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Filologia maranza

Storia semiseria dell’evoluzione della parola (e della tamarraggine), da Jovanotti a Tedua. Quelli che benpensano, invece, sono sempre più o meno uguali

Filologia maranza

Tedua e Jovanotti

Foto: Daniele Venturelli/Getty Images for Dsquared2; Guido De Bortoli/Getty Images; Egizio Fabbrici/Mondadori via Getty Images; Angelo Deligio\Mondadori via Getty Images

«Io sono un maranza». Lo dichiara piuttosto convinto Jovanotti durante una chiacchierata con Pippo Baudo e Adriano Celentano nel programma televisivo Serata d’onore su Rai 2 nel 1989. Poco prima, Lorenzo aveva cantato Il capo della banda, pezzo in cui rappava “io sono Jovanotti e sono in questo ambiente, di matti, di maranza e di malati di mente”. E sul suo disco dell’epoca, La mia moto, c’era anche un’altra canzone con quella parola, Bella storia: “Andare in giro, andare in vacanza, vestirsi da scemi e fare i maranza”.

Legittima, dunque, la domanda posta da Pippo Baudo: «Allora, cosa significa maranza?». A cui il giovane Jovanotti risponde così: «Il maranza è quello che si impunta: io porto il 44 di scarpe, però mi piace stare col 46, va bene? Non me ne frega niente se porto il 44, mi prendo le scarpe 46», finendo per ipotizzare: «Forse anche Celentano lo è, ma non è una brutta cosa, eh».

A questo punto, Pippo Baudo non perde l’occasione per tirare in ballo un apparentemente confuso Celentano: «Ma tu che scarpe porti, Adriano?». Risposta: «43 e mezzo». Sentenza del presentatore: «Non il 45 e mezzo? Allora non è maranza», a cui segue un botta e risposta surreale tra i due cantanti – chi è maranza e chi no, confronto tra il vecchio e il nuovo, chiuso con un fragoroso applauso del pubblico in studio.

Jovanotti 1989 "Serata d'onore" con Pippo Baudo e Celentano

Lorenzo, in quel gala di prima serata a lui dedicato sul secondo canale di mamma Rai, indossa un gilet a stelle e strisce e una wild bandana rossa al collo, ai piedi ha scarpe da basket Hi-Tec Tecs e non Nike TN. Tuta e borsello non pervenuti.

Perché 35 anni dopo siamo punto e a capo, o quasi. Al posto di Baudo e Celentano ci sono infatti Bruno Vespa e Paolo Del Debbio sempre in gran forma sui rispettivi canali e l’alieno soggetto da studiare non è più un cantante pop, ma gruppi di ragazzini di seconda generazione, figli di immigrati che vivono nelle periferie delle grandi città, prevalentemente Milano e altri centri lombardi, accomunati dalla passione per musica trap e drill e da presunti legami con la micro-criminalità, quest’ultima l’enorme differenza tra ieri e oggi.

“Sarai un’esca per la stampa della destra che vorrebbe che un maranza non ci riesca”, canta a tal proposito un collega di Jovanotti, Tedua, nell’intro del suo album La divina commedia.

Tornato prepotentemente al centro dell’attenzione dei media, il termine maranza è stato per forza di cose ripreso in considerazione anche da chi si occupa dell’evoluzione della lingua italiana. L’Accademia della Crusca l’ha inserito di recente nella sezione nuove parole: un maranza, quindi, «è un ragazzo, o meno frequentemente una ragazza, che appartiene a gruppi di giovani che condividono e ostentano atteggiamenti da strada, particolari gusti musicali, capi d’abbigliamento e accessori appariscenti e un linguaggio spesso volgare».

L’etimologia della parola, stando agli accademici, è classificata come «incerta, probabilmente dal meridionale maranza, “melanzana”, con possibile sovrapposizione di voci come marakesch o marocco, “meridionale”».

Pur segnalando il 2022 come periodo di affermazione della parola, l’Accademia della Crusca riconosce la prima attestazione al capo della banda – e a questo punto dei maranza – Jovanotti, citando proprio i versi della sua canzone del 1989.

Anche Treccanigram, l’account Instagram ufficiale dell’enciclopedia Treccani, ha dato credito al Jovanotti dell’epoca, definendo però maranza «gruppi di giovani, spesso adolescenti che amano il rap e la trap, indossano marsupi e tute in acetato, considerati da molti il prototipo perfetto degli appartenenti alle “baby gang”».

Aggiungendo che «i più giovani usano spesso maranza in senso negativo, apostrofando così i coetanei più rumorosi e volgari, quelli che una volta molti avrebbero chiamato “tamarri”».

 

 
 
 
 
 
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Una cosa alla volta, perché un conto è il funkytarro cantato dagli Articolo 31 (correva l’anno 1996), un altro conto è parlare di delinquenza giovanile, considerato che, secondo la vulgata comune corrente spinta dalle cronache nere di quotidiani e telegiornali, maranza non sarebbe altro che la crasi tra marocchino – resta il pregiudizio razziale: terrone o maruego fa lo stesso – e zanza, dal verbo gergale zanzare, ossia rubare.

Abbiamo provato a immergerci negli anni ’80, per carpire l’origine di questa parola nata indubbiamente in quell’epoca, ma a parte le dichiarazioni di Jovanotti è davvero difficile catturare il maranza in fasce. Certo il termine non compare nei vari dizionari dei paninari di allora, dove alla lettera M troviamo nell’ordine: manzire, marcelline, mazzate, mazzulatore (fonte autorevole: rivista Paninaro, aprile 1986; ma non ce n’è traccia neanche nella rara Guida al Paninaro D.O.C, lo stile, il linguaggio, l’attrezzatura, il cucco, pubblicata nel 1987).

L’account instagram Milano Scomparsa o Quasi – a conferma della radice milano-centrica del fenomeno – sotto una foto del centro cittadino nei primi anni ’80 – ricorda però così i tratti caratteristici del maranza: «Era un uomo generalmente sui trent’anni o anche di più, con la camicia aperta sul petto, il pelo che balzava fuori, la catenazza d’oro, bracciali in oro, anelli in oro e magari un finto Rolex, ovviamente in oro. Indossava pantaloni aderentissimi, gran cintura di cuoio nero e stivaletti a punta. Anche la permanente ai capelli non era disdegnata».

A parte l’interessante ed educato dibattito su quanto fosse più o meno sicura la Milano dell’epoca rispetto alla Gotham City tratteggiata oggi, tra i commenti spunta anche un’interpretazione alternativa della genesi del termine, anzi un vero e proprio colpo di scena: la parola maranza potrebbe addirittura derivare da Marantz, il marchio di impianti hi-fi. Musica per le nostre orecchie.

Non ci sorprende che una parola dello slang giovanile nata 40 anni or sono abbia mutato significato: pensiamo al termine hipster, per esempio, che negli Stati Uniti del Dopoguerra indicava gli anticonformisti amanti del be bop e nel primo decennio del XXI secolo era diventato sinonimo di bici a scatto fisso, barbe folte e birre artigianali; oppure l’emo, che dagli zainetti collegiali e il punk riflessivo degli anni ’90 è finito per combaciare con l’eyeliner di My Chemical Romance e Avril Lavigne del decennio successivo, per giunta ora in pieno revival.

E non ci stupisce neanche che i maranza, e adesso stiamo parlando sì degli adolescenti che ascoltano Baby Gang con il borsello a tracolla e le Nike TN rigorosamente tarocche ai piedi, siano diventati l’ennesimo folk devil, ossia il capro espiatorio del momento, una categoria – chiamiamola pure sottocultura giovanile – su cui scaricare le responsabilità di adulti che, forse anche loro, erano veri maranza un secolo fa. È una commedia vista, rivista e ben poco divina.

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