Francesco Guccini e le ‘Canzoni da intorto’: «Ne conosco anche di fasciste, ma preferisco queste dei perdenti» | Rolling Stone Italia
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Francesco Guccini e le ‘Canzoni da intorto’: «Ne conosco anche di fasciste, ma preferisco queste dei perdenti»

Il Maestrone presenta il nuovo album, 11 brani della canzone popolare (e nessun inedito), che cantava con gli amici al bar tra un bicchiere di vino e una partita a carte. Canzoni di resistenza e rivolta? Sì, ma precisa: «Mai stato comunista, semmai anarchico». E si dispiace per il simbolo della Fiamma di Fratelli d’Italia: «Non mi piace. Comunismo e nazismo non sono paragonabili»

Francesco Guccini

Foto: Mattia Zoppellaro

«Sono stanco, canterò solo per gli amici». A dieci anni di distanza dal suo addio alla musica, forse, gli amici per i quali ha continuato a cantare sono riusciti a convincerlo a tornare a farlo anche per tutti gli altri. Non ancora dal vivo, quello forse non accadrà più (ma nei prossimi due incontri pubblici in programma a Milano e Roma mai dire mai), eppure oggi siamo qui di nuovo ad ascoltare e a parlare di un nuovo album in studio di Francesco Guccini.

Per raggiungere L’ultima Thule, cioè l’approdo finale – dall’omonimo album del 2012 che avrebbe dovuto chiuderne definitivamente la carriera musicale – probabilmente mancava ancora una tappa. Ma che sia con certezza Canzoni da intorto (BMG), il nuovo disco composto da 11 brani, in uscita il 18 novembre e presentato alla Bocciofila Martesana di Milano, non possiamo dirlo. Perché in fondo il Maestrone, oltre ai compagni di una vita che lo hanno accompagnato in questo ennesimo giro di giostra, può contare su una persona che giornalmente lo aiuta a superare la stanchezza (e la proverbiale pigrizia). È la moglie Raffaella Zuccari alla quale, non a caso, si deve proprio un titolo così inconsueto: è lei, infatti, che pronunciò la locuzione «canzoni da intorto» durante un pranzo con i discografici, sortendo il loro entusiasmo ma non quello del marito. Che infatti ha ammesso: «Allora non mi trovava del tutto consenziente e pacificato». Come abbia fatto a convincerlo è presto detto: come sempre. E lo spiegò lo stesso Guccini già dieci anni fa, quando non avrebbe voluto neppure il documentario dedicato al disco dell’epoca: «Avevo detto a mia moglie che non avrei mai fatto un film su di me, né l’avrei mai presentato, ma sapete bene come vanno a finire queste cose…». E meno male, aggiungiamo noi.

Quindi eccoci al “progetto speciale”, così è stato definito, che sembra rappresentare una vera e propria rivincita personale del cantautore verso gli stessi discografici e un mercato musicale che probabilmente da tempo non riconosce più («ignoro cosa sia uno streaming»). È un concept album, esclusivamente in formato fisico, che lo vede impegnato a reinterpretare alcuni dei più importanti brani della canzone popolare, italiana e internazionale. È tutto fuori moda nelle Canzoni da intorto, e proprio per questo senza tempo, visto che, come disse l’artista Bruno Munari, «niente passa tanto di moda come la moda». Sono 11 brani scelti con il cuore da Francesco Guccini, completamente riarrangiati grazie alla supervisione musicale di Fabio Ilacqua e Stefano Giungato, oltre a una trentina di strumentisti che hanno cucito su queste canzoni suggestive decorazioni attraverso le vie del folk, della musica popolare tradizionale, bandistica e da ballo, fino a quella balcanica. E infatti è tutto un fiorire di chitarre manouche, di ghironde, fisarmoniche, percussioni, perfino di suoni generati dagli oggetti di uso comune, per un album che, nonostante la varietà della selezione (o proprio grazie ad essa), nell’insieme rappresenta un vero disco di protesta.

A partire dalla prima, Morti di Reggio Emilia, scritta da Fausto Amodei, che con i suoi richiami alla guerra di Resistenza descrive i moti popolari contro il governo Tambroni con scontri sanguinosi, morti e feriti, che portarono appunto alla Strage di Reggio Emilia. Un brano scelto non a caso, visto il particolare periodo storico che stiamo vivendo in Italia. Sullo stesso filone c’è anche Ma mì, tratta dalle canzoni popolari milanesi, la storia di un partigiano catturato dai nemici che resiste quaranta giorni e quaranta notti alle percosse dei carcerieri non confessando mai dove si trovano i suoi compagni. Oppure quella che lo stesso Guccini ha detto di considerare «la nonna della mia Locomotiva». E cioè Nel fosco fin dal Secolo, un canto di rivolta che ha per tema centrale la dinamite, conosciuto anche come Inno del Molinari, utilizzato nel corso dei moti della Lunigiana del gennaio 1894: «Avevo alle superiori una professoressa di lettere, tale Dina, il cui vero nome, avrei saputo anni dopo, era proprio Dinamite». E ancora Addio Lugano (in origine Addio Lugano bella), tratta da una poesia anarchica del 1895 e scritta in carcere da Pietro Gori, trascritta in seguito nel Canzoniere ribelle e diventata patrimonio del movimento operaio italiano. Così come nell’omaggio a Enzo Jannacci, scegliendo nel suo ampio repertorio, Guccini ha pescato Sei minuti all’alba, la canzone in dialetto milanese dedicata al padre partigiano.

Foto: Mattia Zoppellaro

Ma che volesse lanciare un messaggio politico non è stato facile farglielo confessare, anche se, quando è stato stimolato dai giornalisti, ha fatto capire con chiarezza qual è il suo pensiero: «Cosa dico della Fiamma nel simbolo di Fratelli d’Italia? Non l’hanno tolta, ma si sono detti contro i totalitarismi. Intanto è uscita una circolare del ministero dell’Istruzione che non parla di tutti, ma solo del comunismo staliniano. Ma come ha spiegato lo storico Alessandro Barbero, sono imparagonabili nazismo e stalinismo. Perché, nonostante tutto, nel comunismo c’era una ragione di speranza che nel nazismo, e nel fascismo, non c’era. E a me che abbiano ancora la Fiamma non piace». Un argomento questo, che evidentemente, e nonostante cerchi di frenarsi, lo tocca sul vivo: «Agli italiani sembra piacere. Come diceva mia nonna: bisogna avere pazienza. Ma certo, quella fiamma che arde sulla tomba di Mussolini non mi riempie il cuore di gioia. I carri armati americani furono la speranza di libertà e democrazia, poi entrate nella Costituzione del ’48, speriamo che non siano più necessari carri armati, ma soltanto la forza delle idee per andare avanti in maniera civile». E ha allontanato ancora una volta l’idea che lui sia mai stato comunista: «Un amico, Sergio Staino, disse “Guccini si sa che è comunista, ma De Gregori no”. Sbagliato, lui si è dichiarato, io no. Sono stato anarchico e simpatizzante di quel mondo. Anche De Andrè lo diceva. Solo che forse si poteva esserlo davvero soltanto in certe epoche, come quella del ferroviere della mia canzone».

E per far capire che il suo, per quanto possibile, è sempre stato un discorso prima artistico che politico, ha fatto una rivelazione: «Queste canzoni le cantavo tra amici al bar tra un bicchier di vino e una partita a carte, ma cantavo anche canzoni fasciste. Non tutte, la maggior parte sono bolse e retoriche, ma alcune sono interessanti per la l’amarezza della sconfitta. Come Le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera. Rappresenta la fine. Per dire che le mie conoscenze spaziavano, solo che, per mio gusto personale, preferisco quelle che ho scelto qui e non le altre, che al massimo canto con un amico». Così come, stimolato dalle domande, ha commentato anche la candidatura di Letizia Moratti che in Lombardia sta spaccando la sinistra: «Se ha voglia di presentarsi lo faccia, ma non mi sembra abbia molto lavorato per la sinistra. Era berlusconiana, per cui fa bene il Pd a non appoggiarla. Ma la mia è una opinione che conta fino a là».

Non manca, infine, uno sguardo più ampio. C’è l’amore con Quella cosa in Lombardia (di Fiorenzo Carpi, De Resmini e Franco Fortini). Un amore tutt’altro che romantico, che si consuma in un albergo a ore, in auto o sull’erba. Ma è presente anche quello più sentimentale, con Le nostre domande, con testo di Fortini e resa celebre dall’interpretazione della battagliera protofemminista Margot Galante Garrone. Ci sono poi le incursioni all’estero, con Greens Sleeves, che leggenda vuole sia stata scritta dal Re d’Inghilterra Enrico VIII e dedicata alla futura consorte Anna Bolena, che verrà decapitata proprio per aver tradito lo stesso re. E persino una ghost track molto particolare in cui canta in ucraino e dedicata alla guerra in corso nell’est Europa e che ha spiegato così: «In seconda media abbiamo studiato l’Iliade, e la classe si è divisa in due parti: chi stava con i troiani e chi con i greci. Io tifavo per i troiani e tifo ancora per loro. E queste sono tutte canzoni dei perdenti, come testimonia anche la situazione politica attuale».

Insomma, con Canzoni da intorto Francesco Guccini, oltre a essersi tolto la soddisfazione di reinterpretare i brani che hanno fatto parte del suo bagaglio sentimentale e ideologico, sembra volerci ricordare che, nonostante questa epoca non sembri riservarci un futuro, c’è stato un tempo in cui, a volte con molti meno mezzi di oggi, le persone quel futuro se lo sono costruito con il cuore e con il sangue.

Il disco, in uscita il 18 novembre, sarà disponibile per ora in cinque diversi formati – CD, CD limited edition maxi formato, vinile, vinile special edition (edizione limitata numerata e colorata), e in speciale doppio vinile edizione esclusiva con tracce strumentali – per riscoprire l’anima analogica della musica ed esaltarne ogni sfumatura. Chi vorrà invece incontrare dal vivo Guccini potrà farlo sabato 26 novembre a Milano alla Feltrinelli di Via Ugo Foscolo dalle 17 nell’ambito della Milano Music Week e sabato 10 dicembre a Roma alla Feltrinelli di Via Appia Nuova dalle 16.

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