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Elogio di Andy Fletcher, musicista

Non era solo il businessman o il pacificatore dei Depeche Mode. Ecco perché con i suoi sintetizzatori, le sue bassline e il suo approccio punk è stato fondamentale anche per la storia musicale del gruppo

Andy Fletcher in studio con i Depeche Mode a Berlino per 'Some Great Reward', luglio 1984

Foto: Michael Putland/Getty Images

C’è questo grande malinteso sul fatto che nei gruppi con le chitarre i veri uomini suonano gli strumenti “veri”, mentre in una band di sintetizzatori come i Depeche Mode nessuno lavora, perché a fare tutto sono le macchine. È una cazzata. A parte il cantante, il pubblico non sa davvero quale ruolo abbia il musicista all’interno del gruppo.

Ieri stavo scrivendo queste righe su Andy Fletcher ed ecco che improvvisamente, quando l’articolo era quasi finito, mi si spegne il pc senza alcun motivo apparente. Risultato, tutto cancellato. Ho trovato questo fatto simbolico. Dopo la morte di Fletcher si è parlato di lui come di un burattinaio silenzioso che si occupava del business del gruppo e ben poco di musica. Nessuno lo considera come un musicista con sue caratteristiche e un suo stile. E invece Fletcher è stato fondamentale per la storia musicale dei Depeche Mode, ma non solo. Nasce dal punk e dal post punk. Con Vince Clarke fonda i No Romance in China, nei quali suona il basso. La band è figlia dei suoi tempi e di una certa irruenza, ma presto arriva una vera e propria rivoluzione. Dall’elettrico si passa all’elettronico, i due buttano gli strumenti cari al rock e acquistano dei sintetizzatori. Reclutano un tale Martin Gore e un altro personaggio da riformatorio che risponde al nome di Dave Gahan ed ecco i Composition of Sound, che da lì a pochissimo diventeranno i Depeche Mode.

Ridurre Fletcher “solo” a questo non gli fa onore. Dopo avere messo da parte il basso, mette le mani su un sintetizzatore, per la precisione un Moog Prodigy: con il suo approccio punk mette su delle bassline che sono dirette, senza fronzoli e mantengono un groove saltellante che unisce l’anfetamina e la morfina degli anni ’60 con quella dei primi anni ’80, cosa che sarà una delle caratteristiche del suono di Speak & Spell. «I suoi suoni di tastiera non solo hanno creato l’approccio sonoro dei Depeche Mode, ma hanno cambiato la direzione di techno, EDM, downtempo, trip hop ed electronica. Perdita cruciale». E non lo dico io, ma Vernon Reid dei Living Colour che di musica ne sa a pacchi.

Il compito di Fletch, come egli stesso ammetteva nelle interviste, era vigilare sulle canzoni in modo da mantenere nel sound dei Depeche l’aspetto pop. È una concezione di pop che deriva dai tre-accordi-tre di ramonesiana memoria, ma applicata in un contesto più articolato e anno dopo anno più raffinato. Soprattutto dopo l’uscita di Vince Clarke – principale compositore del gruppo – questo aspetto diverrà una scommessa e un rischio niente affatto premeditato. Se vogliamo infatti capire bene l’importanza musicale di Fletcher dobbiamo riascoltare il secondo disco dei Depeche, il controverso A Broken Frame. Bene, in quel disco i Depeche sono ridotti a trio: è Fletcher che si mette sulle spalle la responsabilità di rassicurare Daniel Miller della Mute che Martin Gore è una potenziale gallina dalle uova d’oro e autore prezioso. A tutti gli effetti Gore viene “costretto” a prendere il posto di Clarke, e la direzione dell’album è senza dubbio naïf, cosa che ha portato molti a pensare (convincendo mano a mano anche i suoi stessi autori) che A Broken sia il disco più debole dei Depeche. Non è vero: in nessun altro disco della band si riesce a mescolare bubblegum da teenager a elettronica sperimentale corredando il tutto con un ponte ideale tra musiche giovanili di tutte le ere (compreso il primo rock’n’roll) che però alla spensieratezza sostituiscono una specie di disturbo bipolare musicale che oscilla tra tenebre e luce, con testi introversi e poco rassicuranti. Sarà la cifra dei futuri Depeche.

A Broken Frame è un disco in cui la programmazione e gli arrangiamenti sono tutti nelle mani di Fletch e Gore con l’aiuto di Daniel Miller alla produzione. Il basso sintetico di Fletcher, ottenuto da un Moog Source che lo accompagnerà anche nelle esibizioni live del periodo, compone l’ossatura di tutti i brani, scattoso e gonfio quanto basta per essere irresistibile e trascinare il synth punk in territori mainstream. Fletcher è uno dei pionieri di questo sdoganamento, che a quanto pare sembra riuscito visto che oggi ascoltare una bassline è prassi e non fa più notizia. All’epoca era il contrario. Come da tradizione DIY, l’album viene completato alla velocità della luce, cosa che darà ai brani questa illusione di non essere del tutto finiti, ma se ci pensate A Broken Frame potrebbe essere suonato con la chitarrina ai falò. È un esempio di disco elettropop che tutti possono fare: suonate una bassline con un dito solo e otterrete il paradiso.

Ecco, la semplicità di Fletcher ha impedito una possibile deriva dei Depeche Mode eccessivamente autoindulgente e drammatica, col raziocinio e i piedi per terra di uno scenziato. Non a caso il look di Fletch nei primi anni dei Depeche era quello tipico dei nerd: occhialoni a montatura nera e capelli pel di carota sparati in aria. Più tardi opterà per uno stile più maturo, modello Kraftwerk, da cui eredita il minimalismo musicale, soprattutto nella fase post A Broken Frame. Perché nel frattempo i Depeche reclutano Alan Wilder che da solo con i synth fa le parti di tre persone: Fletcher capisce subito che è il momento di lavorare sui propri limiti e si sposta verso un modo di suonare sempre più etereo e defilato sfruttando anche i pad, i droni e il campionatore. Pensate ad esempio al pad etereo di Things You Said, che potete vedere eseguito nel docufilm 101 proprio da Fletcher, senza il quale il pezzo perderebbe di senso (ed è un evidente omaggio agli OMD di Almost, sua canzone preferita).

Fletcher da quel momento agisce come se dovesse dare pennellate di bianco dove sta perdendo l’intonaco, partecipando con idee assolutamente non invasive ma decisive per aggiustare il tiro delle canzoni di Gore e Gahan (nel frattempo è stato anche fondamentale per i negoziati tra i due sulla leadership della scrittura). D’altronde non è scritto da nessuna parte che un tastierista technopop debba per forza scrivere pezzi o essere un virtuoso. Anzi, coerentemente con il genere, Fletch fa parte della scuola “poche note, ma imbattibili”. A partire da Ultra, i Depeche usano musicisti addizionali e produttori/programmatori alla bisogna, esagerando anche un po’ , in preda all’insicurezza. Solo in Playing the Angel ritroveremo Fletcher “scatenato” tornare al suo primo amore, il basso elettrico in A Pain That I’m Used To, The Sinner in Me e nelle bare versions di Surrender e Clean contenute negli extra. In ogni documento video della realizzazione degli album vediamo sempre Fletch smanettare con un sintetizzatore, che sia il Virus o il Korg MS-20 Mini.

In punta di piedi e armato di santa pazienza, Fletcher ha sempre contribuito con i suoi mattoncini sonori a edificare i progetti dei Depeche Mode. Occasionalmente si prodigava anche in curiosi camei nascosti, come la ghost track Crucified contenuta in Violator con la sua voce distorta, quasi stretta parente di quella di One of These Days dei Pink Floyd, oppure alla fine di The Sun and the Rainfall in cui canta con la voce inaspettatamente pannata a destra.

Perché allora al posto di sminuirne i contributi non pensare a Andy Fetcher come a un uomo che amava la sua musica, che amava suonare secondo il suo modus operandi e che è stato un profeta del techno-pop diventando quindi un mito assoluto? Il suo motto preferito era «certo e fermo»: noi lo siamo nella convinzione che Andy Fletcher sia stato uno dei musicisti più importanti della sua generazione. Ma forse, visto l’andazzo, ammettiamolo: anche della nostra.

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