‘L’ascesa dei Red Hot Chili Peppers’: la recensione | Rolling Stone Italia
Becoming RHCP

Elegia punk-funk per Hillel Slovak, chitarrista

Il documentario ‘L’ascesa dei Red Hot Chili Peppers’ è pieno di droga, ma senza sesso (strano) o profondità psicologica. Se non altro rende giustizia al Brian Jones dei californiani. «Volevamo tutto». Non ne conoscevano il prezzo

Elegia punk-funk per Hillel Slovak, chitarrista

I Red Hot Chili Peppers nel 1988. Da sinistra, Flea, Kiedis, Slovak, Irons

Foto: Fryderyk Gabowicz/Picture Alliance via Getty Images

«Eravamo giovani, selvaggi e liberi. Volevamo tutto». Basterebbe questa voce fuori campo per raccontare buona parte del senso del documentario The Rise of The Red Hot Chili Peppers: Our Brother, Hillel disponibile su Netflix in Italia col titolo L’ascesa dei Red Hot Chili Peppers. Volevano tutto, non ne conoscevano il prezzo. Non è tutta la storia della band, ma uno spaccato dei primi, instabili, drogati, esaltanti, drammatici anni del gruppo, quando con loro non c’era il guru della chitarra John Frusciante, ma Hillel Slovak. «Ci bastava divertirci insieme… E siamo anche riusciti a fare musica», e anche questa è una bella dichiarazione di intenti rilasciata col senno di poi.

È il più classico dei luoghi comuni del rock alternativo anni ’80, quando le band non erano start-up dotate di business plan e piani comunicativi, ma bande di emarginati che vogliono divorare la vita. Macinare chilometri, suonare, sfogarsi, farsi. Solo che poi arriva il prezzo da pagare, in questo caso la morte per overdose di eroina di Slovak. Ironia della sorte, o forse no, solo dopo la scomparsa dell’amico il gruppo è diventato gigantesco. È insomma la storia dei primi tre dischi, prima di BloodSugarSexMagik, ma anche di Mother’s Milk. Il punk-funk quand’era pericoloso e talmente esuberante da sembrare irreale.

Avranno cambiato formazione, per drammi volontà o colpe, avranno attraversato crisi personali, ma i Red Hot hanno sempre dato l’impressione d’essere una gang di teppistelli sovreccitati. O, come si dice qui, «degli animali». Avevano personalità diversissime, come spesso succede nelle migliori famiglie musicali: il figlio strafottente del maneggione hollywoodiano, il nerd che suona la tromba e pensa che il rock sia roba da idioti, il chitarrista hard rock, cioè Slovak, che ai tempi della scuola suona con Jack Irons e Alain Johannes, altro bel nome della futura scena underground. Anthony e Flea sono sfrenati e ridicoli, Hillel ha «un animo più poetico» e artistico. Sono l’America e il suo negativo, il rock e la sua alternativa. Se Kiedis e Flea sono il Mick Jagger e il Keith Richards dei Peppers, Slovak è il loro Brian Jones.

In un certo senso, L’ascesa dei Red Hot Chili Peppers è un piccolo, piccolo, piccolo Becoming Led Zeppelin, nel senso che racconta gli anni formativi e la primissima parte della storia. Certo, è un documentario piuttosto ordinario e prevedibilissimo dal punto di vista visivo con interviste frontali, qualche animazione, video e foto d’epoca, che goduria però vedere tutte quelle vecchie immagini e sentire certi demo ancora vivissimi. Ed è molto strano, persino sospetto in quest’epoca in cui ci si tiene lontani dall’argomento per un eccesso di precauzione, che non si parli praticamente mai di sesso, che è come fare un documentario su Hendrix e non parlare di chitarre.

I Red Hot hanno spiegato che questo non è il film ufficiale sul gruppo, però grazie al cielo loro ci sono e del resto senza le loro testimonianze, anzitutto quelle di Kiedis e Flea, il documentario non sarebbe stato in piedi. E certo, il regista Ben Feldman e i produttori potevano evitare di ricostruire digitalmente la voce di Slovak per fargli leggere i diari, bastava farli recitare da un attore, maledetta voglia di alterare la realtà per farla sembrare più vera del vero. Ma alla fine va bene tutto se serve per ricordare Slovak e spiegare chi era. Ho l’impressione che molte persone che oggi saltano come matte durante Give It Away non lo sappiano.

The Rise of the Red Hot Chili Peppers: Our Brother, Hillel | Official Trailer | Netflix

È una storia che inizia a raccontare il fratello del chitarrista, James. Ebreo nato ad Haifa in Israele, dove i nonni e i genitori europei si erano rifugiati per sfuggire alla Shoah, Hillel Slovak era apparentemente il più equilibrato del gruppo e anche il musicista dalla formazione rock più classica. È lui che invita Flea a suonare il basso negli Anthym perché a differenza degli altri non lo considera uno sfigato. Ancora oggi il bassista, che ha superato da tempo i 60 anni d’età, quando ci ripensa trattiene a stento le lacrime. E poi le droghe vissute come un’avventura, la scena di Los Angeles, la scoperta del punk. «Ci piaceva tutto», dice Kiedis che ancora non canta, ma bazzica il gruppo. È da quel «ci piaceva tutto» che nasce l’identità composita dei Peppers. Prima però si consuma il passaggio dal rock classico e banale degli Anthym agli What Is This, meno borghesi e più funk. A quel punto Slovak «non sembrava uno che suonava la chitarra, suonava se stesso». Arrivano il rap, il performing artist nero e gay Gary Allen «che era un po’ il nostro Andy Warhol», la cocaina, gli acidi. Le rap battles e l’intensità dei concerti hardcore si fondono nel punk-funk: nasce un gruppo piccolo dal futuro enorme.

Scapigliati e sfrenati, i tre ragazzi che andavano in giro a fare gli scemi si ritrovano infine nella stessa band e, miracolo, si dicono spesso «ti voglio bene» pur essendo maschi negli anni ’80. «Erano loro tre contro il resto del mondo», dice George Clinton, che produce il secondo album Freaky Styley. «Eravamo una cosa sola», dice Flea, spesso commosso, scuotendo incredulo la testa. Il demo del 1983, «la mia registrazione preferita in oltre 40 anni di carriera» (di nuovo Flea) è il mito di fondazione, il momento in cui la band prende vita, ovviamente in una sala non lontana da spacciatori, prostitute e papponi.

Non senza tira e molla, il ragazzo che «traboccava d’amore per la vita e per i suoi amici», come dice la fidanzata e artista Addie Brik, si unisce alla festa tossica permanente dei Red Hot a base anche di eroina. «All’inizio diceva che lo faceva per rilassarsi e che poteva gestirlo. Diceva “è venerdì, dov’è il tofu?”. Significava che usciva a drogarsi. Cominciò a dire “è venerdì, dov’è il tofu?” sempre più spesso». Vivi e incauti, si fanno di coca, crack, eroina senza sapere quali sono le conseguenze. Lo fanno prima allegramente, poi nascondendosi perché capiscono che stanno distruggendo la band. I toxic twins qui sono Anthony e Hillel. Il primo non si presenta alle prove per settimane, il secondo riesce a mantenere una parvenza di normalità e alla fine la band riesce a incidere The Uplift Mofo Party Plan e a mettere la sua energia cartoonesca in canzoni più complete.

Red Hot Chili Peppers - Fight Like A Brave

La sobrietà non dura e siccome la droga «è veleno e ti dissocia» Slovak va spegnendosi. «Sono stato con Anthony, troppa droga, tanta eroina, ho paura di me stesso, mi sono lasciato sprofondare in un luogo pericoloso», annota nel diario. «Non so da dove venisse il dolore di Hillel», dice a un certo punto Flea, «la sensibilità che lo rendeva così creativo lo faceva anche soffrire. E lui portava quel peso». È una tesi abbozzata. È un peccato che non si vada più a fondo nell’indagine di questo peso, di questo dolore che a giudicare dai 90 minuti del documentario sembra venire dal nulla. Slovak scrive che pensa spesso alla morte, «non che la desideri, ma non solo so. Sento che il mio tempo è limitato». Quando muore per overdose nel giugno del 1988 la madre ritiene Kiedis responsabile e il cantante non si presenta al funerale. «Avevo una reputazione da tossicomane. Cercai di scomparire. Per un po’ provai a sballarmi ancora, ma non funzionava più niente. Capii che al mia storia con le droghe era chiusa». Jack Irons lascia la band, va in un ospedale psichiatrico, «non riuscivo ad affrontarlo».

È un caso raro, ne escono migliori. È la tesi del documentario: dalla tragedia nascono una nuova band e una nuova consapevolezza. È qui che si ferma l’analogia con Brian Jones: dopo la sua morte Slovak non viene dimenticato o addirittura rimosso dai suoi Mick & Keith, ma celebrato. I suoi assoli, dice Frusciante che lo ha sostituito, «non sembravano neanche note, ma vortici elettrici che mi giravano intorno». Da Behind the Sun, forse la prima volta in cui la band con Slovak usciva dalla pura fisicità punk-funk, nasce Under the Bridge, una specie di happy end. I barbari primitivi folli diventano mainstream. Anzi, l’happy end è quando il fratello di Hillel telefona a Kiedis: «A mia madre restano pochi giorni di vita, dovresti venire a salutarla». «Pensavo mi odiasse». «No, ti ha sempre amato».

Alla fine è morto il più cauto della gang, l’unico che non veniva da una famiglia palesemente disfunzionale, ma anzi aveva una madre artista che accoglieva i ragazzi, la mamma di tutti. Verso l’inizio del documentario Flea ricorda quando da ragazzini i tre erano andati a saltare giù da un ponte a Los Angeles. Dopo aver fatto il salto di una decina di metri lui e Anthony incitavano Hillel a seguirli. Lui restava lassù e guardava di sotto, indeciso se buttarsi o meno. Alla fine non l’ha fatto e si è inventato una scusa: «Gli ebrei non saltano».