Flavio Giurato: «L’unico metronomo è il battito del cuore» | Rolling Stone Italia
Musica come buon whisky

Flavio Giurato: «L’unico metronomo è il battito del cuore»

Pubblica dopo nove anni un disco e ce lo racconta. ‘Il console generale’ segue un tempo tutto suo, è resistenza «alla sostituzione dell’intelligenza»

Flavio Giurato: «L’unico metronomo è il battito del cuore»

Flavio Giurato

Foto: Ludovica De Santis

È tornato con un disco nuovo, ma soprattutto è tornato in mezzo alle persone. Il console generale di Flavio Giurato è un ritorno al corpo prima ancora che alla discografia. «È una bella sensazione rivedere il pubblico, fare concerti, mi piace sentire gli abbracci delle persone che mi vogliono bene», spiega il cantautore mentre il suo ottavo lavoro in studio, otto brani sulle piattaforme digitali e in 500 copie numerate in vinile, si presenta come un oggetto fuori asse rispetto al mercato. È un disco che ribadisce una sua vecchia battaglia: quella contro il tempo standardizzato. «Non è una questione di andare fuori tempo, ma di renderlo più flessibile ai sentimenti che ognuno di noi racconta». Così in Il console generale il tempo non viene abolito, ma piegato, reso più umano e volubile: «L’unico metronomo che accetto è quello del cuore, del battito cardiaco».

Non è una provocazione o una dichiarazione estetica, ma un precetto che ha sempre utilizzato. In studio, infatti, Giurato lavora come ha sempre fatto, senza leggìo o fogli: «Non li ho mai avuti. Per me non ci devono essere diaframmi tra l’emissione del suono e il microfono che lo riceve». Quello che conta è solo l’espressione: «Quando uno suona e canta deve sapere tutto a memoria, anche se non è facile perché, spesso, i miei sono pezzi piuttosto articolati. Partono in un modo, se ne vanno da un’altra parte e poi, forse, tornano». In questo processo, persino la forma canzone viene messa in discussione: «Non ho neanche mai seguito la classica forma della canzone, ho preferito utilizzare le varie forme in base a quello che sento. C’è una misurazione del tempo non industriale, perché le emozioni influiscono».

Se Il console generale guarda avanti, lo fa dialogando con un percorso recente ancora sospeso. Recent Happenings, l’album in inglese che ci aveva fatto ascoltare dal vivo nella sua casa-studio di Roma, per ora resta in stand-by: «Non è uscito e per ora non uscirà. L’ho presentato in alcuni live, ma perché l’esecuzione in pubblico può darmi la temperatura del lavoro». Un disco ancora aperto a mutazioni: «Sto solo pensando se aprire a un arrangiamento a organico pieno nell’ultimo pezzo. Il disco è finito ma non ancora masterizzato». E lancia una suggestione, in pieno stile Giurato: «Lo faccio stagionare nelle botti di rovere in qualche isola scozzese, come il buon whisky». D’altronde, la sua ultima uscita discografica è stata quasi nove anni fa, nel 2017, con Le promesse del mondo.

Il console generale, intanto, c’è. E non è un disco rassicurante. Parla di identità, di confessione, di destino, collocandosi apertamente «nell’era della sostituzione dell’intelligenza». Un album di denuncia e che suona come una resistenza intellettuale: «Sono belle parole e le condivido. Quello che sta succedendo è inevitabile, abbiamo fatto di questo mondo una schifezza giornaliera. Se le macchine, a un certo punto, diranno “basta così, ci pensiamo noi” non dovremo stupirci».

I testi attraversano luoghi estremi: il cosmo dell’infanzia, i campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau, il carcere minorile, le bianche scogliere di Dover. Come se lo spazio fosse una grammatica emotiva più che geografica: «Lavoro molto per immagini e le scogliere di Dover le ho viste davvero di notte, sono uno spettacolo della natura che ti lascia senza fiato». Anche l’immagine di copertina risponde a questa logica: «È fatta da un poeta e non da un grafico. La definisco quantistica. Entriamo nell’era del quanto e dobbiamo preoccuparci. Siamo sopravvissuti al Covid e alle guerre, ma il vero argomento sarà l’intelligenza artificiale». E lancia una profezia: «Per Rolling Stone ti anticipo quella che sarà la sfida dei prossimi anni: la fisica quantistica che ci cambierà la vita».

In mezzo a questo cambiamento epocale, sia tecnologico che umano, a sorpresa resta un amore dichiarato e mai rinnegato per la tradizione popolare italiana più mainstream e criticata: «Io adoro Sanremo, da quando sono ragazzino lo seguo. Ho visto Domenico Modugno interpretare Nel blu, dipinto di blu, per cui è legato alla mia vita». Un affetto quasi archivistico: «Persino un’edizione che non passò in televisione io l’avevo registrata tutta su dei nastri. Ancora ce l’ho. Ho uno sviscerato amore per il Festival».

Flavio Giurato

Foto: Ludovica De Santis

Nell’ultimo anno, poi, c’è in lui la soddisfazione per chi ha raccolto il suo testimone artistico e lo ha fatto esplodere proprio all’Ariston e all’Eurovision. Giurato ricorda come ha incontrato Lucio Corsi, che lo ha sempre segnalato tra i suoi riferimenti: «Prima di un mio concerto del 2018 a Milano è arrivato un ragazzo, durante il soundcheck, che ha detto: “Mi chiamo Lucio Corsi, vengo da Grosseto, in Maremma, e vorrei aprire il tuo live”». E lui ha risposto: «Apri quello che ti pare». Poi il successo e un avvertimento paterno scritto via sms: «Non diventare un dente di un ingranaggio, non ti far spremere come un limone». Dopo un anno, per Giurato rimane il medesimo consiglio: «Spero possa mantenere la sua candida ispirazione, ha un bel mondo tutto suo».

Per immergersi nel mondo di Flavio Giurato, invece, non resta che ascoltare Il console generale, composto, arrangiato e prodotto dal cantautore, registrato e mixato allo Studio Verde di Roma, masterizzato al Reference Studio, senza metronomi analogici o digitali, «in accordo con le fasi lunari». Un disco che non chiede di fermare il tempo, ma di ascoltarne il battito.

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