Questa non è una storia rock’n’roll. Ieri sera nel bel mezzo del concerto Ed O’Brien ha chiesto se tra il pubblico c’erano amanti del birdwatching. In sottofondo si sentiva il canto degli uccelli che ha registrato a casa sua, nel Galles, un cinguettio conciliante che ha accompagnato tutta la canzone. Poco dopo ha suonato una specie di folk delicato che parla di abbracciare la persona a cui si vuol bene mentre fuori soffia il vento, i legni degli alberi scricchiolano e la terra sembra ululare. Essere sopra le righe non è lo stile della casa. Pure nel backstage il vino c’è, ma non si stappa, la bevuta è rimandata a fine tour, quando ci si potrà concedere qualche trasgressione. Anche sul palco c’è gente più appariscente del frontman, ad esempio la cantante Eska Mtungwazi, «my sister» e anche po’ la sua Clare Torry, fortissima, oppure il chitarrista David Okumu, «my brother», una presenza massiccia con le treccine che gli coprono il viso e la grande tunica nera. Gli assoli li fa Okumu e sono portentosi. Quando incontro O’Brien a fine concerto nel suo camerino glielo dico: sei riuscito a non essere il chitarrista solista nel tuo gruppo. Ride. «Non lo sono neanche di quell’altra band».
«Grazie per essere venuti, non c’è molta gente che esce il martedì sera», dice a fine concerto ed effettivamente il Lirico di Milano, dal 2003 dedicato a Gaber, non è neanche lontanamente sold out. Qua dentro ho visto molta più gente per Francesca Michielin. Puoi essere il chitarrista dei Radiohead, ma di questi tempi il pubblico te lo devi guadagnare col tempo. E va bene così, è esattamente quel che vuole O’Brien. «Sono a inizio carriera, sono un principiante», dice pur avendo fatto nove album e centinaia di concerti con «quell’altra band». Questo è il secondo show del breve tour solista, il settimo o giù di lì che fa da bandleader nella sua vita. «Non so cosa sto facendo», dice e non è una battuta. «È tutto nuovo. Ero nervoso due giorni fa al primo concerto ad Amsterdam, mi sentivo a disagio nel ruolo di frontman. Stasera è andata un po’ meglio. Sto cercando di lasciarmi andare, non avere aspettative su come dovrebbero andare le cose, seguire il flusso. Voglio fidarmi della vita che scorre e ricordami che è un viaggio».
Lo ha capito quattro anni fa andando a vedere alla Tate Britain una retrospettiva dell’artista portoghese Paula Rego (ve l’ho detto che non è una storia rock’n’roll). La mostra copriva un ampio arco temporale, dal 1955 ai giorni nostri. «E lì ho capito: siamo in viaggio. Quando facciamo qualcosa tendiamo a pensare che quel momento sia fondamentale e in un certo senso lo è. Ma devi ricordare anche che ti è permesso di fare errori, che ti è permesso fare cazzate, che fa tutto parte del processo di apprendimento. E insomma sto cercando di essere indulgente con me stesso, di non essere troppo duro. E sono fortunato perché ho avuto quell’altra vita musicale e ho visto l’evoluzione di Thom come cantante e frontman. Sai, all’inizio abbiamo fatto un sacco di concerti senza che nessuno venisse a vederci, solo nel 1992 ne avremmo fatti più di 100 solo nel Regno Unito».
Quello che vuol dire è che ci vuole tempo affinché un artista trovi la sua voce e lui sta ancora cercando di capire quel è la sua. Ascoltando l’ultimo album Blue Morpho e soprattutto vedendolo in concerto, dove le canzoni prendono vita, sono espanse, risultano più calde e comunicative, direi che è a buon punto. Ha il desiderio di fare musica che lo entusiasma, ma non vuole mettersi al centro. «Questa cosa non rigurada solo me. Se fosse così manco la farei. La musica viene da un altro luogo, io sono semplicemente la cosa attraverso cui passa e quando succede mi sento come elevato. Non ho alcun desiderio di mettermi in mostra, non è nella mia natura. Le performance sono una forma di connessione anzitutto all’interno della band e poi tra la band e il pubblico. Conta il collettivo. Il mio ideale di musica è suonare al centro con la gente tutta attorno».
Al Lirico ci ha provato. «Siete troppo lontani», ha detto verso la fine del concerto, prima di Deep Days. Si è seduto con le gambe a penzoloni sul bordo del palco e ha invitato le persone a sedersi accanto a lui. Poteva essere un bel momento di vicinanza in un posto austero come il Lirico, che invita a stare seduti. E invece è arrivato un fin troppo solerte addetto alla sicurezza che ha chiesto a tutti di allontanarsi dal palco. «Security reasons». Puoi essere il chitarrista dei Radiohead, ma qua dentro devi rigare dritto.

Ai tempi del primo album ‘Earth’ uscito a nome EOB. Foto: Nasty Little Man
Il concerto racconta una storia che porta dall’oscurità alla luce. Una delle primissime canzoni che si sentono si chiama Teachers e cita l’inizio della Divina commedia, il verso iniziale dell’Inferno, “Nel mezzo del cammin…”. Le ultime due sono una versione estatica di Brasil e il pezzo sull’accettazione e il ringraziamento Obrigado, con una parte di chitarra semplice e “cosmica” suonata da O’Brien e un assolone cavato da Okumu dalla chitarra elettrica. Il riferimento al Brasile, dove O’Brien ha vissuto per sette, otto mesi non è casuale. Lì ha imparato a «togliermi di dosso la rigidità tipica di noialtri britannici», un dualismo che si riflette nella musica. Da una parte ci sono i pezzi d’atmosfera, le parti strumentali espanse, il folk, i testi talmente semplici da sembrare mantra, gli uccellini. Dall’altra la voglia di groove, l’etno-psichedelia, il funk. Da una parte il pensiero meditativo, gli arpeggi pieni di armonici e le canzoni che crescono lentamente, dall’altra la voglia di liberazione del corpo anche attraverso il ballo e la complicità della band che comprende non solo un batterista (James Williams), ma anche un percussionista (Crispin Robinson), e poi Robin Mullarky al basso e Nick Ramm alle tastiere. O’Brien l’ha messa assieme con Okumu. «Conta la chimica. Una band non è solo il modo in cui suona, sono le persone, è l’anima».
Anche la citazione dantesca non è casuale. L’inizio del viaggio che O’Brien racconta nel disco e nel concerto ha a che fare con «la notte oscura dell’anima» che ha vissuto “nel mezzo del cammin” della sua vita prima di incidere Blue Morpho, un periodo di profonda depressione superati i 50 anni (ora ne ha 58). A differenza del protagonista di Single File, un pezzo inedito fortissimo che fa dal vivo, O’Brien non è andato in terapia. È stato fortunato, dice, si è autoguarito. «Ho una teoria sulla terapia, è interessante o almeno credo che lo sia. Sono convinto che se vivi in campagna e vai a fare passeggiate in mezzo alla natura non hai bisogno di un terapeuta. Guarisci andando per boschi. I terapeuti servono a chi vive in città. Io sono fortunato, ho in una casa in campagna, vivo nella natura e lì viene fuori tutto, lì trovi le risposte. La natura guarisce».
Chiama il periodo di depressione «crisi di mezza età». È come se il corpo avesse smesso di funzionare e gli avesse chiesto il conto. «Ero impegnato, impegnato, impegnato, ma la verità è che scappavo dai fantasmi. E durante il secondo lockdown un fantasma mi ha raggiunto e il corpo ha detto basta. Il corpo umano ha una sua intelligenza. Vuole guarire. Ma non ci riesci se ti imbottisci di farmaci e continui a fare una vita frenetica o bevi tantissimo e non presi ascolti alla tua voce interiore. Io lo so perché ci sono passato. Ora ascolto il mio corpo, ascolto la mia anima, mi faccio guidare da quel che provo, dal mio intuito».
La fonte della depressione era radicata nell’infanzia, in una famiglia che definisce «tossica» e nel divorzio dei genitori quando aveva suppergiù 10 anni. Con quella crisi è arrivata anche una domanda a cui non ha ancora un risposta definitiva: «Chi sono veramente? Chi è Edward O’Brien? Gran parte del nostro carattere deriva dall’infanzia, dai meccanismi che usiamo per proteggerci e che diventano il nostro carattere. Ma a un certo punto se sei fortunato cominci a smontarli, ti togli di dosso l’armatura e capisci che non è la tua personalità, ma un meccanismo di protezione che hai sviluppato da bambino. Ti spogli di tutto e ti chiedi: allora chi sei? L’ego si rimpicciolisce, capisci che a nessuno frega un cazzo del fatto che tu sia nei Radiohead. Ed è bellissimo, ma difficile. E poi ti dici: ok, questo sono io, questo è quello che mi piace. Mi piace bere il tè al mattino, ascoltare gli uccelli, mi fa stare bene. E finalmente smetti di preoccuparti di quello che la gente pensa di te. È una cosa potentissima».
Uno dei meccanismi di protezione aveva a che fare con l’idea di dovere a tutti i costi tenere assieme le persone in mezzo ai conflitti. Lo faceva da bambino coi genitori che stavano per divorziare, lo ha rifatto come membro dei Radiohead. «Non sono più così, me la sono messa alle spalle questa cosa. Non ero io, era la risposta di un bambino impaurito. Quel bambino non voleva che la famiglia si sfaldasse e perciò cercava di tenere insieme le persone. È diventata un tratto della mia personalità che ho portato nella band e nella famiglia che mi sono fatto, ma non è sano. Non devi cercare di controllare troppo le cose o preoccuparti di quel che fanno gli altri, devi lasciare che le persone siano quel che sono. Devi dare loro la possibilità di scegliere e, se qualcosa si rompe, che si rompa».

Il tour 2025 dei Radiohead. Foto: Alex Lake
La musica di O’Brien ha anche una forte componente psichedelica, specialmente nella versione dal vivo. Mi chiedo se abbia a che fare con la psilocibina, da cui sono uscite le visioni di Teachers. «Sono sempre stato sensibile ai luoghi in cui senti un’energia potente. Quando prendi la psilocibina, il velo si solleva e vedi le cose. È la magia della vita. Noi esseri umani siamo come addormentati, siamo travolti dallo stress e dalle fatiche quotidiane, ma c’è un intero spettro di cose che vanno “oltre”, sappiamo che esistono, eppure vediamo e proviamo solo una gamma limitata di cose. Non faccio spesso uso di psichedelici, una o due volte all’anno prendo funghi alla psilocibina, trovo che sia una terapia, è medicina vegetale, mi riconnette con la natura, con la verità del mondo, con la magia della vita».
Nel concerto ci sono passaggi in cui musica può ricordare quella dei Radiohead, ma è evidente che la nuova vita artistica di O’Brien è questa da solista. Dice che si rivedrà con gli altri a fine aprile per fare le prove per i concerti in Australia e Giappone, mi spiega che i Radiohead decidono a fine tour che cosa fare del loro futuro e quindi se va bene bisognerà aspettare almeno l’estate del 2027 per capire se andranno avanti e come. «Non ho aspettative», dice a proposito degli show dell’anno prossimo, «le aspettative creano problemi». Sa benissimo che i fan che lo aspettano fuori dal Lirico sono lì perché è uno dei Radiohead, ma non gli importa. «Sei fan dei Radiohead? Ottimo. Non sei fan dei Radiohead? Ottimo. Non mi preoccupo più di queste cose. Magari cinque anni fa sì, oggi no. Non ho l’ambizione di conquistare chissà chi, voglio semplicemente creare una connessione con la musica».
Set list
Thin Places
Incantations Part 1
Teachers
Single File
Solfeggio
Sweet Spot
Sail On
Blue Morpho
Cloak Of The Night
Incantations
Deep Days
Brasil
Obrigado
















