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Elogio di Keith Levene, aristocratico del dissenso sonoro

Ha rivoluzionato il linguaggio della chitarra dentro e fuori i Public Image LTD. Non era un portatore di bellezza. Al contrario, cercava il brutto per elevarlo a specchio dei suoi tempi

Foto: Peter Noble/Redferns

«Conosco solo quello che non mi piace», ha detto Keith Levene al Tomorrow Show di Tom Snyder nel 1980, dove i Public Image LTD erano stati invitati a parlare dei loro progetti. Incalzato (insieme a John Lydon) dal conduttore a parlare di qualcosa che gli piacesse nel mondo mettendo da parte il ruolo di bastian contrari, Levene a differenza del socio è impassibile. Dice poco, ma quello che dice buca lo schermo più velocemente di Lydon e della sua logorrea. E sebbene questa intervista sia una delle più iconiche del rock, nonché tra le più tese di sempre, Keith non alza mai il tono, non sembra mai sul punto di esplodere, anzi. In altre interviste con i PIL è chiarissima la tendenza alla rissa di Jah Wobble e Lydon. Lui no: non si scompone, è un vero e proprio principe del nichilismo, un aristocratico del dissenso. Il suo strumento di comunicazione è essenzialmente la chitarra, di cui ha rivoluzionato il linguaggio senza tanti proclami. Va dritto allo scopo verso un modo di cercare la verità attraverso un suono: e si sa, a volte la verità è al di sopra del bene e del male e non piace affatto, il più delle volte anzi fa veramente schifo.

Keith Levene era appunto al di sopra di tutti: la sua ricerca non aveva a che fare con hype e facili consensi, non aveva a che fare con nulla se non la sua assoluta visionarietà. La stessa che lo portò a fondare i Clash a soli 16 anni e – lo dicono i libri – a completare la line-up storica portandosi dietro Joe Strummer; e nello stesso tempo a capire che quella band era cambiata un po’ troppo per il suo chitarrismo, e che senza di lui avrebbe avuto sicuramente un successo dirompente anziché il contrario. Consapevole di questo, se ne andò e i Clash divennero quelli che ben conosciamo, tanto che loro ne sono in debito – paradossalmente – per sottrazione. La canzone manifesto della band, quella What’s My Name contenuta nel primo album, vede appunto la firma di Levene e nel suo essere anthem punk già guarda avanti a un altro tipo di scrittura spiazzante: quella che poi troveremo in Public Image.

La crescita di Levene è dovuta alla determinazione nello spazzare via il concetto di chitarra rock: una volta imparato a suonarla bisogna immediatamente disimparare, ripartire da capo, cercare il “brutto”, ciò che è apparentemente sbagliato ed elevarlo a specchio dei nostri tempi e della nostra psiche. Potremmo definire Levene il Dubuffet della chitarra elettrica, e il gruppo che farà da sua tela sono appunto i PIL. C’era un’attrazione fatale tra lui e John Lydon già ai tempi dei Clash, quando l’ancora Johnny Rotten gli si avvicinò proponendogli di formare una band nel caso i Sex Pistols prendessero la brutta piega che lui già intravedeva.

Non è certo per la sua militanza nei Clash che Lydon lo chiamò: senza i Pistols, i Clash sarebbero infatti rimasti a fare pub rock, per stessa loro ammissione. Levene era di un’altra pasta, era un pioniere assoluto: aveva suonato nei Flowers of Romance, superformazione proto punk: tra le sue file Marco Pirroni poi Adam and the Ants, Palmolive e Viv Libertine poi nelle Slits, Sid Vicious. Formazione che lo rese già guitar hero senza aver neanche registrato una nota: con Sid, Levene compose per i Flowers of Romance quella che – entrando nel loro repertorio quando Vicious passò al basso – è considerata la canzone più violenta dei Pistols, ovvero Belsen Was a Gas sui campi di concentramento nazisti.

Insomma, era la persona giusta al momento giusto per il naturale passaggio dai Sex Pistols e la loro “rassicurante strafottenza” che ancora aveva radici nel rock’n’roll delle origini verso la vera rivoluzione sonora e attitudinale di un movimento che appena nato stava già boccheggiando. Nascono i PIL e da questo momento non ce n’è più per nessuno.

Keith Levene se n’è andato per un cancro al fegato, forse eredità di abitudini al limite, fatte di abuso di eroina, anfetamine, droghe varie e alcol. Cose che arginavano la sua creatività mettendolo di fronte a blocchi mentali granitici, ma anche a sforzi sovrumani di focalizzarsi su quello che rompeva davvero la cappa dell’oblio. Per questo orazioni come quella di Simon Reynolds che oggi lo ricorda come «portatore di bellezza» sono assolutamente errate: la bellezza non fa parte delle chitarre affilate di Theme, il primo brano del debutto dei PIL, devastante prova di malessere esistenziale quanto di reazione fisica a un sistema oppressivo che nasce in primis dentro di noi. Non è bello ascoltare le chitarre grattugiate di Carreering in Metal Box, anzi è nauseante, ma è quello che Levene vuole provocare, usando flanger esasperati, settando i pick-up sui medio-alti fino a perforare i timpani, buttandosi anche a massacrare altri stili musicali, come in Death Disco dove storpia il Lago dei cigni o come in Memories, dove si prodiga in una sorta di flamenco schizofrenico e obnubilato. La chitarra di Levene è una miscela di psicofarmaci e antidepressivi che nello stesso momento ti esplodono nello stomaco: già nello strumento in sé non troviamo nulla di aggraziato, usando lui delle chitarre in alluminio, caratterizzate da una freddezza non solo sonora ma soprattutto tattile.

Il capolavoro multisensoriale dei PIL in questo senso è Flowers of Romance (titolo tributo alla band di cui sopra), in cui per Levene suonare la chitarra equivale a prenderla a calci, buttarla dal terrazzo, suonarla come se qualcuno gli avesse spezzato le dita con un martello (esempio per tutti il fenomenale e allucinante solo di Track 8 che nella sua deformità sembra qualcosa di impossibile sia partorito da mente umana e messo su disco senza vergogna). In pratica, si passa in quella zona mistica in cui non si suona ma si è suonati, per dirla alla Bene, ma soprattutto è evidente – citando Walter Marchetti – la De Musicorum Infelicitate che impregna tutta l’opera, forse irraggiungibile se paragonata alle altre prove dei PIL.

Che Levene sia stato un chitarrista influente per tutto il post punk, il noise rock, la now wave e l’indie è risaputo: praticamente tutti hanno cercato di imitarlo, persino The Edge che nell’esordio degli U2, Boy, prova a fregargli gli accordi solarizzati di Public Image per infilarli di peso in I Will Follow. Quello che alla sua morte non hanno invece sottolineato è che è stato anche e soprattutto un geniale polistrumentista e arrangiatore: l’ ultimo capitolo coi PIL, ovvero Commercial Zone poi senza di lui diventato This Is What You Want, This Is What You Get, lo vede impegnato ad applicare un nuovo concetto di pop utilizzando i giri di synth come fossero micro-earworm alienanti all’interno delle canzoni, sfruttando al massimo la tecnologia del Synclavier e del Moog Source, scrivendo anche delle strumentali (outtake tranquillamente reperibili su YouTube) che potenzialmente sono tutte hit annunciate.

Nei precedenti dischi dei PIL, poi, il suo lavoro con il sintetizzatore Prophet 5 spinge la tecnologia in zone automatizzate e inquietantemente randomatiche in tempi non sospetti: addirittura buona parte delle batterie in Metal Box sono suonate da lui, e il basso che possiamo sentire in Home Is Where the Heart Is è farina del suo sacco, suonato talmente bene da sembrare roba di Wobble. Una sintesi della sua perizia strumentale è Radio 4, canzone che non ha caso ha ispirato l’omonima band, elegia da angeli caduti in cui suona tutto da solo. Insomma, Levene era un genio musicale, non ci sono storie; chiamarlo soltanto grande chitarrista è sminuente.

È appunto un peccato che si ricordi anche oggi come se fosse legato per forza alle band in cui ha militato piuttosto che per la sua carriera solista. Che non è stata meno provocatoria o ficcante, anzi: il primo capitolo post PIL – ovvero l’EP Back Too Black del 1987 è una roba fulminante, una narrazione di società distopica futurista fatta da campionamenti (l’ospitata di Adrian Sherwood parla chiaro) e programmazioni di drum machine assolutamente influenti, prodromi di una certa Idm o di determinato hip hop sperimentale (ricordiamo anche che collaborerà con Ice T e Tone Lōc smanettando con le nuove tecniche di campionamento), chiaramente legati a doppio filo dalla sua chitarre che mai come in questo caso illuminano la strada del futuro post rock, mettendosi sotto i piedi i PIL di Album, senza dubbio – a paragone – troppo codificabili nel rock più classico.

Il suo disco solista dell’89 Violent Opposition è assolutamente quello che i PIL sotto la sua ala sarebbero potuti diventare, con un piede nel crossover, uno nel post grunge, uno nel massacro dei classici hendrixiani, uno nel casino infernale che tutto questo rigurgita. Al disco (che contiene anche brani ripresi da Back Too Black parteciparono i Red Hot Chilli Peppers, ai quali Levene produsse i demo dell’album The Uplift Mofo Party Plan. Paradossalmente i PIL nel 1984, senza Levene, stavano per reclutare proprio un giovane e sconosciuto Flea in formazione salvo poi fare marcia indietro, increduli di fronte al suo rifiuto per seguire le sorti dei RHCP. Qui invece il bassista partecipa volentieri dando un poderoso contributo (suona quasi meglio qui che nei Red Hot). Levene d’altronde ha sempre avuto una propensione a confondere le idee e a usare i suoi colleghi quasi fossero cavie, come già nel 1978 con il progetto parallelo Steel Leg, con alla voce Don Letts in cui Wobble e il chitarrista sperimentano una sorta di punk dub che poi porterà ai deliri di Metal Box: di certo fossilizzarsi non era nei suoi piani.

Nell’ultimo periodo della sua carriera, si è ritrovato forse suo malgrado a inseguire i PIL di Lydon, ritrovandosi con Wobble e riportando in giro il primo repertorio della band con addirittura un imbarazzante sosia di Rotten a saltellare sul palco. Per fare cassa, ovvio, ma tutto ciò ha oscurato quello che davvero Levene era: un cane sciolto, proiettato in avanti, senza padroni. In sostanza, quello che nel 1984 deciderà di missarsi da solo e pubblicare a sue spese Commercial Zone dribblando I PIL e la Virgin, che pubblicheranno la loro versione “ufficiale” solo sette mesi dopo, facendosi giustizia da sé e a tutti i costi e beffe del potere discografico. Senza di lui tutta la musica “altra” sarebbe ancora a piangere in cameretta. Lydon compreso, c’è da scommetterci.

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