Se pensate che lo shoegaze sia stato una moda passeggera degli anni ’90, vi sbagliate: è tornato. Pionieri come My Bloody Valentine, Slowdive e Ride sono molto più amati e influenti che mai e il suono shoegaze continua a evolversi grazie a una nuova generazione di musicisti che si riconosce in quelle gigantesche ondate di chitarre mega-distorte. Il pubblico e le band della Gen Z hanno fatto da tempo il loro ingresso sulla scena, alimentando il cosiddetto zoomergaze. C’è qualcosa in questo fragore elettrico che ti scuote fin dentro le ossa e colpisce i recessi più bui dell’anima.
La parola shoegaze, così come goth o Trekkie, è nata come insulto per poi essere rivendicata con orgoglio dagli adepti di questo culto dell’elettricità. Una delle cose strane e che non cambia mai è che i musicisti britannici della prima ondata detestavano e continuano a detestare il termine, rifiutando ogni associazione con esso, nonostante siano passati decenni da quando veniva usato in senso dispregiativo. Basti pensare a Beautiful Noise, lo splendido documentario sullo shoegaze in cui la parola-con-la-esse non viene mai pronunciata: era l’unico modo per convincere Kevin Shields a parlare. Un po’ come il drum and bass, lo shoegaze è un suono anni ’90 rinato in questi anni ’20 e trasformatosi in un linguaggio musicale pieno di possibilità emotive.
È un genere che attira da sempre i gearheads che venerano i pedali per la distorsione, ma oggi è alla portata anche di un ragazzino inesperto, purché dotato d’immaginazione. If Not Winter di Wisp è uno degli album shoegaze migliori dell’anno passato, ma è stato concepito dentro una stanza del college. Sudentessa universitaria, a 18 anni ha messo assieme Your Face cantando al telefono sopra una base shoegaze trovata online. Il pezzo è poi esploso fino a diventare un fenomeno virale su TikTok. Come altri zoomer come Quannnic e Flyingfish, dimostra perché quello di oggi non lo si può nemmeno definire revival.
Non ci sono mai state così tante band shoegaze che vogliono sperimentare e reinventare il genere, soprattutto nell’underground. Philadelphia è una vera miniera, grazie all’etichetta Julia’s War e a una scena DIY piena di band come Full Body 2, Bleary Eyed e Knifeplay. They Are Gutting a Body of Water, una delle presenze fisse della scena locale, hanno realizzato con Lotto uno degli album più potenti del 2025, un racconto straziante di dolore e dipendenza. I Total Wife da Nashville si spingono oltre ogni limite con le fantasie hyperpop mutanti di Come Back Down, un disco delizioso, mentre i Glixen da Phoenix si abbandonano al romanticismo di Quiet Pleasures. I Forever Star da Kansas City, Missouri inseriscono breakbeat drum and bass nei loro brani, guadagnandosi l’etichetta di junglegaze. Il suono continua a cambiare grazie a band come i Feeble Little Horse da Pittsburgh, gli High che vengono dal New Jersey e i Julie da Los Angeles. Grandi band indie come Wednesday e Hotline TNT sono partite dallo shoegaze prima di imboccare altre strade.
Anche i pionieri stanno vivendo una nuova stagione fortunata: l’anno scorso Swervedriver e Slowdive hanno portato in giro tour acclamati, i Ride avevano fatto lo stesso nel 2024. Perfino i My Bloody Valentine sono riemersi in autunno per una serie di concertoni nel Regno Unito. Riascoltato oggi, il loro album del 2013 non sembra tanto un ritorno agli anni ’90, ma un’anticipazione lucida di quello che sta succedendo oggi, soprattutto per il modo in cui utilizzava beat martellanti che allora lasciavano perplessi, ma che oggi sono profetici. Anche perché shoegaze e drum and bass sono generi perfetti per TikTok e il linguaggio veloce dei social. È uno dei motivi per cui entrambi stanno vivendo un nuovo boom, molto tempo dopo essere stati dati per morti.
Non accennano a esaurirsi nemmeno le continue mutazioni: doomgaze, grunge-gaze, twang-gaze, surf-gaze. Per un certo periodo, negli anni 2000 si è perfino cercato di imporre la shoetronica, che per fortuna non ha attecchito. Il nuovo boom dello shoegaze parla a una nuova generazione di fan, anche a quelli che non passano il tempo a collezionare vecchi dischi dei Pale Saints. Tutto ruota intorno a una sensazione di sovraccarico sensoriale, al panico che ti prendeva quando in concerto i My Bloody Valentine facevano esplodere You Made Me Realize per oltre dieci minuti abbondanti, fino a darti la sensazione che il pancreas ti si stesse fondendo coi reni. Oggi più che mai è il momento giusto per lasciare che una Jazzmaster assordante e satura di distorsione ti entri nell’anima per illuminarti.















