Era impossibile non voler bene a Kiko e alla sua vita rock’n’roll | Rolling Stone Italia
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Era impossibile non voler bene a Kiko e alla sua vita rock’n’roll

Un ricordo personale di uno dei tour manager più amati del rock indipendente del Regno Unito, scomparso pochi giorni fa. Un italiano (di sinistra) a Londra. Era ironico, generoso, esuberante, esagerato. Ecco perché ora lo piangono tutti, anche le star

Kiko Loiacono nel deserto dei Mojave

Foto: Chiara Meattelli

Se sfoglio le pagine dei social, sembra sia l’intero mondo a piangere la scomparsa di Domenico “Dr. Kiko” Loiacono: una morte improvvisa nella notte, senza spiegazioni, prematura e dannatamente ingiusta perché si sa che lui aveva una voglia matta di vivere e lo sapeva fare con la disinvoltura di pochi altri. Possibile debba apprendere l’orrenda notizia della morte di un amico da un post dei Primal Scream? Dopotutto Kiko era il tour manager più amato di tutti, la rockstar tra le rockstar, custode degli aneddoti più divertenti dell’industria musicale.

Ci siamo conosciuti diversi anni fa per una birra con amici in comune a Londra, la città che entrambi avevamo scelto come casa. Ma lui veniva spesso in tour in America e quando mi sono trasferita a Los Angeles abbiamo trovato tempo per fare un breve road trip a Joshua Tree. Ci siamo dati appuntamento per una colazione all’Ace Hotel di Downtown perché lì aveva soggiornato con la mamma anni prima e gli faceva piacere tornarci, e poi con la sua Mustang decappottabile a noleggio abbiamo sparato lo stereo a tutto volume fino al deserto del Mojave. Un salto negli amati negozi di abbigliamento usato (dove avrebbe trovato abiti preferibilmente colorati, impossibili per tutti ma perfetti su di lui), una birra veloce allo storico locale Pappy & Harriet’s di Pioneertwon, qualche foto tra gli alberi di Yukka.

Avevamo solo un giorno a disposizione e ci siamo ubriacati sì, ma solo di chiacchiere: pensieri sulla vita, il lavoro, Londra e Los Angeles, la sua mezza voglia di venire qui a vivere anche se «gli americani mangiano di merda», l’analisi della sciocca propensione a innamorarsi di rockstar, le nuove band da ascoltare, concerti da vedere, pensieri sulla musica, di musica, per la musica. Tutto nella sua vita era per l’amore della musica, fino a volte lasciar capire di come si sentisse, parola sua, impantanato nella sua passione, e quando si parlava di fatti culturali e della sua ammirazione per gli atti di attivismo politico di sinistra, confessava: «Una volta leggevo tanto di certe cose ma la musica mi ha levato tempo per tutto il resto». Impazziva di entusiasmo per la foto di una ragazza inglese che, durante una protesta, sfidava la polizia con un sorriso tagliante più di un’arma, oppure rimaneva folgorato per giorni da certi film serbi, o meglio, della ex Yugoslavia di cui era fan: gli piaceva sentirsi abitante di un paese che non esisteva più.

Foto: Chiara Meattelli

L’ultima volta lo vidi a Los Angeles quando tornò con gli Shame, dei quali volevo scrivere per qualche rivista. Kiko voleva facessi un report come quelli d’altri tempi, voleva saltassi sul tour bus come fece lui con molte band, come i Super Furry Animals, quando ancora non si era lanciato del tutto nel ruolo di tour manager ed era una sorta di infiltrato rock all’avventura. Nato a Bari dove dopo la laurea ha lavorato nella farmacia della famiglia – da qui il nickname Dr. Kiko, impresso nel suo leggendario tour bus – è stato anche un personaggio televisivo con Doctor Music, programma musicale che andò in onda nel 1997 su un canale locale barese. Appena trasferito a Londra nel 1999, ha usato la sua intraprendenza e genialità creativa per instaurare una rete di contatti e promuovere le band in cui credeva. Se Kiko s’innamorava di un gruppo sconosciuto, si poteva scommettere sulla loro prossima notorietà. Grazie a lui il brand Kappa finì a sponsorizzare la nazionale calcistica del Galles, oltre ai Mogwai, suoi amici da ancor prima dell’album di debutto, e ai Super Furry Animals (Gruff Rys racconta l’intera storia nel suo post su Instagram).

Kiko amava stare al centro dell’attenzione anche se in certe situazioni era a suo modo introverso. «A mentire e recitare ci vogliono troppe energie, meglio essere se stessi», mi scrisse un giorno mentre divagavamo in una chat. Ironico-sarcastico, carismatico, gentile, generoso, esuberante, esagerato: ma era sempre se stesso, fosse in veste di amico e collaboratore dell’eroe mancuniano Tony Wilson della Factory Records, oppure sul palco vestito da Babbo Natale Alieno a ballare a fianco dei Flaming Lips (come Wayne Coyne, amava colorarsi le dita con lo smalto), o voce ospite sul brano You’re Lionel Richie dei Mogwai, dove in italiano lo sentiamo recitare frasi sconnesse; non sapeva che la band lo stesse registrando durante la conversazione su Skype, e alla richiesta di dire qualcosa in italiano, lui si mise a leggere degli appunti di quando aveva 8 anni dal taccuino che gli stava a fianco.

Foto: Chiara Meattelli

Per lui prendersi cura degli amici era un fatto prioritario: Kiko era il grande connettore. Tra i vari messaggi di cordoglio e affetto sul web da personaggi come Tim Burgess e Anton Newcombe dei Brian Jonestown Massacre, i Primal Scream lo descrivono come uno che «ha dedicato la vita al rock and roll e alle politiche di sinistra». I Neon Neon lo ringraziano di averli fatti andare in studio con Sabrina Salerno e a casa di Asia Argento, e rivelano che senza di lui non sarebbe esistito l’album Praxis Makes Perfect. Ma il mio ricordo preferito è quello raccontato dal nostro amico comune e mitico tour manager scozzese, Chris “T” Horrower: Kiko, che aveva sempre la porta di casa aperta per chi ne avesse bisogno, nel 2010 ospita Chris e la band con cui quest’ultimo era in tour, gli Yuk. Si unisce a loro per vedere il concerto a Brixton, quando assistono a una scena di rapina a mano armata fuori da una banca. L’auto dei rapinatori è parcheggiata di fronte al furgoncino della band e mentre l’addetto alla sicurezza della banca insegue i rapinatori sulla strada, Kiko sbraccia e grida: «Fuck the banks! Fuck the banks! Take the money!».

«Non si è mica fermato lì», racconta Chris, che a quel punto lo vede cercare nell’iPod Guns of Brixton dei Clash e spararla a tutto volume mentre schizzano via, finché la polizia non circonda anche loro. Il racconto della serata finisce con una foto ricordo, Kiko ha un sorriso beffardo, spiega Chris: «Mostra quanto fosse felice dell’intera situazione».

Ciao Kiko, che il viaggio ti sia lieve; volerti bene era facile e non smetteremo certo adesso di farlo.