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‘Fossora’ di Björk è un mondo di funghi, clarinetti e techno

Il nuovo album dell'artista islandese è complicato e denso, ma quando ci si entra (con un po' di coraggio e forza di volontà), ci accompagna in un rave fatto di musica ancestrale trasportata da spore fungine

Foto: Vidar Logi

È un gran momento per i funghi nella cultura pop. Il saggio di Merlin Sheldrake L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi è diventato un best seller. La grande attenzione data al cosiddetto rinascimento psichedelico ha riportato in auge la psilocibina, la sostanza psichedelica contenuta in alcune famiglie fungine capace, secondo recenti studi, di aiutare a combattere le depressioni maggiori. Il docufilm Funghi fantastici, narrato dalla premio oscar Brie Larson, ha raggiunto il 100% di critiche positive su Rotten Tomatoes. E ora Fossora, l’undicesimo (c’è chi dice decimo, chi dodicesimo, ma poco conta) album in studio di Björk.

Che Björk sia rimasta affascinata dal mondo fungino non ci sorprende particolarmente. L’artista islandese ha da sempre un collegamento ancestrale con la natura (sarà per il luogo di nascita, sarà perché sua madre era un’attivista ambientale), nonché un’innata attrazione per il misterioso, lo sconosciuto, l’ignoto. Dei funghi, in fondo, non sappiamo ancora molto, un inesplorato terreno perfetto in cui radicare la propria ricerca sonora ed estetica. Infondo, come ha raccontato la stessa Björk all’Atlantic: «I funghi sono agiscono come il sistema nervoso della foresta, hanno un’energia simile alla techno».

Un’altra cosa che abbiamo imparato a conoscere nei quasi trent’anni di carriera solista di Björk è la sua dedizione ai concept. Ed ecco quindi un intero universo visuale fungino fermentato in oltre tre anni di lavoro: il video di Atopos, le maschere, gli outfit, gli scatti e le copertine di singoli e album ideati dalla stessa Björk con gli artisti James T Merry e Viðar Logi. Un’invasione che ha coinvolto anche molto delle produzioni dell’album, in cui il sottosuolo ritorna in un micelio di frequenze gravi fatte di bassi, sub, 808, oltre che da un sestetto di clarinetti bassi, e dove le voci viaggiano lontane su spore fungine.

Come raccontato a Pitchfork, Fossora inizialmente era stato pensato come un album per il clarinetto. Una tradizione che ritorna ciclicamente nei lavori dell’artista (Vespertine si affidava alla celeste, Utopia al flauto, Biophilia ai cori, Volta ai fiati, Medúlla alle voci), ma che qui, a metà dell’opera, viene abbandonata con un sano «fanculo», che libera così Björk degli stessi confini sonori che si era posta. Fossora, infatti, è molto più di un disco per clarinetto (che, comunque, è ben presente in tutta l’opera). Al suo interno troviamo la tradizione folkloristica islandese, i cori, gli archi, ma anche tutta una parte più legata, a suo modo, alle profondità della terra, ai bassi del dancefloor.

Se nel precedente lavoro Utopia Björk si era fatta accompagnare da Arca, questa volta lavora in solitudine (con risultati strepitosi), venendo accompagnata dal duo indonesiano Gabber Modus Operandi (o meglio, da solo uno di loro visto che Ican Harem, la metà del progetto, si è allontanato dalla musica dopo esser stato accusato di stupro) solamente nei momenti più rave del disco (Atopos, Trölla-Gabba, Fossora), ispirati alle feste tenute da Björk e le sue amicizie durante la pandemia. Più che feste, dei raduni amicali e familiari in cui Björk ha portato avanti il suo amore per il djing.

Fossora è infatti, prima di tutto, un disco familiare. Se Vulnicura nasceva sulle ceneri del matrimonio fallito con l’artista Matthew Barney, Fossora arriva dopo la morte della madre di Björk, l’attivista ambientale Hildur Rúna Hauksdóttir. L’artista all’interno dell’album si muove quindi tra i ruoli della vita di una donna; è figlia in Sorrowful Soil, la delicata e dolente elegia dedicata alla madre che – affidata a un coro e a un basso – ribalta il topos patriarcale di un’antica canzone islandese (“Sei stata brava, hai dato il tuo meglio”, canta il coro), per poi affermarsi nel ruolo materno nella conclusiva Her Mother’s House, in cui prende parte (sia alla voce che nella scrittura) sua figlia, Isadóra Bjarkardóttir Barney (“Più ti amo, più forte diventi, meno hai bisogno di me”), facendo coincidere il ruolo di madre-e-figlia, contemporaneamente, in Ancestress, l’epitaffio dedicato a Hildur Rúna in cui partecipa il figlio Sindri (“Adesso condividiamo la stessa carne nonostante abbia provato a scapparne”).

Come per la maggior parte della discografia di Björk, Fossora è un disco impegnativo e ambizioso, un folle e coraggioso tentativo di unire, in 13 tracce, techno, clarinetti, funghi e famiglia. Sarà certamente amato dai fan di Björk, un’aggiunta densa e significativa nella lunga carriera dell’artista, e sarà probabilmente evitato come la peste da tutti i suoi hater. Fossora è infatti colmo di tutte quelle cose per cui Björk è mal sopportata: melodie storte che non ritornano mai a casa, un indolente utilizzo cantilenato della voce, un forte sentore di ricercata complicatezza. Ma si sa, questo è l’altro lato dell’ambizione e Björk – da sempre – è una delle artiste più ambiziose del panorama internazionale. Fossora ribadisce, se ce ne fosse ancora bisogno, che esistono altri modi di pensare la musica pop. A volte basta cercarli nei funghi.

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