È uscito il primo grande disco italiano del 2026 | Rolling Stone Italia
Musica elettrica possibile

È uscito il primo grande disco italiano del 2026

Basso distorto, sax, batteria. ‘Ferrum Sidereum’ degli Zu è monumentale e implacabile, 80 minuti di musica strumentale che «parte dal centro della Terra e guarda in direzione del cielo». Viva le anomalie del sistema

È uscito il primo grande disco italiano del 2026

Luca T Mai, Paolo Mongardi e Massimo Pupillo: gli Zu

Foto: Marco Franzoni

È potente, monumentale, implacabile. Per realizzarlo gli Zu hanno registrato jam session che duravano anche un’ora ciascuna. È come se le avessero poi pressate fino a ottenere masse strumentali di sette, otto, nove minuti di durata. Ferrum Sidereum è il primo grande disco italiano del 2026, 80 minuti di musica carica, viscerale, violenta che «parte dal centro della Terra e guarda in direzione del cielo», per dirla col batterista Paolo Mongardi. Perché è sì musica che ti può sopraffare, ma non è mai disperata, né scomposta. È furore zen che ti travolge e per qualche strano motivo ti fa sentire meglio. È anche a suo modo un disco politico, senza che vi sia una sola parola cantata.

Quando gli Zu lo hanno presentato a Bologna la scorsa settimana l’hanno fatto precedere dalla rappresentazione del Terzo Reich di Romeo Castellucci, regista teatrale e scenografo tra i fondatori della Socìetas Raffaello Sanzio, Leone d’oro alla carriera. È un’installazione in cui la proiezione in veloce sequenza di tutti i sostantivi italiani riduce il nostro vocabolario a un caos meccanico esposto alla velocità parossistica e insopportabile che scandisce la comunicazione oggi. Anche Ferrum Sidereum offre un sovraccarico di stimoli, si pone al di fuori di ogni regola e rito musicale italiano, è una anomalia in un sistema asservito a marketing e algoritmi, ma in fin dei conti non ti fa sentire spaesato, ma un po’ più vivo.

Gli Zu conoscono da tempo Castellucci, la collaborazione per il suo Inferno ha dato origine ad alcuni pezzi di uno dei loro dischi più noti, Carboniferous. «Una volta» ricorda il bassista Massimo Pupillo «ci ha detto che quando deve immaginare gli spettacoli ascolta la nostra musica per la sua drammaturgia. Io lì per lì ho annuito facendo finta di essere più intelligente di quel che sono». La frase gli è rimasta impressa: quale drammaturgia ci può essere nella musica strumentale? «Quella frase mi ha fatto capire col tempo che effettivamente nella nostra musica c’erano già inconsciamente delle trame che poi abbiamo iniziato a tirare fuori. Lavorando, parlando e confrontandoci con Romeo, abbiamo imparato a far sorgere immagini musicali».

Questo teatro elettrico evoca nei titoli la Bibbia, la mitologia, l’albero della vita e sciami meteorici, in una specie di cosmogonia abbozzata, è spirito e materia, è mistica elettrica, con l’immagine centrale del ferro meteorico che cade dal cielo e che viene usato forgiare cose (e medicinali). «Le immagini sorgono dal materiale stesso, cioè la musica arriva e insieme ad essa arrivano delle visioni», spiega Pupillo. «Prendi per esempio A.I. Hive Mind. La suoniamo in sala, ci fermiamo e ci confrontiamo: “Io ci ho visto dei tunnel metallici, fibre, torce nel buio”. Ogni brano evocava un immaginario. Facendo musica strumentale siamo nell’incomunicabile, sì, ma alla fine i titoli che diamo ai pezzi indicano un orizzonte condiviso, non sono citazioni di belle parole o di frasi trovate in un libro. Vengono da qualcosa che vedi realmente e che dà una drammaturgia al brani».

Zu - A.I. Hive Mind [Official Music Video]

La musica degli Zu non avrebbe bisogno di titoli: basta a sé stessa. Nel caso non li conosciate, è un buon momento per scoprirli. Sono un trio basso-sax baritono-batteria (e synth, che allarga il campo sonoro di Ferrum), nascono a Ostia, sono in giro da oltre 20 anni, scorrazzano liberamente in una terra di nessuno ai confini tra rock, avanguardia, jazz, musica contemporanea, prog metal, noise. Sono italiani da esportazione, non perché facciano chissà quali numeri, ma perché quando vanno a suonare all’estero, come succede, sono trattati da pari.

Fanno musica difficile per gli standard della musica italiana di oggi, ma li può capire al volo chiunque abbia ascoltato e amato i Tool oppure i King Crimson più “cattivi” («Quelli fino a Red sono per noi il template della musica elettrica possibile», dice Pupillo). Non c’è niente da capire, tanto da ascoltare. Hanno collaborato con un sacco di gente, da Mike Patton a Tatsuya Yoshida (Ruins), hanno inciso per l’etichetta Ipecac, sono reduci da una trilogia di dischi stranissimi e sperimentali per la House of Mythology, un loro pezzo è finito nel Progetto generativo degli Esecutori di Metallo su Carta di Enrico Gabrielli e Stefano De Gennaro, un album che voleva dimostrare l’affinità tra musica scritta, diciamo così contemporanea, e certi gruppi rock italiani strumentali. Scriveva Gabrielli nella guida all’ascolto del disco che Carboniferous «rappresenta una vetta importante per la qualità di manipolazione della materia compositiva in campo di popular music, tanto da portare a certi estremi limiti la considerazione su cos’è colto e cosa no».

«Come ascoltatori e musicisti non abbiamo mai cercato di appartenere a un solo genere perché ci piacciono troppe cose diverse fra di loro», commenta Pupillo. «Una ventina d’anni fa un compositore di contemporanea ci ha visti a Cracovia e ci ha invitati a Seul», aggiunge ridendo. «Era convinto che fossimo un gruppo di musica contemporanea italiana. Voleva parlare di teoria musicale, immagina il nostro imbarazzo».

Zu - Kether [Official Visualizer]

Il messaggio è anche nel suono, tanto più nella musica strumentale e Ferrum Sidereum ha un sound mostruoso grazie alla ricerca timbrica che il trio porta avanti da anni, all’effettistica (la pedaliera del sax è degna di quella di un chitarrista), alle distorsioni a cui ricorrono (sentite il basso di Pupillo) e anche un po’ al lavoro di Marc Urselli (John Zorn, Mike Patton, Marianne Faithfull, Jack DeJohnette, Esperanza Spalding). È il primo produttore esterno che lavora con loro. «Fa cucina molecolare coi suoni», dice Mongardi cercando di spiegarne il talento, «seziona lo spettro delle nostre frequenze per poi ricomporle. Alla fine non toglie la firma che c’era in principio, ma riesce comunque a farti ascoltare quel che hai suonato facendolo sembrare nuovo. È come se avesse tirato fuori un altro aspetto della nostra musica, cogliendo sfumature che neanche noi avevamo capito. Quand’è arrivato il primo pre-mix del primo pezzo che ha mixato, Golgotha, mi sono scese le lacrime. Dopo un anno intenso è stato come trovare un diamante». Quando hanno mandato il disco all’etichetta, la prima reazione è stata: sembra una produzione da un milione di dollari.

A parte qualche titolo in italiano, Ferrum Sidereum potrebbe sembrare anche il disco di un gruppo nordeuropeo o americano. Non è evidente, ma dentro c’è anche un po’ d’Italia. «Ricordo» dice il sassofonista e tastierista Luca T Mai «che in un’intervista Robert Fripp disse che i King Crimson si rifacevano alla cultura musicale occidentale e non solo al retroterra afroamericano», che sta alla base del rock, tramite la stagione del rock-blues anni ’60. «C’era in altre parole l’intento di scoprire la cultura musicale europea. Anche noi ne abbiamo tenuto conto, ci sono elementi nel disco che magari non si sentono ma rimandano al barocco, ad esempio in Fuoco Saturnio, il cui titolo di lavorazione era Purcell. Ci sono anche riferimenti al progressive italiano, il Balletto di Bronzo, il Rovescio della Medaglia, i Trip, gli Osanna. Anzi», aggiunge ridendo, «per non farlo troppo italiano mi sono e mi hanno limitato, altrimenti avrei messo dappertutto l’Hammond».

Secondo Pupillo, «col tempo abbiamo sentito sempre di più l’assenza del blues in quello che facciamo. Nei viaggi che ho fatto ho visto un sacco di occidentali che si vestivano da tibetani o da abitanti dell’Amazzonia (dove il bassista ha vissuto, ma questa è un’altra storia, nda), ma sei quel che sei e devi farci i conti. La musica è anche un percorso di consapevolezza e a un certo punto ti trovi a dire: io non ho la storia del blues dentro di me perché i miei antenati non stavano nei campi di cotone».

Ferrum Sidereum è una possibile colonna sonora di questi tempi, è apocalisse non in nove ottavi come quella dei Genesis, anche perché a volte la musica degli Zu è talmente libera che non si capisce in quali tempi stiano suonando. È un’apocalisse da cui ci si può salvare, liberandosi delle negatività, ritrovandosi, ricentrandosi. Sembra esserci in questa nuova musica del trio una tensione costante fra ordine e caos, materia e spirito, è come se i tre ci stessero raccontando una storia di conflitto spirituale usando gli strumenti, con scansioni ritmiche brutali che vengono spazzate via da assoli di sassofono baritono che portano un elemento di irrazionalità.

«Ci troviamo lì nel mezzo», dice Mongardi. «Giochiamo con la perdita del controllo, con la follia consapevole. Ci sono elementi che vogliono destabilizzare un’ossatura fatta di geometrie solide e “sacre”. Sopra ci deve essere qualcosa che mette in discussione tutto, un’anomalia, un errore. Sono l’ultimo arrivato, ma mi piace pensare che gli Zu siano un difetto di fabbricazione».

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