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Five Record, il suono della grande fabbrica dei sogni berlusconiani

L’Eurodance, le sigle dei cartoni, le canzoni rassicuranti dei reduci degli anni ’60: con la sua etichetta discografica, il Berlusca è riuscito a influenzare anche i gusti musicali della nazione

Foto: Angelo DeligioMondadori via Getty Images

La morte di Berlusconi è per molti la fine di un’oppressione, per altri la fine di una speranza, per tutti è una fine. Ci troviamo di fronte alla scomparsa di un personaggio lynchiano che per anni ha modellato gli italiani a sua immagine e somiglianza modificandone la psiche, tanto che anche i suoi avversari, quasi tutti presi da un cordoglio surreale, sembrano muoversi come sue pedine. Oramai il fu Silvio ce l’hanno nel dna. Nel suo diabolico disegno fatto di paradisi consumistici a base di un benessere stuporoso e artificialmente costruito, ogni mezzo doveva essere usato al massimo della sua efficacia per arrivare al fine ultimo: vincerti e farti sopportare il vuoto col sorriso sulle labbra. La comunicazione, il marketing, il video, il cinema, la televisione, i cartoni, persino il teatro greco, tutto faceva brodo.

Anche la musica aveva una sua importanza nella grande fabbrica di sogni berlusconiana, ma il suo ruolo è stato sminuito, come se fosse un capriccio e nulla più. E invece siamo qui a parlare di una delle operazioni che hanno contribuito a influenzare i gusti sonori della penisola fino ad arrivare all’attuale e preoccupante panorama pop nazionale: parliamo della Five Record.

Etichetta fondata da Berlusconi e nata inizialmente per promuovere i programmi delle sue reti pubblicando le sigle, prende poi una piega diversa, essenzialmente strategica nel penetrare i gusti musicali degli italiani. La caratteristica della Five, agli inizi, è quella di rivolgersi a un pubblico di anzianissimi e di giovanissimi, senza mezze misure. L’identità è plasmata in particolare dalle sapienti mani di Augusto Martelli, il nostro “lounge Zappa”, un fuoriclasse assoluto. Prima a farlo tra le etichette nostrane, la Five Record spinge consapevolmente, e a mazzetta, sulle sigle dei cartoni animati eleggendo a regina del genere Cristina D’Avena, consegnandole di fatto un monopolio. Non più band fantasma create dai migliori session man, non più sperimentazione più o meno celata sotto pseudonimi, le sigle sono interpretata da una popstar in carne e ossa, un personaggio riconoscibile sul quale trasferire le proprie passioni televisive di piccoli figli di Canale 5.

Cristina D’Avena vende circa sei milioni di dischi mentre la discografia che conta la guarda con sufficienza perché fa roba da bambini (Dalla è uno dei pochi a riconoscerle un posto importante nella storia della musica italiana dichiarando di voler scrivere per lei). Nello stesso tempo, l’etichetta mette sotto contratto delle cariatidi del pop italiano, cosa apparentemente senza alcun senso. Perché mai far incidere dischi a gente già scaricata da altri perché non vende più?

E invece la mossa è astuta: copre il bacino dei nostalgici attempati e permette di darsi un minimo di contegno “autoriale”, comprandosi la fiducia di artisti in un certo senso alla canna del gas. Ricordiamo Bruno Lauzi (che pur essendo di area liberal non era assolutamente fan di Berlusconi) e il comunistissimo Gino Paoli che per la Five incise un paio di album con i quali tornerà in classifica e che getteranno le basi per il ritrovato successo commerciale di Quattro amici al bar. Oppure Orietta Berti (anche lei “rossa”di famiglia), che nonostante tutto è riuscita a tenere botta fino ad oggi e anzi, adesso è a tutti gli effetti gettonatissima (vedi il singolo con Lauro e Fedez).

Non è importante che in scuderia ci siano cavalli azzoppati come Maurizio Vandelli, ex Equipe 84, i Nuovi Angeli, Mino Reitano o Bobby Solo e Little Tony. Non è importante che i giovanissimi siano considerati come eterni Peter Pan incapaci di emanciparsi dai Bee Hive (quelli finti che al look punk sostituiscono felpe fluo da paninari). L’importante è controllare gli indici d’ascolto, cercando di mantenere una sorta di continuità tra generazioni, legandole dalla filosofia di vita del Biscione: un mondo in cui tutto tende all’Iperborea, dove tutto è perfetto e privo di contraddizione.

In breve tempo il campo dove l’edonismo arcoriano si esprime al meglio diventa quello dell’Italo disco: troviamo nel catalogo i Change di Mauro Malavasi (tra i pochi italiani capaci di far breccia nelle classifiche di Billboard), O’Ggar, un Brando che da leader degli psychobilly Boppin’ Kids si dà sfacciatamente alla pista da ballo oppure act ibridi tra Italo e new wave che puzzano di plastica bruciata, come Robert Bauer o i Fitz del tormentone Audio/Video, che in qualche modo seguono la svolta dei Gaznevada, quella che porta diritto dal post punk alla dance.

È proprio nell’Eurodance che la Five Record raccoglie i maggiori successi internazionali, soprattutto con l’exploit di Sabrina Salerno. Da soubrette sciapetta si reinventa cantante frizzante e riesce a conquistare le classifiche europee imponendo un modello a tutti gli effetti aderente al Berlusca-pensiero: una ragazza solare, disinibita, una material girl spensierata e procace, che canta anche non avendo voce recuperando in questo lo “sticazzi” del punk (non a caso poi duetterà con Jo Squillo) e che fa sognare i maschietti, i quali passano più tempo nel bagno con le sue foto che nel salotto con i suoi dischi.

È il modello femminile perfetto del berlusconismo e avrà epigoni senza lo stesso successo come Tina, Monique o Angela Cavagna, la maggiorata del Bagaglino; la musica di Sabrina invece funziona perché è un concentrato di preset degli strumenti, tutto assolutamente automatizzato, tutto esplicitamente finto, una vera muzak per un mondo completamente assuefatto al concetto di piacere vapor (non scordiamoci che Stock, Aitken & Waterman le produrranno All of Me quasi in contemporanea con Success dei Sigue Sigue Sputnik).

La Five non poteva non filtrare con la new summer of love, ovviamente a suo modo. La house fa capolino nel repertorio della label e a trainarla è un comico “trasversale”: Francesco Salvi, che oltre ad essere un simbolo della risata avant/demenziale del Drive In, usa un suono che fino ad allora era alieno per gli italiani. C’è da spostare una macchina, praticamente una cover di The Party dei Kraze, diventa un grandissimo successo in Italia. Altri dischi del genere seguiranno, come ad esempio quelli dei Double Dee. Anche Jovanotti, sebbene sotto l’ala della FRI di Cecchetto, si appoggerà alla Five. E a proposito di Cecchetto, è proprio da un’idea di Berlusconi che i dj piano piano si trasformano in presentatori televisivi, con un passaggio francamente inspiegabile. Ma tant’è: se ascoltiamo il Fivemix Special Dee Jay troviamo per esempio Carlo Conti, che è ancora un dj/aspirante cantante Italo disco. Gerry Scotti cantante lo diverrà suo malgrado, per un paio di singoli simil house associati ai suoi programmi, nonostante fosse stonato come una campana.

Proprio per questo, a dire il vero, il Five sound non è roba che possiamo definire semplicemente ballabile, commerciale, dozzinale, patinata. È in realtà musica estrema, anfetaminica, quasi una versione harsh noise del pop, una musica di consumo che si autoconsuma, si usa e si getta continuamente per poi risorgere con l’obiettivo di disintegrare ogni traccia neuronale per far parlare solo ciò che si trova “dalla vita in giù” (come direbbe Ruggeri).

Se cerchiamo tra i nomi del catalogo troviamo anche personaggi insospettabili, uno per tutti Andrea Centazzo, che dopo averci deliziato nei ’70 con un disco avant jazz come Ictus e con le sue partecipazioni nei lavori di John Zorn, Don Cherry, Marc Ribot, lo troviamo in Five con l’album Il presente prossimo venturo. Oppure un Carlo Siliotto del Canzoniere del Lazio che fa capolino con la colonna sonora di Quattro piccole donne. C’è anche spazio per un tentativo di “nuova canzone d’autore” nella collana economica Teen 5. Personaggi come Massimiliano Cattapani (scoperto e prodotto da Alberto Radius) o Valentina Gautier (autrice per Mina) li ricordiamo per aver poi pesato nel contesto pop italiano o come autori o come produttori (Paolo Carta ad esempio si legherà a Laura Pausini, diventandone il produttore), senza però lasciare il segno nel contesto in po’ più “colto” in cui li si voleva inserire.

Quando il mondo musicale mainstream nei ’90 si sta alimentando con la scena alternativa, ecco spuntare gente come i Rossovivo, sotto l’egida di Claudio Cecchetto e della sua label. Ma il pubblico non ci casca, tanto che la band, a un concerto, si ritrova davanti 20 persone, il cantante si rifiuta di suonare e Cecchetto li scarica come d’altronde era prassi di Berlusconi quando l’artista non obbediva. Flop di ascolti anche per i Memorabilia, autori di un crossover con degli spunti non malvagi ma ovviamente massacrati da una produzione “pubblicitaria”, o per gli Ascot, dei Moda “beehivizzati” ignorati da pubblico e critica. Sono tutte band che hanno un gusto di fondo estremamente amatoriale, ma che volendo essere attenti anticipano il rocketto da palestra del liceo dei Måneskin che oggi funziona fin troppo bene, segno che la Five intuiva un calo di attenzione del pubblico a livelli incredibili. La gente è stufa di ragionare, vuole solo prodotti veloci, musica di passaggio e anche il mondo underground farà presto la stessa fine, perché tutti in fondo vogliono stare bene e farsi acquistare come dei calciatori (le future adesioni a X Factor di certi personaggi confermano questa previsione).

La Five vende miraggi, una tensione a cancellare ogni disagio, ogni conflitto dalla testa degli ascoltatori, ridotti a passivi consumatori. E allora ecco l’etichetta trasformarsi in RTI Music e agire con l’ambizione di dare alla gente esattamente quello che vuole: ancora una volta guarda indietro ai classici, stavolta puntando su cavalli vincenti per andare sul sicuro. Mia Martini, Patty Pravo, Pietra Montecorvino, Celentano. E si accaparra il mercato dei teenager, sbancandolo. Azioni decisive il mettere sotto contratto gli 883 e Ambra, segnando per sempre l’immaginario di una generazione di adolescenti che era già stata nutrita a pane e Canzone dei Puffi.

Clamoroso è però che su Five non venne inciso il disco definitivo, ovvero i brani di Berlusconi-Apicella, si preferì pubblicarli per la Universal, ma la corte di leccapiedi non riuscì a regalare il successo discografico a sua emittenza. Ed è stata un’occasione persa per convincerlo a lasciar perdere col suo hobby di disintegrare questo povero paese e a darsi invece al canto, che è stato poi il suo primo amore quando con Confalonieri gli dava giù di ugola sulle navi da crociera. Berlusconi si occupava di persona dell’etichetta, della scelta degli artisti, dei jingle che erano il suo forte, capendo i gusti e le aspettative del pubblico medio, il quale voleva sempre cose attuali, mentre a lui non piacevano affatto.

Ecco, la musica della Five definiva l’attualità di chi l’attualità la detestava: usava un suono, non lo creava, demoliva solo per costruire peggio, come si fa con gli appalti dopo un terremoto. La Five Record è il classico esempio di sogno che presto si trasforma in incubo: un’etichetta che sembra messa su in due minuti da burinozzi arricchiti che cercano la legittimazione tipica delle major. Non si tratta di trash, si tratta di un’attitudine arrogante oggi diffusa di cui loro furono prime mover. Qui sta il suo fascino inquietante, qui il segreto di un intero catalogo che può essere sintetizzato in un jingle: quello di Canale 5 by Augusto Martelli, nato per scherzo dopo una battuta del Berlusca. Sarebbe finito nel cesso, se il Cavaliere non lo avesse considerato perfetto per la filosofia di un’intera operazione: quella di infilarsi per sempre nelle nostre orecchie, come la colonna sonora creata da una AI del turbocapitalismo italiano.

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