‘EPiC’, il poema sinfonico di Elvis | Rolling Stone Italia
Esibirsi, una dipendenza

‘EPiC’, il poema sinfonico di Elvis

Baz Luhrmann racconta il film sui concerti anni ’70 di Presley che vedremo dal 5 marzo nei cinema italiani. «È come se ti apparisse in sogno e ti cantasse la sua storia»

‘EPiC’, il poema sinfonico di Elvis

Elvis Presley dal vivo negli anni ’70

Foto: Metro Goldwyn Mayer/Sunset Boulevard/Corbis/Getty Images

Il Santo Graal di Elvis Presley sono dieci concerti filmati professionalmente all’inizio degli anni ’70. Per mezzo secolo sono rimasti chiusi nelle profondità di una miniera di sale nel Kansas. Persino per i fan più accaniti l’esistenza di quelle bobine era poco più di una leggenda. Poi è arrivato Baz Luhrmann. Quando ha firmato il contratto per dirigere il biopic Elvis ha preteso che la Warner Bros. tirasse fuori le 59 ore di pellicola di sua proprietà, per vedere se potevano ispirare in qualche modo il film.

È rimasto sbalordito da quel che ha visto. Non c’era solo Elvis al top del suo talento di performer ripreso da più angolazioni, spesso da cineasti esperti. C’erano anche riprese nel backstage e interviste informali a uno che si è concesso poco alla stampa. «Quella roba non poteva tornare nella miniera di sale», racconta Luhrmann via Zoom passeggiando per le strade di Tokyo. «Dovevamo farci qualcosa».

Quel qualcosa non doveva essere un documentario tradizionale sui tour di Presley. Doveva essere più audace, doveva essere «un poema sinfonico», come lo chiama il regista. «È come se Elvis ti apparisse in sogno e ti cantasse la sua storia».

Il risultato è EPiC: Elvis Presley in Concert, dal 5 marzo nei cinema italiani. Adattare quei filmati per il grande schermo ha posto grandi sfide tecnologiche e finanziarie, nonostante le pellicole fossero state conservate nella miniera di sale per proteggerle dagli effetti dannosi dell’umidità. Il processo di recupero è iniziato quando Luhrmann e il montatore Jonathan Redmond hanno cominciato a rovistare tra scatole di bobine girate per il documentario del 1970 Elvis: That’s the Way It Is e per il film-concerto del 1972 Elvis on Tour. «Le abbiamo portate in sala di montaggio alla Warner, c’era un tale odore di aceto», ricorda Luhrmann. «È l’odore tipico della pellicola che si sta degradando. Era fortissimo, abbiamo capito che stava per disfarsi».

Una volta completata la delicatissima opera di trasferimento digitale, il regista ha capito che il materiale a disposizione era spettacolare. C’era un problema, però: buona parte delle riprese dei concerti era priva di audio. La RCA possedeva nastri multitraccia di ogni show, nastri che sono stati poi sincronizzati con le immagini. Durante la ricerca di altro materiale audio ci si è imbattuti in un’intervista di 45 minuti fino ad allora sconosciuta e realizzata dal team di Elvis on Tour nel 1972, a telecamera spenta. «Lo senti che Elvis è stanco e vulnerabile», dice Luhrmann, «ma parla della sua vita in modo candido».

Dal ritrovamento è nata l’idea di far sì che il narratore del film fosse proprio Elvis, usando quell’intervista e altri frammenti di conversazioni registrate in altre occasioni. «La sua storia è sempre stata raccontata da altri. Pure quelli che gli hanno fatto benzina all’auto o l’hanno guardato negli occhi una volta soltanto hanno scritto un libro su di lui. Questa è la sua versione dei fatti».

EPiC: ELVIS PRESLEY IN CONCERT | Trailer Ufficiale

EPiC inizia con un segmento favoloso del medley An American Trilogy del 1972. Si passa a collage di apparizioni televisive degli anni ’50 e ai primi concerti ripresi dai fan. E poi i B-movie girati nei ’60, durante la fase calante della carriera, incluso uno in cui canta a un uomo-cane. «L’immagine che Hollywood aveva di me era sbagliata. Lo sapevo e non potevo dire nulla», dice Presley. «Non era colpa di nessuno o forse la colpa era solo mia, ma facevo cose in cui non credevo fino in fondo».

EPiC fa avanti e indietro tra il 1970 e il 1972 con interpretazioni fuori dall’ordinario di Bridge Over Troubled Water, Suspicious Minds, In the Ghetto, Burning Love e How Great Thou Art. Redmond, il montatore, era preoccupato di questo «saltare avanti e indietro nel tempo e nello spazio, per via dei rapporti d’aspetto e dei formati differenti. Un’inquadratura è in super-8, quella dopo è in 35mm anamorfico, poi 16mm in 4:3». Alla fine hanno seguito l’istinto. «Non ci interessava un flusso lineare».

Per far risaltare le immagini le hanno affidate al team neozelandese di Peter Jackson, lo stesso del documentario sui Beatles Get Back. «L’hanno fissato loro lo standard del restauro cinematografico: pulire, recuperare, rimuovere ogni granello di polvere senza perdere nulla, perché si può anche esagerare col restauro e quando lo si fa sembra tutto plasticoso», dice Redmond. «Sono dei maestri nel far sembrare la pellicola… beh, una pellicola, solo migliore e pulita».

Luhrmann e Redmond hanno avuto per le mani anche concerti successivi al 1972, tra cui lo speciale televisivo del 1977, ma le condizioni fisiche di Elvis erano precarie poche settimane prima della morte. «Nel 1977 il suo corpo era compromesso», dice Luhrmann, aggiungendo però che lo «spirito e la voce volavano altissimi». Alla fine del biopic del 2022 il regista aveva già usato una celebre esecuzione di Unchained Melody risalente allo stesso periodo e non voleva tornarci su. «Non volevamo ripeterci e non volevamo mostrarlo alla fine».

Il film si chiude ricordando che Elvis ha fatto oltre 1100 concerti tra il 1969 e il 1977, in certi periodi anche tre al giorno. «È volato troppo vicino al sole», dice il regista. «E per citare una sua canzone, è rimasto intrappolato e non è più riuscito a uscirne. Nemmeno lui sa perché, ma l’unica cosa che lo fa tirare avanti mentre continua a girare per l’America, concerto dopo concerto, è l’unico amore che riesce a ricevere ed è quello che deriva dalle luci della ribalta. Le esibizioni sono diventate la sua dipendenza».

Elvis Presley, Jamieson Shaw - Wearin' That Night Life Look (Official Audio)

Ora Luhrmann si sta dedicando alla pre-produzione di un film su Giovanna d’Arco, ma non è ancora pronto a mettersi alle spalle Elvis. Dagli archivi è spuntato fuori un concerto del 1972 all’Hampton Coliseum, in Virginia. Non è stato mai mostrato per intero e il regista sta valutando l’idea di trasformarlo, un giorno, in un film. Lo spinge la consapevolezza che il suo biopic ha generato un’ondata di interesse per Elvis tra i giovani, molti dei quali prima sapevano a malapena chi fosse.

«Vale per tutte le grandi icone: arriva un momento in cui finiscono sullo sfondo o diventano buone solo per i costumi di Halloween», dice Luhrmann. «Ma Elvis era un essere umano con alle spalle una storia di povertà assoluta. I genitori non sapevano né leggere, né scrivere. E lui diventa improvvisamente il ventenne più famoso del pianeta. Non era mai successo nulla di simile. L’idea di questo film era non interferire e mostrarvi la sua parte più intima».

Da Rolling Stone US.

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