dal sospetto all’accusa formale. La polizia conosceva Davis da anni. Fra il 2008 e il 2009 parlò con investigatori di Los Angeles e federali nel quadro di un’altra indagine, quella sull’omicidio di Biggie. Lo fece attraverso un accordo di tipo proffer, la formula detta queen for a day: racconti ciò che sai e, entro limiti precisi, quelle dichiarazioni non vengono usate per incriminarti. Non era necessariamente un’assoluzione preventiva né una licenza narrativa valida su ogni piattaforma futura, ma la sua portata è rimasta uno dei punti più controversi del processo e sarà quasi certamente materia del ricorso. Davis descrisse la Cadillac, disse di aver procurato l’arma e di averla passata verso il sedile posteriore. Poi compì il gesto decisivo: prese una storia raccontata in una stanza protetta e la portò nel mercato aperto.

Nel 2018 apparve nella docuserie televisiva Death Row Chronicles. L’anno seguente uscì Compton Street Legend, scritto con Yusuf Jah: 224 pagine di vita criminale, rivalità, imperi della droga e retroscena sui due omicidi più redditizi dell’immaginario rap. Seguirono interviste, podcast, apparizioni su YouTube. Davis si presentava come l’ultimo testimone capace di offrire la versione dall’interno, il proprietario dell’unica telecamera simbolica che quella notte si trovava nella Cadillac. Aveva custodito per anni informazioni preziosissime: a un certo punto deve essergli sembrato ingiusto che il solo uomo con accesso alla storia completa fosse anche il solo a non ricavarne una percentuale.

Il delitto di Tupac incontrò così la content economy. In altri tempi un uomo sospettato di omicidio avrebbe considerato il silenzio un investimento a lungo termine. Nel nostro, una conoscenza esclusiva che non genera visualizzazioni somiglia pericolosamente a un bene improduttivo. Il segreto non è più il contrario della pubblicità: ne è la fase promozionale, un lunghissimo teasing. Si conserva qualcosa soltanto finché non arriva l’offerta giusta per raccontarla.

Edgar Allan Poe immaginava il colpevole tradito dal battito del cuore sepolto sotto il pavimento. La nostra epoca lo immagina tradito dal bisogno di engagement. Non sappiamo se Davis abbia parlato per vanità, denaro, risentimento verso chi già guadagnava dal caso o per il desiderio tardivo di fissare la propria versione prima che lo facessero definitivamente gli altri. Probabilmente agivano tutte queste ragioni insieme. Ma il risultato è una confessione distribuita su più formati, una specie di podcast trentennale contro sé stesso: dichiarazioni ripetute abbastanza spesso da trasformare una linea editoriale in una confessione.

Il processo ha dovuto affrontare una domanda che di solito viene lasciata ai critici letterari: quanto è vero un uomo quando racconta sé stesso? L’accusa ha presentato ore di registrazioni nelle quali Davis descriveva la vendetta, la ricerca della BMW e il passaggio dell’arma. La difesa ha replicato che quelle storie erano state esagerate per notorietà e denaro, che il libro era stato scritto insieme a un altro autore, che non esistevano prove fisiche capaci di collocare l’imputato a Las Vegas. Mancavano l’arma, la Cadillac e gli altri occupanti; i pubblici ministeri non hanno neppure indicato alla giuria chi abbia sparato. Dopo 27 anni di indagini, il reperto centrale era una voce che aveva imparato a vendersi.

Per scagionare Davis, il suo avvocato ha dovuto quindi chiedere ai giurati di considerare Compton Street Legend «fiction, not fact». È una difesa legittima e perfino plausibile in un ecosistema culturale che premia l’esagerazione, ma contiene un’umiliazione particolare. Il libro prometteva l’autorità dell’uomo che era presente; in tribunale quella stessa autorità diventava un rischio da disconoscere. Davis aveva trascorso anni a costruire Keffe D come un personaggio abbastanza importante da conoscere la verità, poi ha dovuto sostenere che quel personaggio fosse un millantatore. Il titolo stesso si è trasformato in una trappola: una leggenda di strada è esattamente ciò che si desidera essere in copertina e ciò che conviene smettere di essere davanti a una giuria.

Da tempo i tribunali americani sono accusati di trattare i testi dei rapper come documenti, cancellando la distanza fra io lirico e fedina penale. Una minaccia in rima viene presentata come intenzione, una pistola metaforica depositata agli atti come se recasse ancora le impronte. Nel processo Davis il paradosso si è rovesciato. Non era un rapper e non chiedeva che fosse riconosciuta la libertà dell’invenzione artistica; aveva venduto il proprio racconto come testimonianza autentica, salvo reclamarne il carattere romanzesco quando l’autenticità acquistò conseguenze penali. Per il mercato era vero perché soltanto la verità poteva renderlo prezioso. Per il tribunale doveva essere falso perché soltanto la finzione poteva renderlo innocuo.

La giuria ha impiegato meno di tre ore a decidere quale dei due Davis credere. Ha creduto a quello delle interviste e del libro, non a quello seduto accanto all’avvocato. Ciò non significa che ogni punto oscuro sia stato illuminato. Una sentenza stabilisce una responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio; non riempie automaticamente tutti i vuoti della storia, non restituisce l’arma, non identifica per forza l’esecutore e non assolve le indagini dai loro fallimenti. Raccontare il caso come un trionfo della polizia significherebbe dimenticare che per decenni le autorità ebbero davanti molti degli stessi nomi, mentre i testimoni morivano e la verità diventava un genere di intrattenimento.

È proprio in quel vuoto che Davis ha potuto trasformarsi da sospettato in fonte. Il true crime vive di questa ambiguità: promette giustizia, ma ha bisogno che il crimine resti narrativamente produttivo; denuncia l’assenza di una soluzione e intanto moltiplica episodi, stagioni e punti di vista che rendono quella soluzione sempre rinviabile. Ogni cold case è anche un franchise in attesa di rinnovo. Nel caso di Tupac l’industria non si è limitata a consumare il mistero: ha convinto uno dei suoi protagonisti a produrre il materiale che avrebbe contribuito a chiuderlo. L’uomo che sapeva diventò ospite, autore, personaggio e infine prova.

Esiste una parentela inquietante fra il rap degli anni ’90 e l’economia dei contenuti contemporanea. Entrambi impongono di dimostrare continuamente di essere davvero ciò che si sostiene di essere. La reputazione non è un possesso stabile: va performata, aggiornata, difesa davanti al pubblico. Davis aveva costruito la propria autorità sull’idea di essere stato uno shot-caller, qualcuno le cui parole producevano conseguenze nel mondo reale. Non poteva rivendicare il prestigio della storia e insieme sottrarsi per sempre alla sua responsabilità. Continuando a raccontarla, ha confuso il diritto d’autore con il diritto all’impunità.

Tupac, naturalmente, conosceva meglio di chiunque altro la potenza e il pericolo dell’autorappresentazione. Figlio di una militante delle Pantere Nere, studente di teatro e Shakespeare, poeta politico, attore e interprete di una durezza che talvolta finiva per inghiottirlo, costruì davanti al pubblico identità diverse senza mai risolversi interamente in nessuna. La sua arte nasceva dalla tensione fra persona e personaggio. Davis ha tentato un’operazione più semplice: trasformare la prossimità alla morte di Tupac in una IP. Ma mancava ciò che separa un’opera da una deposizione: la possibilità di stabilire da solo dove finisse il personaggio.

Il verdetto arriva quasi esattamente trent’anni dopo gli spari di Las Vegas. Non restituirà a Tupac gli anni che gli sono stati tolti e probabilmente non fermerà le teorie del complotto: i miti sopravvivono alle sentenze perché non sono tenuti a presentarsi in aula. Offre però un finale perfettamente adatto al nostro tempo. Tupac aveva capito prima degli altri che raccontarsi poteva essere un modo di sopravvivere. Duane Davis ha scoperto che, qualche volta, raccontarsi abbastanza a lungo significa anche fornire le prove.